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I racconti del Premio letterario Energheia

La grande depressione_Feliciano Casanova de Marco, San Pietro in Cadore(BL)

Racconto finalista ventesima edizione Premio Energheia 2014.

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Le parole crisi e depressione erano una costante nell’esperienza di Antonio Pallavicini, una sorta di continuo ritorno. La sua elevata istruzione in campo economico gli suggeriva delle linee interpretative affatto originali rispetto alle vicende che, nella vita, lo avevano coinvolto. In particolare, gli sembrava di poter paragonare la storia della propria famiglia – nel passato come nel presente – ad un susseguirsi, puntuale ed inesorabile, di una serie di cicli di Kondratiev.

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  1. Indice dei prezzi alla produzione (USA) comparato con i cicli-K

 

Antonio, classe 1927, aveva sentito parlare per la prima volta dei cicli di Kondratiev (noti anche come onde K) nel periodo in cui, da buon rampollo di famiglia abbiente, conduceva i propri studi universitari presso la Bocconi di Milano, ossia presso quell’Università che, nel 1902, aveva offerto per prima – in Italia – un corso di laurea in Economia.

La teoria delle onde K aveva subito affascinato il giovane studente. La possibilità dell’esistenza, nel moderno mondo economico capitalista, di cicli regolari, indipendenti da eventi straordinari e lunghi da 50 a 70 anni, rappresentava per Antonio una sorta di rivincita nei confronti del pensiero marxista/leninista, tanto vituperato in famiglia e nei corridoi dell’università. Proprio la Bocconi, nel periodo di reggenza Spadolini, avrebbe approfondito le teorie di Kondratiev, individuando in esse soltanto minime imperfezioni.

I bolscevichi, al contrario, non avevano per nulla apprezzato le teorie di quello scienziato, condannandolo al carcere e decretandone la morte in giovane età. L’esistenza di cicli capaci di autogenerarsi ed indipendenti da guerre, carestie e qualsivoglia invenzione non poteva essere accettata da chi aveva, incautamente, preconizzato la rapida disfatta del capitalismo.

Riflettendo sulla propria esistenza – e sulla storia della propria famiglia – ad Antonio era dunque parso di notare più di un punto di avvicinamento tra le alterne vicende della vita quotidiana e le teorie di quello sfortunato economista russo.

Già considerando le mutevoli fortune della famiglia Pallavicini in campo economico, più di un parallelo poteva essere tracciato tra il flusso sinusoidale delle onde K ed il turbine degli eventi da cui essa aveva rischiato, più di una volta, di essere travolta.

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  1. A rough schematic drawing showing the “World Economy” over time according to the Kondratiev theory

Il nonno di Antonio, Pietro, aveva visto il mondo crollargli addosso ai tempi della prima Grande Depressione, ossia la crisi economica del 1873. I Pallavicini possedevano, all’epoca, due complessi industriali negli Stati Uniti, dove la famiglia era emigrata nel 1850 al fine di investire e far rendere al meglio i cospicui beni di cui disponeva.

Nei trent’anni precedenti il 1873, infatti, la crescita economica era stata incessante. A dire il vero, anche nel periodo della crisi (1873-1895) il PIL reale delle potenze economiche era continuato a crescere. Il crollo dei prezzi e della produzione industriale negli Stati Uniti, tuttavia, convinse Pietro Pallavicini a ritornare in Italia al più presto con armi e bagagli, confermando involontariamente come le onde K consistano, alternativamente, di una fase ascendente (periodi di crescita veloce e specializzata) e di una fase discendente (periodi di depressione).

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  1. Les vagues de Kondratiev sont liées principalement à leur changement d’orientation cyclique

Alla morte del nonno, il padre di Antonio ereditò comunque una notevole fortuna, che dimostrò di saper amministrare al meglio. Approfittando di una delle principali conseguenze della crisi del 1873, ossia la creazione di grandi monopoli, Carlo Pallavicini si avvalse della riduzione della concorrenza per mettere le mani sui nuovi capitali che, nel frattempo, erano stati resi disponibili per finanziare la ripresa dell’economia.

Antonio era dunque nato in una famiglia agiata, di solida tradizione capitalista, che aveva saputo superare le insidie della storia per riportare nel paese natio, assieme ad ingenti capitali, i fondamenti di un’etica del lavoro rafforzata, senza dubbio, dalla frequentazione – negli anni trascorsi oltreoceano – di idee di evidente matrice protestante.

Kondratiev, però, era in agguato: il ritorno della crisi era vicino.

Fu così che, nel 1929, di giovedì nero in martedì nero, la borsa valori di New York crollò, dopo anni di boom azionario. Gli effetti di questo crollo furono devastanti. Il commercio internazionale subì un tracollo, al pari di redditi, prezzi e profitti.

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  1. The Great Depression

Carlo Pallavicini aveva investito gran parte della propria fortuna in industrie e banche. Il drastico calo della produzione causò la fine delle industrie di famiglia, e molte banche chiusero i battenti.

Il colpo fu durissimo, ed il padre di Antonio non sopravvisse. La moglie lo trovò riverso sul tavolo dello studio dove era accorsa, terrorizzata, dopo aver sentito il rumore di uno sparo. La pistola fumava ancora, sul prezioso tappeto ai piedi del marito.

Dopo un periodo di panico, disorientamento e disperazione, la madre di Antonio scoprì che la famiglia, pur avendo subito un grave danno in termini economici, non poteva dirsi rovinata. Il marito, infatti, aveva investito una parte del proprio capitale nei Paesi scandinavi, senza neppure troppa convinzione; non poteva infatti sapere che tali Paesi, in quanto esportatori di particolari materie prime, non avrebbero risentito di alcuna riduzione della domanda relativamente ai loro prodotti. Così facendo, egli aveva offerto alla propria famiglia la possibilità di una nuova rinascita.

Secondo le volontà del padre, Antonio fu avviato ai migliori studi, approdando infine all’Università Bocconi; un’occasione per garantirsi l’accesso al migliore dei futuri possibili.

Con un percorso tanto brillante quanto fulmineo, Antonio giunse alla presentazione della propria tesi di laurea, intitolata “La vita autonoma dei cicli di Kondratiev”. Tale tesi, partendo dalle teorie dell’economista russo, ne seguiva gli sviluppi attraverso il pensiero di Joseph Schumpeter, e sarebbe servita come stimolo – ed influenza dichiarata – per le conclusioni tratte sull’argomento da Ernest Mandel, studioso di scuola marxista, nel 1964. Il contributo più importante di Mandel in campo economico risulta essere proprio la sua rilettura delle teorie sulle onde lunghe di Kondratiev. Un magnifico contrappasso, secondo Antonio, nei riguardi di coloro che avevano ordinato la morte per fucilazione dello scopritore delle onde K. La vendetta della Storia.

Per un lungo periodo, l’andamento della vita di Antonio sembrò immune da ogni tentazione sinusoidale.

Terminati gli studi, da buon bocconiano egli aveva immediatamente trovato un lavoro solido e ben remunerato. L’impostazione della sua esistenza sembrava voler riflettere i principi del prestigioso Ateneo milanese dove si era formato: l’armonia fra la scuola, il lavoro e la vita, il rispetto per il ruolo della cultura e della scienza come fondamento della crescita economica e morale che, a partire dall’individuo, si estende alla nazione.

Fin da piccolo, del resto, la madre gli aveva fatto intuire – trasmettendogli, con ciò, anche le aspettative del defunto padre – il suo destino di membro della classe dirigente.

Per ottenere tale risultato, serviva il massimo rigore sia nello studio che nel lavoro. Ciò avrebbe dovuto necessariamente condurre a caratteri quali l’indipendenza di giudizio, l’attitudine al lavoro di gruppo, la cultura della legalità, i valori etici. Egli sarebbe diventato un individuo preparato e consapevole: un vero cittadino del mondo, con senso di appartenenza al corpo sociale, sia quello piccolo dell’impresa, sia quello grande dello Stato.

Tale rigida impostazione di vita, tuttavia, pur garantendo ad Antonio visibilità sociale, agiatezza e rispetto diffuso, non era stata senza contraccolpi sotto altri punti di vista.

Molte donne avevano posato gli occhi su di lui, soprattutto negli anni giovanili, durante i quali le attività sportive fiancheggiavano l’impegno sui libri, garantendo al giovane studente un fisico asciutto ed armoniosamente disegnato. La determinazione di Antonio nel portare a compimento i propri doveri, unita al desiderio di onorare la memoria del padre assumendo il più degnamente possibile la guida della famiglia, aveva però limitato al massimo ogni tipo di distrazione.

Fu così che Antonio, penalizzato anche da una naturale timidezza, aveva rinunciato, negli anni migliori, ad addentrarsi nei fascinosi labirinti dell’universo femminile. Il fatto di essere rimasto senza una figura paterna fin dalla più tenera età lo faceva sentire carico di responsabilità. La madre non disponeva degli strumenti necessari per gestire autonomamente il patrimonio di famiglia, e per questo si era affidata, in più di un’occasione, ai consigli di personaggi che Antonio, istintivamente, sentiva di non poter considerare affidabili. La necessità di prendere in mano al più presto le redini della situazione gli impediva quindi di dedicarsi ad altro che non fosse lo studio, il lavoro, il sacrificio di sé e dei propri anni giovanili. Il tempo dell’amore sarebbe venuto in seguito; rimanevano ancora molte cose da fare.

Una volta assunta la guida dell’economia familiare, Antonio si era reso conto che i lunghi studi gli avevano fornito i mezzi per una gestione ottimale dei beni ereditati dal padre. Gli investimenti, orientati ad un’oculata propensione al rischio, rendevano al meglio; in pochi anni, era stato possibile avviare – nel contesto del boom edilizio degli anni sessanta – una sorprendente espansione delle attività di famiglia.

Forte delle proprie conoscenze – nel senso più ampio del termine – e di un innato istinto imprenditoriale, Antonio non si lasciò sfuggire nessuna delle molteplici occasioni che la nuova realtà sociale ed economica italiana gli andava offrendo.

 

Tra gli anni cinquanta e sessanta, la distribuzione geografica della popolazione era cambiata: più di dieci milioni di italiani si erano spostati dal Mezzogiorno e dal Triveneto verso le aree più ricche ed industrializzate del Paese. L’agricoltura stava cedendo il posto all’industria, e – almeno apparentemente – la povertà stava facendo lo stesso in favore della ricchezza. Le migliorate condizioni economiche e sociali portarono ad una rapida crescita demografica. Il reddito medio per abitante – nel periodo compreso tra il 1952 ed il 1963 – raddoppiò, e fu raggiunta la piena occupazione.

Ciò da cui le aziende Pallavicini trassero il massimo giovamento, fu però il repentino abbassamento dei tassi di interesse, ed il conseguente accesso facilitato al credito ed ai mutui fondiari ed edilizi.

L’Italia proveniva da una condizione di fondamentale arretratezza. Da paese essenzialmente rurale ed agricolo, essa andava mutando rapidamente fisionomia, ed il cemento – anche grazie ad imprese come quelle di Antonio – diventò il denominatore comune dei grandi sobborghi urbani ed industriali.

La mancanza di una legislazione urbanistica appropriata favorì la speculazione edilizia, peccato originale cui lo stesso Antonio non riuscì a sottrarsi. In barba ai principi – proclamati con tanta enfasi, un tempo – dell’Università da cui proveniva, egli si tuffò, come travolto da un’irresistibile ebbrezza, nei prodigi garantiti dalla lottizzazione del territorio, prendendo ben presto a confondere il benessere delle proprie aziende con quello della nazione tutta.

Ormai si costruiva ovunque. Molti alloggi, realizzati senza tenere in considerazione norme e prescrizioni di varia natura, raggiungevano una qualità tecnica a malapena sufficiente. In assenza di norme tendenti alla salvaguardia del territorio, i danni ambientali furono considerevoli.

Il Paese subì dunque uno sconvolgimento etico ed estetico, ed i Pallavicini furono tra gli attori principali di questo triste spettacolo.

Nel 1967, Antonio era al culmine del proprio successo a livello umano ed imprenditoriale. La fase ascendente della sua esistenza sembrava inarrestabile, quasi un’onda anomala nell’oceano dei flussi K. Antonio cavalcava quest’onda come il più provetto dei surfisti.

Ogni surfista provetto, tuttavia, deve essere consapevole dei rischi derivanti da una caduta da un’onda gigante. Da grandi altezze si producono grandi schianti.

Lo studente che tanto aveva approfondito Kondratiev si risvegliò, e cominciò a temere la fase discendente dell’onda che, inevitabilmente, sarebbe sopraggiunta, portando con sé l’inesorabile ritorno della crisi. A quarant’anni, egli cominciava a riflettere sulla vecchiaia e sulla prospettiva di un declino tanto più amaro, se vissuto in solitudine. Con una scelta assolutamente razionale, Antonio decise che era tempo di trovarsi una compagna e di garantirsi una discendenza.

Non fu un compito difficile. Piuttosto scettico in termini di tematiche amorose, fu nella più piena disillusione che decise di sposare una donna di vent’anni più giovane di lui, proveniente da una buona famiglia; non si aspettava di essere amato con passione, ma si sarebbe accontentato di una quieta convivenza improntata al rispetto reciproco e fondata sui vantaggi che sarebbero derivati dal matrimonio ad ognuno dei due membri della coppia.

Fu un’unione stabile, duratura, senza scossoni, che diede come frutto – nel 1969 – il figlio Giovanni.

I primi dieci, dodici anni con Giovanni riempirono di gioia il cuore di Antonio: il bambino era dolce, sereno, ansioso unicamente di soddisfare le aspettative dei genitori.

Le cose, tuttavia, cambiarono con l’adolescenza. Giovanni non era mai stato brillantissimo a scuola, ma aveva compensato le proprie lacune con l’impegno; una certa disciplina aveva prodotto discreti risultati, ma al liceo vi fu un brusco cambiamento.

Antonio era cresciuto senza il padre; ogni accenno di ribellione o conflitto nei confronti della figura paterna sarebbe stato fisicamente impossibile. Non così per Giovanni: il giovane ragazzo era ribelle, non lavorava, si annoiava, non voleva imparare.

Furono anni di sofferenza. Il liceo fu terminato a stento, con risultati appena accettabili. Di attraversare le porte dell’università, nemmeno parlarne. Il ragazzo non mostrava alcun interesse neppure nei confronti del mondo del lavoro; pretendeva anzi, non del tutto illegittimamente, di poter godere degli agi che gli erano consentiti dalla condizione sociale della famiglia.

In un certo senso, Giovanni scappò, ed Antonio fu costretto a lasciarlo andare: erano troppo diversi per poter convivere, almeno per il momento. Antonio finanziò una serie di viaggi del figlio intorno al mondo, nella speranza che un certo numero di esperienze lo avrebbe finalmente fatto crescere.

Anche questa scelta si rivelò un disastro. Giovanni, anche all’estero, non perdeva alcuna occasione per mettersi nei guai.

Fu cacciato dalla scuola londinese dove aveva accettato di iscriversi, nel tentativo di migliorare un inglese poverissimo. A motivo dell’espulsione, il rinvenimento di sostanze stupefacenti nella stanza o, più precisamente, nell’armadietto di Giovanni. La polizia aveva chiesto al direttore della scuola di poter perquisire la stanza del ragazzo, che era stato visto e fotografato in compagnia di alcuni individui poco raccomandabili nelle malfamate zone di  Hackney e Bethnal Green.

Non andò meglio in California, dove il ragazzo aveva pensato di poter concretizzare un non ben definito sogno americano grazie ad un visto di lavoro procuratogli dal padre. In questa occasione, Giovanni conobbe il carcere: sorpreso con diversi grammi di marijuana e con qualche pillola di un potente ansiolitico, dovette scontare 30 giorni in prigione, e di seguito fu espulso dagli USA in considerazione delle aggravanti connesse al reato imputatogli.

 

Il fondo, però, fu toccato quando Giovanni, rientrato ormai definitivamente in Italia, iniziò a frequentare ambienti legati al cosiddetto “satanismo acido”. Il giovane rampollo risultò di seguito coinvolto in una serie di episodi criminosi che spaziavano dalla profanazione dei cimiteri all’abuso ed allo spaccio si droga. Quando, in seguito al ritrovamento di un diciottenne strangolato all’interno di una villa abbandonata, Giovanni fu arrestato – assieme agli altri membri del gruppo satanista di cui faceva parte – con l’accusa di omicidio premeditato, il padre Antonio fu costretto a mobilitare gli avvocati più celebri e meglio pagati per strappare il figlio ad un triste destino nelle patrie galere.

Fu così che Giovanni rientrò a tempo pieno nel caldo alveo della famiglia d’origine. Si trasformò allora, in modo definitivo, nell’incarnazione vivente dell’accrescitivo bamboccione: un giovane uomo dal comportamento e dai modi infantili, viziato, incapace di badare a se stesso. Si era dimostrato assolutamente incapace di rendersi autonomo, pur avendone avute tutte le possibilità e le occasioni, ed ormai non desiderava più di allontanarsi dai genitori, scegliendo piuttosto di farsi mantenere da loro.

Chi non riusciva proprio ad arrendersi, però, era Antonio. Il suo fermo credo nell’applicabilità delle teorie di Kondratiev alla vita di ogni giorno lo spingeva a credere che, attraverso le disavventure del figlio, la famiglia Pallavicini avesse ormai raggiunto il picco inferiore del cosiddetto ciclo K, il quale – come brillantemente illustrato da Antonio davanti alla Commissione, il giorno della dissertazione della tesi di laurea – è scomponibile in quattro fasi, cui corrispondono   diversi “umori psicologici” e, quindi, comportamenti diversi da parte degli individui. Gli appunti di Antonio riportavano quanto segue, a proposito delle quattro fasi:

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  1. Appunti giovanili di Antonio

  Nell’opinione di Antonio, la famiglia poteva ormai a buon diritto affermare di aver attraversato il proprio – il più recente – inverno di Kondratiev, ed era ormai tempo di prepararsi al ritorno della primavera. Il figlio aveva toccato il fondo della propria esistenza, ed il suo momentaneo rifugiarsi passivamente in famiglia – perché era solo di un momento che si trattava, di questo Antonio era assolutamente sicuro – non poteva che preludere a nuovi, esaltanti momenti di crescita e di miglioramento.

Anche se controvoglia, perlomeno inizialmente, Giovanni fu coinvolto nella gestione degli affari di famiglia. In fin dei conti, l’intelligenza non gli mancava; gli anni della scuola, malamente dissipati, avrebbero potuto trovare un qualche surrogato nella pratica e nell’esperienza quotidiane.

Così Giovanni, nel corso di qualche anno, si vide affidare incarichi sempre più impegnativi dal padre, il quale – superate le difficoltà iniziali – si convinse che il figlio fosse ormai in grado di camminare con le proprie gambe. Questa convinzione rappresentò un grande conforto per Antonio, che si sentiva ormai troppo in là con gli anni per continuare la gestione dei propri affari con i ritmi di un tempo; era ormai giunto il momento di passare le consegne all’unico erede che la vita gli avesse concesso.

 

Prima di fare questo, però, un ulteriore passo si rendeva necessario: bisognava affidare a Giovanni la piena responsabilità di una o più aziende, consentendo così al figlio di incrementare la propria autonomia, unitamente alla propria autostima.

 

La scelta cadde sulle aziende che la famiglia possedeva in Veneto. A partire dalla seconda metà degli anni ’90, l’economia di quella regione aveva dimostrato una dinamicità maggiore rispetto alla media nazionale ed europea, ed Antonio non si era fatto sfuggire l’occasione per espandere le proprie attività verso Nord-Est.

Erano gli anni in cui i processi di globalizzazione, le trasformazioni nel contesto europeo con l’avvio ufficiale del mercato unico e l’adesione all’Unione economica monetaria avevano preso a coinvolgere e trasformare profondamente la realtà del Veneto, sul piano sociale, oltre che economico. In questa terra, un tempo povera ed arretrata, fu raggiunta una situazione di quasi piena occupazione, grazie al crescente impiego di tipologie di contratti di assunzione più flessibili, all’incremento del tasso di scolarizzazione superiore e universitario e al buon andamento della domanda estera.

 

Il Veneto sarebbe stato dunque il vero, decisivo punto di partenza da cui Giovanni, nelle intenzioni di Antonio, avrebbe dovuto spiccare il volo, finalmente libero da ogni condizionamento, sicuro delle proprie capacità ed agevolato da una fase economica in piena espansione.

Così fu, infatti, per diversi anni. Le aziende Pallavicini prosperavano, in Veneto più che altrove. Infatti, verso la fine degli anni ’90 il modello economico veneto raggiunse la piena maturità, avendo saputo approfittare dei benefici della crescita del commercio a livello mondiale e degli effetti della svalutazione della lira. Nel contempo, quella regione risentì meno delle altre della crescente competizione internazionale, della crisi registrata da molti Paesi asiatici nella seconda parte del decennio e delle manovre correttive in atto a livello governativo per risanare la finanza pubblica.

 

Antonio si sentiva al sicuro, nella sua mente risuonava lo sciabordio delle onde K. Ancora, dai suoi appunti di studente:

 

     La prima fase (Crescita (primavera) – Economic Expansion) dura circa 25 anni. E’ la fase migliore, quella della prosperità e della crescita economica. Qui l’inflazione gioca un ruolo importante, ed accompagna la crescita. Questo è un periodo in cui il benessere si diffonde, sotto forma ad esempio di risparmio ed accumulo di ricchezza.

Venticinque anni. Il tempo necessario per consentirgli di morire in pace, lasciando le prosperose aziende di famiglia nelle capaci mani del figlio. Quale migliore conclusione per una vita all’insegna della razionalità, della giusta misura e dell’equilibrio? Il ritorno della crisi ci sarebbe stato, ma – di lì a quel momento – Giovanni avrebbe avuto il tempo di affilare le proprie armi, consentendo ad Antonio di morire col cuore in pace.

Qualcosa, però, nel giro di qualche anno cominciò a non funzionare. L’andamento negativo dell’economia mondiale ed europea, nel biennio 2001-2002, si fece sentire anche in Veneto, proprio a cagione del fatto che l’economia di quella regione è ampiamente legata ad una profonda vocazione ed apertura verso l’internazionalizzazione, soprattutto a livello commerciale. Nel 2003, la crisi congiunturale dell’area euro coinvolse ancor più pesantemente le economie dell’Italia e del Veneto: la produzione industriale subì una brusca contrazione. Le esportazioni in frenata, gli investimenti in calo, l’inflazione in aumento contribuirono ad una stagnazione della crescita del prodotto interno lordo e della produttività. Sebbene la domanda interna italiana risultasse più dinamica rispetto a quella degli altri Paesi dell’Eurozona, essa non si rivelò sufficiente a controbilanciare il rallentamento delle esportazioni a seguito della rivalutazione della moneta unica.

Nel panorama economico regionale, l’unico settore trainante rimase, per un certo periodo, quello delle costruzioni. Non era in questo settore, però, che operavano le aziende intestate a Giovanni Pallavicini, ma nell’industria manifatturiera, la quale – particolarmente esposta alla concorrenza internazionale – continuò a ristagnare, provata da una diminuzione degli scambi con l’estero e degli investimenti.

Antonio era costernato. Le previsioni, i calcoli, gli studi parlavano di una primavera di Kondratiev lunga venticinque anni. Chi aveva sbagliato? Egli stesso? I suoi maestri? La bussola che fin lì lo aveva guidato, infallibilmente ed inesorabilmente, si era forse guastata di colpo?

Cominciò a riflettere. L’analisi di Kondratiev, notoriamente, non consentiva grossi margini di discussione, confermandosi assolutamente attendibile. Forse, però, nel corso dei decenni molte cose avevano avuto modo di cambiare: anche solo la velocità con cui si poteva risolvere una crisi, seppur gravissima, non era paragonabile alla soluzione di una crisi avuta, ad esempio, nel 1835. Le cause, i tempi ed il sistema economico erano mutati.

 

Mentre rifletteva, Antonio prese a sfogliare il giornale, come d’abitudine. Il titolo dell’articolo di fondo lo colpì come una frustata:

Il Veneto, la regione degli imprenditori suicidi

Istintivamente, mosso da un qualche impulso interiore, Antonio afferrò la cornetta del telefono e digitò con dita tremanti il numero del figlio.

Dall’altra parte del filo, il telefono di Giovanni squillava. Squillò a lungo, per un tempo interminabile. Anche dopo diversi tentativi, nessuno rispondeva.