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L'angolo dello scrittore

Innovazione: lavoro, investimenti e…

 Dovremmo suonare un allarme tragico tale da svegliare tutti. Invece questi argomenti sono ignorati nei dibattiti correnti. Non si tratta solo di investimenti. La ricerca deve essere di alta qualità e controllata da scienziati. Allora produce innovazioni brevettabili con profitto_di Roberto Vacca_

L’economia non cresce. Si ripete che per rilanciarla dovremmo lavorare di più e più a lungo e investire di più. E’ vero, ma non basta. Dovremmo fare lavori più difficili che producano più valore aggiunto. Perciò servono: invenzioni, cultura, scienza. Se no declina la nostra prosperità. L’Unione Europea ha comparato innovazione e ricerca nei 15 Paesi europei, in USA e in Giappone. Sono confronti conturbanti. (visibili su www.cordis.lu/indicators) Dimostrano che siamo alla retroguardia e che incombono su di noi peggioramenti ulteriori. Le variabili che misurano capacità e potenziale di innovazione sono circa alla metà della media europea e a un terzo di quelle USA (vedi Tabella). Ecco la dolorosa lista.

Per ogni 1000 lavoratori in Europa ci sono 5,3 ricercatori, ma solo 3,3 in Italia: questa proporzione cresce in Europa del 2,9% all’anno da noi dello 0,3%. Ogni 100.000 giovani fra i 25 e i 34 anni, si laureano in scienza o tecnica 55 europei e solo 17 italiani. Investiamo ogni anno in ricerca e sviluppo l’1% del PIL (livello che cresce del 2,6% all’anno). La media europea è 1,9% e cresce del 3% all’anno. Gli investimenti in ricerca e sviluppo dell’industria europea rappresentano l’1,4% della produzione industriale totale (e la percentuale cresce del 4,9% all’anno). In Italia siamo allo 0,6% all’anno (e cresciamo solo del 3,8% all’anno). I governi europei dedicano alla ricerca il 2% delle spese – e in Italia siamo all’1,36%. La finanza europea investe in imprese innovative lo 0,38% del PIL e in Italia lo 0,13% del PIL (9 volte meno degli USA!).

Dovremmo suonare un allarme tragico tale da svegliare tutti. Invece questi argomenti sono ignorati nei dibattiti correnti. Non si tratta solo di investimenti. La ricerca deve essere di alta qualità e controllata da scienziati. Allora produce innovazioni brevettabili con profitto. In media per ogni milione di abitanti i Paesi europei ottengono ogni anno 125 brevetti in Europa e 69 in USA. Il livello italiano è di 61 brevetti europei e 28 americani. Infine le pubblicazioni scientifiche di valore (citate spesso nei periodici qualificati) sono 31 all’anno e per milione di abitanti in Europa e solo 18 in Italia.

Sono inadeguati i nostri piani per riguadagnare l’enorme ritardo. La situazione non implica solo minore prestigio. Peggiora anche la bilancia dei pagamenti. Saremo sempre più destinati ad importare prodotti ad alto contenuto tecnologico. Invece esporteremo prodotti a bassa tecnologia (anche se eleganti, in nome del “made in Italy”). In tecnologia, sicurezza, salute, scienza e cultura subiamo decisioni prese altrove. I nostri giovani non accedono a professionalità avanzate. Ci consola poco il fatto che non sfiguriamo davanti al Portogallo. E anche questo raffronto cambia. In Portogallo gli investimenti in ricerca e sviluppo crescono del 10% all’anno (i nostri del 2,6%) e il numero dei ricercatori cresce del 7.6% all’anno (da noi dello 0,3%).

Smettiamo di parlare in astratto di efficienza, imprenditorialità, mercato. Parliamo, invece, di progetti e imprese. Dobbiamo offrire ai giovani più scelte significative e spingerli a capire il mondo complesso di oggi, non a ripetere giaculatorie. Facciano lavori difficili e utili: creeranno ricchezza e guadagneranno di più. Con l’Istituto di Studi per l’Integrazione dei Sistemi (ISIS) abbiamo realizzato un grosso studio sugli impatti socio-economici della Tecnologia dell’Informazione e della Comunicazione. Abbiamo raggiunto risultati interessanti sui rimedi necessari.

Cominciamo dall’economia. Mettiamoci sul banco di prova. Sull’altro banco mettiamo i finlandesi. Dopo la crisi del 1990-92 (dovuta a varie cause fra cui la caduta dell’URSS) la crescita del prodotto interno lordo finlandese negli anni ’90 è stata del 40% (5% all’anno). Nello stesso decennio in Italia la crescita è stata del 15% (1,3% annuo in media). Dal ’94 al 2001, l’occupazione in Finlandia è cresciuta del 15%. Nel 2003 il PIL finlandese crescerà dell’1,5%, mentre il resto d’Europa è fermo La ricetta? Innovazione, istruzione di alta qualità, 3% del PIL investito nella sola ricerca in informatica. La Finlandia esporta cellulari e alta tecnologia in tutto il mondo, ma non solo. Applica alta tecnologia all’industria alimentare e a quella del legno: non esportano solo tronchi. Intanto in Finlandia venivano creati 32 politecnici privati di alta qualità – e c’erano già 20 università. Oggi ne hanno una ogni 100.000 abitanti. In USA c’è un’università ogni 80.000 abitanti – in Italia una ogni 840.000 abitanti e nemmeno un politecnico privato creato dall’industria. Che fare? Offrire incentivi alle industre che li creino e istituirne di statali nuovi e migliori. Uomini e donne ci sono: mancano cultura e imprese concrete. Si discute se modificare il numero di anni che si sta a scuola. Non serve, se in quegli anni si insegna in modo sciatto e antiquato. Occorre creare università avanzate e assicurare la qualità dell’insegnamento. Solo così i nuovi posti lavoro di alto livello produrranno più valore aggiunto. Oggi in Italia sono vacanti molti posti di lavoro per esperti telematici perché sono scarsi gli aspiranti a livello adeguato. Le scuole di qualità in alta tecnologia prosperano solo se ricerca e sviluppo sono innovativi e finanziati. Gli investimenti in ricerca sono sempre cresciuti lentamente e, in alcuni settori, tendono a diminuire.

Che dire sui drammi internazionali: povertà, ingiustizie e migrazioni verso l’Occidente e verso il Nord? Molti paesi poveri hanno risorse naturali enormi (giacimenti, energia, agricoltura), bloccate perché mancano investimenti e cultura moderna. Non servono aiuti di emergenza, ma grandi imprese internazionali e interventi tecnici. Gli impatti socio-economici sono positivi, se con la tecnologia, si esporta cultura. Ma per esportarla, bisogna averla. I canali TV italiani contengono cultura sotto forma di tracce (come dicono i chimici se la percentuale è minima, non misurabile). Dovremmo, invece, usare media e TV soprattutto per innalzare la cultura. E’ possibile farlo in modo avvincente, se scienziati e ed eruditi imparano a comunicare. Ci serve una rivoluzione di cultura, non di contabilità.

Fattori che costituiscono premesse all’innovazione tecnico-scientifica in Italia raffrontati  : rispetto alla media europea rispetto agli USA
N° ricercatori ogni 1000 lavoratori 0,62 0,4
Crescita annua % del numero precedente 0,1 0,048
Nuovi laureati in scienza e tecnica ogni 1000 cittadini fra 25 e 34 anni di età  0,3  0.34
Investimenti in ricerca e sviluppo /PIL 0,52 0,38
Crescita annua % del numero precedente 0,86 0,46
Investimenti in ricerca e sviluppo dell’industria rispetto alla produzione industriale totale  0,42  0,28
Crescita annua % del numero precedente 0,77 0,46
Budget governativo di ricerca rispetto al totale 0,68 0,32
Investimenti in nuove imprese innovative/PIL 0,34 0,08
Brevetti europei/ogni milione di popolazione 0,48 0,5
Brevetti USA/ogni milione di popolazione 0,4 0,09
N°lavori scientifici molto citati/ogni milione di popolazione  0,58  0,36

Si vede che l’Italia è alla retroguardia e peggiora. Capacità e potenziale innovativo sono metà della media europea e un terzo di quelle USA. Siamo allo stesso livello di Grecia e Portogallo.

  EU15 Italia Tasso annuo EU15 crescita Italia
N° ricercatori ogni 1000 lavoratori     5,3   3,3   2,9 % 0,3 %
Laureati S&T ogni 100.000 giovani (età 25-34)   55 17   0,37 % N. D.
Investimenti in R&D come % del PIL     1,9   1   3 % 2,6 %
Invest.industriali in R&D in % produz.industria     1,4   0,6   4,9 % 3,8 %
Spese governative % in ricerca     2   1,36   0,61 – 0,08
Brevetti europei/milione abitanti.anno 125 61 12 % 10 %

 

Un obiettivo concreto e urgente dovrebbe essere quello di integrare su scala regionale, interregionale e trans-nazionale il miglioramento della qualità della ricerca, l’eliminazione di duplicazioni degli sforzi e la disponibilità di servizi di consulenza e di arbitraggio (refereeing) soprattutto a favore delle piccole e medie aziende. E’ auspicabile che venga considerata l’opportunità di creare un tale servizio in rete con l’interessamento e la supervisione della Commissione Europea. Le Direzioni Generali della CE hanno un lungo record di attività nel campo e da anni hanno individuato e utilizzano esperti internazionali come valutatori e referee delle proposte di studio presentate. Il fine della struttura proposta, oltre a valutazione e consulenza, sarà anche quello di favorire cooperazioni, sinergie, consorzi e la eventuale creazione di aziende virtuali.