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I racconti del Premio letterario Energheia

Ima_Andrea Cantori, Castelfidardo(AN)

_Racconto finalista quarta edizione Premio Energheia 1998.

 

Siamo le uniche donne che girano per le strade come dentro a stanze vuote.

Sono Ima e sono, o per lo meno ero, una delle tante donne di Kabul. Prima della guerra ero un’insegnante. Avevo una casa e degli amici. Uomini e donne. Mi truccavo e portavo begli abiti rosso sangue, potevo girare per le vie di Kabul senza nessuno che mi accompagnasse e soprattutto senza burqa, il nostro velo, che ora come una prigione mi nasconde ai miei amici, ai miei genitori, a Haider.

Prigioniera tra la folla.

Una volta giravo per i giardini tenendomi per mano con Haider, mentre baciandoci e dicendoci che ci amavamo, cominciavano a venire le prime rughe. Sembrava sciocco, ma non lo era, ora non più.

Una volta avevo una classe con ventotto bambini, maschi e femmine, che vocianti mi accompagnavano alla sera, completamente distrutta da quel duro compito.

Una volta potevo girare per strada da sola, salutare chi volessi, parlare con uomini e donne, lavorare, studiare, truccarmi; ora non più.

I Talebani non lo permettono più. Ci hanno dato un velo che ci copre dalla testa ai piedi, un velo magico: ci permette di scomparire. Scomparire in mezzo alla gente. Anche Haider ora non mi vede più. Deve non vedermi perché altrimenti un giorno potrei non vederlo più io. Dopotutto non c’è più niente da vedere.

Sono uscita con mia madre Atima per recarmi alla scuola dove lavoravo, per riprendermi i miei pochi oggetti personali, dopo che li avevo lasciati lì con l’irruzione dei Talebani che erano entrati con la forza.

Mi metto il velo e chiamo mia madre per farmi accompagnare.

Per le strade impolverate di Kabul, i bambini giocano con quei quattro stracci che portano sulle loro spalle. Il pallone buco che calciano è più forte delle loro piccole gambe. Ruzzola per qualche metro e si ferma per un altro calcio che non l’avrebbe di certo mandato lontano. Ad ogni rantolo del pallone la polvere bianca delle strade si posa sulle loro scarpine. Facendo lente serpentine tra i pali della corrente elettrica, i bambini si allontanano.

Guardare dei bimbi giocare non è proibito dalla legge islamica, ma qui a Kabul, dove la legge è fatta, minuto per minuto, potrebbe essere pericoloso.

Il bianco delle case ora è costellato da fori, macerie, squarci nelle pareti. L’intimità di una bella villetta è messa in piazza da una granata. La sala delle preghiere con i suoi tappeti è oramai un rifugio per i cani. La dolce sala dell’arghilè di Hamed è ancora lì, al suo posto, la s’intravede dal telo di plastica trasparente messo al posto della parete abbattuta.

Anche Hamed non pensava a questo. Anche lui, come tutti noi, pensava che non si sarebbe mai arrivati a tanto.

Dopo la guerra che ci ha fatto rinunciare a tutto, pensavamo che peggio di quello che avevamo visto non potevamo vedere. Vedere la grafite delle lavagne mischiata con il sangue per terra, lapidi che giorno dopo giorno prendevano il posto dei nostri amici, tutta la nostra vita cancellata,… il nostro paese… dove c’era tutto… dove c’è ancora tutto… dove c’è tutto e tutto c’è negato.

L’uomo vestito con una camicia bianca e un paio di jeans fa finta di niente, mentre pulisce una macchia di sangue con una scopa. Ci butta un secchio d’acqua. L’acqua lava via tutto, ovunque passi. Sia che passi sulle mani che sotto i ponti.

All’angolo della strada c’è Haider. Non mi ha riconosciuta sotto il gran velo che mi copre totalmente. Gli passo davanti seguita da mia madre. Non mi volto neanche, ma sono certa che mi ha riconosciuta, ne sono certa.

Tiro dritta verso la scuola. Dentro, l’atrio è deserto. Neanche un’anima è presente in quell’edificio. Faccio la prima rampa di scale che mi porta al primo piano. Percorro l’ampio corridoio ed arrivo nella mia aula. Tutto è rimasto come il giorno che fecero irruzione.

Apro il cassetto e comincio a prendere le poche cose rimaste: una penna, qualche quaderno, un piccolo Corano.

– Che cosa fai qui, donna?

È stato un attimo. Il cuore mi si ferma. Rimango immobile come quando si vede la belva. Sono tre uomini che immobili come statue, dalla porta, mi osservano in silenzio. Come un monumento alla paura.

– Che cosa fai, donna? – Mi ripete.

– Sono solo venuta a prendere il mio Corano che…

Non riesco a finire la frase, sono troppo terrorizzata. Poi uno dei tre, quello che ha parlato, comincia ad avanzare piano, verso di me. Un passo lento. Il rumore dei suoi sandali per la stanza. Una minaccia più che efficace. Sono terrorizzata. Non posso muovermi. Mia madre al piano inferiore è troppo lontana per aiutarmi.

Lì di fronte a me, comincia a fissarmi. Il mio sguardo non si è staccato dalla cattedra. Cerco un cassetto magico che mi permetta di uscire da quella stanza, che mi possa portare fuori da lì.

– E così ti permetti di rientrare qui, da sola.

– Non sono sola, mia madre è di sotto che aspetta.

– Chi ti ha interrogato, donna? Parla solo quando te lo si chiede.

– Allah ha dato il canto agli uccelli per rompere il silenzio, non per custodirlo.

– Agli uccelli ha dato il canto per allietarci, a noi i fucili per far rispettare le sue leggi. Questo è il disegno perfetto di Dio.

– Di Dio o il vostro?

– Di Dio o il nostro non fa alcuna differenza.

– Il mio cuore è lieto al pensiero che i nostri combattenti sanno perché il colore del cielo è blu e le nostre terre verdi.

– La tua insolenza ti farà conoscere anche il colore del tuo sangue.

– Il pugnale della libertà deve bere sangue per mantenersi lucido, e il sangue di un innocente è uguale a quello dell’infedele.

– Questo è necessario per far rispettare la legge di Dio.

– Di Dio o degli uomini.

– Noi siamo la voce, gli occhi, le mani di Allah – Mentre dice questo, alza il pugnale verso la mia faccia. Punta la lama verso gli occhi e con tono sibillino mi dice: – E questo è il pugnale di Allah.

– È mai possibile che un Dio abbia bisogno di armi più potenti della comprensione e del perdono?

– Quelle sono le armi dei deboli e degli infedeli.

– È più debole colui che ha paura di fronte alla propria morte o colui che diventa la mano della morte per paura…

Non riesco a finire di parlare che già è balzato su di me, prendendomi la faccia e sbattendomela con forza sulla lavagna. Gli altri due si pongono ai lati con i kalasnikov puntati.

Fisso gli occhi sulla faccia rossa dall’odio del combattente che mi parla. Digrigna i denti, comincia a respirare con affanno, i suoi occhi neri mi fissano fermi come stelle nel cielo.

– Brutta sgualdrina…

– Lasciatela stare!

Haider è sulla porta dell’aula. È lì che li fissa con uno sguardo pieno di paura. I tre si voltano di scatto!

– E tu cosa vuoi?

– In troppi si sono accaparrati il diritto di essere la voce di Dio, in troppi vi siete sbrigati a coprirvi dietro il nome di Dio. Vi siete nascosti dietro le sue parole, le avete usate per condannare a morte persone innocenti, ve le mettete in bocca per giustificarvi, le ponete in una mano mentre nell’altra impugnate i coltelli, ci ponete il Corano sugli occhi per non farci guardare attorno… Haider continua a parlare anche dopo che lo afferrano e lo trascinano in una stanza lontana.

– Vi permettete… di chiamarvi la voce di Allah… ma Allah non ha bisogno di voce per guidarci…

Le sue parole continuano a rimbalzare sulle pareti della scuola malgrado cercassero di farlo stare zitto picchiandolo. Io sono sulle scale quando, immobile, ascolto le urla che rompono il suo folle discorso. Mi fermo un attimo, solo un attimo e poi via.

Fuggo via come non sono mai fuggita.

– …Voi non siete altro… che sporchi assassini,… come può Dio… usare la vostra brutalità di cani… per uccidere le nostre anime… quando ha armi come la bellezza del cielo, come le nostre verdi montagne,… come le nostre forti donne… che sciolgono l’odio dei nostri cuori.

Dio ha armi più potenti dei vostri fucili.

Sento ancora la voce di Haider che strilla dalla finestra aperta. Poi più nulla.

Mi sono chiesta perché ho voluto scrivere questa storia.

In fondo l’ho voluta scrivere solo per voi! Per voi che non sentite le urla delle nostre donne, per voi che non sentite i lamenti dei nostri uomini, per voi che non avete visto le nostre belle case distrutte dalla follia, per voi che non sentite la paura dello sparo.

Sì, perché le pallottole fanno paura solo quando le senti fischiare sulle teste.

Voi non potete capire il nostro terrore, la nostra paura, la nostra vita.

Ma potete aiutarci, potete aiutarci a ricostruire il nostro paese, un paese bellissimo, dove la gente è cordiale, dove la follia di pochi ha distrutto le vite di molti, per la loro pazzia sono state poste frontiere impenetrabili da dove non si può più entrare e uscire.

Li chiamano i confini del nuovo Afghanistan dove i guerriglieri di Allah vigilano e ci proteggono dagli infedeli.

Vi prego, credetemi. Non è così, noi non siamo così. In Afghanistan le persone hanno orizzonti e non confini.

Ci potranno togliere il nostro lavoro, la nostra vita, i nostri amici, i nostri mariti, ci potranno chiudere dentro stanze vuote ma non potranno mai toglierci i nostri orizzonti.