Caricamento in corso
L'angolo dello scrittore

Il plurale di curriculum è curriculum

_ di Matteo Bordone_

 È una delle poche volte in cui la foto di un post su Freddy Nietzsche viene spiegata. Lo faccio subito: Walt serve a rendere chiaro il concetto del titolo, senza tante storie, con le minacce. Se poi vogliamo spiegare, spieghiamo.

Ho visto un servizio a Ballarò in cui si parlava della meritocrazia, di come stiano cambiando le cose in questo paese, e di come per il nuovo posto di capo dell’AGCOM (l’autorità garante per le telecomunicazioni) siano arrivati 90 (novanta) curriculum. Tutti gli interpellati snocciolavano le sillabe della parola “cur-ri-cu-la” con un gusto quasi erotico. E sbagliavano. Tutti.

Curriculum è una parola latina, un sostantivo neutro della seconda declinazione. Al plurale nominativo in latino fa curricula, è vero. Ma noi siamo italiani, e parliamo italiano. Siccome curriculum non è una parola italiana, e non risponde alle regole della lingua italiana, va intesa come una parola straniera, come un prestito importato da fuori che ormai fa parte del nostro lessico. I prestiti non si declinano. Perché? Perché le desinenze non sono le nostre, e cozzano con le nostre producendo effetti ridicoli, sgraziati, disarmonici. Non solo, ma l’uso di prestiti è già a rischio di scarsa comprensibilità, e esclude una parte della popolazione: se si impone la conoscenza delle lingue per produrre i plurali (provate col tedesco o col greco), la cosa diventa inammissibile, stupidamente e volutamente elitaria. Non è un caso che le parole che hanno uscite simili a quelle dell’italiano non vengano declinate: manca quel brivido da alfieri della propria licealità. Oltre ai prestiti facili, anche quelli difficili sono risparmiati; solo quelli che stanno a metà diventano un vassoio su cui esporre un distinguersi specioso e tristanzuolo. I climax musicali non diventano climakes quando ce n’è più di uno nella stessa opera; i corpus non sono mai corpora, anche se sono parecchi; i cactus, perfino quelli abbondantissimi sardi di Berlusconi, non passano a cacti; i referendum dei radicali, che ne hanno fatti mille, non si sono mai tramutati in referenda.

Quindi curriculum resta curriculum. I 90 (novanta) dell’AGCOM sono 90 curriculum. Chi vuole parlare latino si iscriva ai club di latinisti: ce ne sono tanti in giro per l’Europa, e offrono conversazioni vere in latino, col femminile, il neutro, il plurale, il singolare, e tutti i casi. Gli altri ci pensino un secondo, diano retta a me, se non a Walt, e la finiscano.

Già che ci siamo, diciamo anche che, come ho già scritto qui molto tempo fa, la meritocrazia è una cretinata. La meritocrazia è un effetto della accountability [Rispondibilità? Accontabilità? Riferibilità? Urge un neologismo!], cioè la condizione di chi risponde di qualcosa; nello specifico, la responsabilità di assumere qualcuno. Se io rispondo delle assunzioni che avallo, non assumo incompetenti. Finché chi assume non rischierà mai niente di niente, non assumerà mai persone più preparate e capaci. Non solo preparate, attenzione, perché quello è il mondo fatato in cui il pezzo di carta produce assunzioni; le persone devono essere preparate e capaci. Se non lo sono, e la cosa emerge, chi dà loro lo stipendio la paga. Così funziona. La meritocrazia è un effetto del senso di responsabilità, non un accorato consiglio ai condottieri dell’industria. Il resto sono cretinate.

PS – I dischetti di plastica che recano una cifra in denaro stampata sulle due facce, e si usano sui tavoli da gioco o alla roulette del casinò, si chiamano fiches. Questo per distinguerli dalle fiche, quelle del quadro di Courbet, bellissime, che stanno tra le cosce delle femmine.