Il bar delle anime perse, Alessandro Longato_Olgiate Olona(VA)

Racconto finalista venticinquesima edizione Premio Energheia 2019

La vetusta utilitaria brontolava come una vecchia megera irritata ed era l’unico suono che facesse da sottofondo al viaggio del ragazzo. Tornava da un sopralluogo in una fabbrica, dove il responsabile lamentava problemi con i macchinari venduti dall’impresa per cui lavorava. Lui di macchine industriali non ne capiva un accidente, aveva il diploma di liceo classico. Era riuscito ad ottenere il lavoro tramite uno zio di un amico di suo fratello di cui non ricordava nulla, nemmeno il nome, tranne forse che era un pezzo grosso nell’azienda. Così lo inviavano su e giù per capannoni e lui era costretto ad ascoltare prolisse e dettagliate relazioni sulla miriade di guasti da cui erano afflitti quegli apparecchi. Annuiva continuamente, assicurando un intervento tempestivo di un tecnico. Se poi quest’azione da parte dei suoi datori di lavoro ci fosse o no non lo sapeva, e in verità nemmeno gli interessava.

La notte scorreva cheta oltre i finestrini e solo qualche rudere compariva dall’oscurità ai lati della via. Nessun’altra automobile oltre la sua fidata, vecchia e malconcia Panda percorreva quel cammino desolato. Ma dopo mezz’ora di quel paesaggio immutato, gli venne il dubbio d’essersi perso. Scrutava il buio con un’attenzione certosina, in cerca di un qualunque cartello o segno che gli comunicasse dove fosse finito. L’unica cosa che parlò agli occhi del giovane fu una triste e anonima insegna luminosa gialla che recava solo la scritta “BAR”. Né un nome né un simbolo accompagnava quella dicitura. E com’era facile aspettarsi dalle premesse, da fuori il locale pareva proprio una bettola. Lui però era stanco di guidare in quel modo, errando senza avere idea in quale contrada si trovasse. Entrò, senza troppo entusiasmo né voglia di avere a che fare con i frequentatori di quel sordido posto.

Con sommo sollievo del ragazzo i pochi avventori non sollevarono neanche lo sguardo al suo ingresso, intenti com’erano a fissare persi il vuoto, i loro bicchieri oppure a vuotare questi ultimi. Si accomodò su uno sgabello presso il bancone, anche se “accomodarsi” è fuori luogo, data la straordinaria scomodità di quel pezzo d’arredamento. Si guardò intorno. Muri incrostati, vecchie foto alle pareti, pavimento sporco, atmosfera fumosa… tutto era come se l’aspettava, avrebbe quasi potuto definirlo uno scantinato trascurato.

Il barista ritto ed intento a pulire dei boccali sembrava essere l’unico interessato al nuovo arrivato. Lo squadrava con un misto di curiosità ed apprensione. “Come ti chiami, ragazzo?” chiese, con una voce roca da fumatore incallito. “Federico”, rispose quello, titubante.

“Carne fresca…” fu il commento che giunse dalla sua destra. Federico si voltò verso la fonte di quelle parole, tra l’innervosito e il timoroso. Proprio sullo sgabello accanto al suo era seduto un uomo di mezza età con profonde rughe sul volto e gli occhi allucinati, che si erano piantati come chiodi su di lui.

“Cosa ti porto, ragazzo?” domandò il barista, richiamando l’attenzione del giovane. Aveva ignorato l’altro uomo e tacitamente suggeriva al ragazzo di fare lo stesso. “Una birra”, balbettò, ma tornò subito ad osservare l’individuo che si trovava al suo fianco. Sull’avambraccio destro, lasciato scoperto dalla manica arrotolata della camicia a quadri che indossava, facevano grottescamente capolino sette grosse cicatrici parallele fra loro. Federico cominciò a fissarle, chiedendosi cosa fossero e rabbrividendo ad ogni ipotesi che l’aspetto dell’uomo gli suggeriva.

“Immagino tu voglia sapere cosa siano”, articolò l’inquietante personaggio. Il ragazzo annuì, turbato. “Una per ogni persona che ho ucciso.” Federico raggelò. Sul suo volto si dipinse un’espressione di incredulità e di terrore. L’uomo lo notò e con un mezzo sorriso aggiunse: “Non ti devi preoccupare, come nessuno in questo bar. Le mie vittime erano solo perpetratori del male più assoluto. Ho salvato numerose vite dalla sofferenza, chissà quanti hanno un enorme debito con me senza neanche saperlo!”

Fece una pausa, mandò giù un sorso dal suo bicchiere e riprese a fissare il giovane. Lui sudava freddo, sempre più impaurito.

“Forse ti starai chiedendo come abbia partorito un’idea così lontana dal sistema di valori di una comune persona. Tu ti sei mai chiesto perché mangi?”

La domanda spiazzò Federico, non capiva dove volesse andare a parare l’altro con quel quesito.

“Rispondo io per te: è una tua necessità. La mente ti avvisa quando ne hai bisogno e la assecondi, in modo che il tuo corpo possa continuare ad operare. Per me vale lo stesso con l’omicidio. Che mi piaccia o no devo compierlo, come devo mangiare o dormire, altrimenti rischierei di impazzire veramente in questo mondo già folle. Come ti ho detto cerco poi di farlo nel miglior modo possibile, ma i sensi di colpa mi assaltano in ogni caso.”

Finì il proprio drink e si alzò. “Grazie per la chiacchierata. E ricorda, ragazzo: la vita è soltanto un assaggio”, disse mentre usciva nel buio.

Il ragazzo era scosso, tuttavia si ritrovò a riflettere sulla logica, assurda sì, ma anche a modo suo coerente, di quelle parole. Intanto il barista gli aveva poggiato davanti una pinta di Guinness e lo osservava di sottecchi, per spiarne la reazione.

Il flusso di pensieri fu interrotto da una frase traballante come un equilibrista alle prime armi: “Barista, un altro giro!” La ragazza che l’aveva pronunciata era seduta ad un tavolino alle spalle di Federico. Il viso era consumato da anni di dipendenze e davanti a lei torreggiavano già numerosi bicchieri vuoti.

“No,” rispose con un sospiro l’interpellato, “per questa notte ti sei già avvelenata abbastanza.” Nella perentoria affermazione si poteva cogliere un fondo di dolcezza.

La ragazza abbassò lo sguardo sui bicchieri. “Un whiskey?” chiese implorante. L’uomo dietro il bancone scosse la testa. “Un gin tonic?” Un altro gesto di diniego. “Una birra?” All’ennesimo rifiuto si alzò barcollante, ma dopo pochi passi rigettò un fiume d’alcool, accasciandosi a terra. Il barista afferrò prontamente uno straccio e uno spazzolone, come se per lui fosse una routine. Pulì la bocca della ragazza e la adagiò sulla panca imbottita da cui s’era alzata. Rimosse il vomito dal pavimento e riconquistò il suo posto dietro il bancone.

“Tieni molto a lei?” chiese Federico. La domanda lasciò interdetto il barista, che stava osservando l’alzarsi e l’abbassarsi ritmico del petto della ragazza. Lui ne aveva viste di persone, una moltitudine immensa, ed era quasi in grado di prevederne il comportamento, ma quel ragazzo l’aveva sorpreso. Aveva tutto l’aspetto del giovinotto della classe media scialbo e privo di obiettivi. Si chiedeva addirittura come fosse potuto entrare nel suo locale. Ma forse si era sbagliato, forse c’era sotto qualcosa di più.

L’uomo esordì con un sospiro. “La prima volta che è entrata qui era poco più di una ragazzina. Era spaesata, non aveva nessuno che si prendesse cura di lei. Abbiamo parlato tanto, ho cercato di consolarla quando compariva straziata dal pianto. Ma non è valso a nulla, lei sprofondava sempre più giù.” Si fermò. Gli occhi lucidi trasmettevano con chiarezza il dolore che albergava nel suo animo. Si passò una manica sul viso e continuò: “Arrivava alterata o in preda a deliri e spesso collassava sul bancone davanti a me. Io ero impotente davanti a tutta quella disperazione. Ho fatto tutto ciò ho potuto per aiutarla a sfuggire al gorgo che la stava inghiottendo, ma mi sono dovuto arrendere davanti all’evidenza che tenevo più io alla sua vita di quanto ci tenesse lei. Ora posso solo negarle altro alcool quando è ad un passo dal coma etilico e pulire il vomito che lascia sul pavimento”.

Federico era rimasto ad ascoltarlo assorto ed in silenzio. Ogni altra parola che avrebbe potuto aggiungere gli pareva superflua e, anzi, avrebbe solo demolito l’inconsueta complicità che il ragazzo sentiva nascere tra loro. Così l’eco del racconto rimase sospeso nello spazio tra i due, dove duellava e poi s’intrecciava col fumo sottile che si alzava dalle sigarette e dai posacenere tutt’intorno.

Dall’oscuro fondo del locale emerse un vecchio che indossava un completo elegante, ma macchiato e lacero in più punti. “Stasera hai i soldi?” lo apostrofò il barista, prima ancora che l’altro potesse emettere anche solo un fiato. Il vecchio si fermò ad un passo dal bancone, scuro in viso nonostante la tinta rubino del naso. “L’idea del denaro non è altro che la generatrice dei peggiori istinti che muovono l’Uomo e le monete sono la sua proiezione materiale. Questo sistema presuppone che ogni cosa abbia un valore intrinseco dettato non da quanto un determinato oggetto possa essere utile o necessario alla vita umana, bensì legato ad un falso senso di esclusività, il quale concorre solamente ad aggravare la dolorosa frammentazione dell’umanità. Quindi no, non ho soldi stasera”, declamò quello. Appena ebbe terminato cercò di riprendere fiato appoggiandosi con un braccio ad uno sgabello.

Il barista si permise una risata sarcastica. “Vuoi recitare questa farsa ogni sera? Ti ho già dato una spiegazione innumerevoli volte, ma, visto che sei troppo abbarbicato al tuo glorioso passato per recepire le mie parole, ti accontento. Qui il valore delle monete è solo simbolico, rappresentano il tuo passaggio tra queste mura, sono un ricordo che attraverserà le epoche. È solo memoria della tua vita e del tuo spirito che ti chiediamo, non un prezzo per il tuo soggiorno.”

“Come osi darmi dell’attore farsesco?” replicò prontamente l’anziano. “Sai chi sono io? Io sono il presidente del Circolo degli Accademici e il professore più considerato della più blasonata università della nazione, con alle spalle numerosissimi premi e pubblicazioni! Non puoi permetterti una tale insolenza dinanzi ad un così illustre personaggio!”

“Forse lo eri trent’anni fa, ma ora non sei nessuno e, a causa della tua testardaggine, presto neanche questo luogo si ricorderà più di te”, lo riprese di nuovo il barista, con tono calmo e braccia conserte.

La rabbia sbollì subito sul volto del vecchio. Abbassò le iridi ormai mansuete sul giovane che sedeva davanti a lui. “Ragazzo, hai qualche spicciolo?” chiese. Federico stava mettendo mano al portamonete, ma il liquorista gli poggiò la mano sul braccio, invitandolo a non portare a termine il gesto. “Il ricordo, così come la moneta, devono essere suoi”, spiegò. Vedendosi negare anche questa opportunità, il vecchio professore sfilò fuori amareggiato e senza più il piglio energico e quasi irritante che lo contraddistingueva.

Un brusio si levò tra gli avventori, invadendo ogni anfratto. Ogni paio di occhi era rapito dalla televisione appesa ad una parete, che fino a quel momento era rimasta muta. Qualcuno urlò al barista di alzare il volume. Sullo schermo un cronista stava descrivendo con voce annoiata la dinamica dell’arresto di un presunto omicida, annunciando poi delle immagini in esclusiva dell’accaduto. Apparvero poi gli stessi occhi folli che tanto avevano inquietato Federico poco prima, mentre l’uomo con le cicatrici veniva costretto dalle manette e poi caricato su un’auto.

“L’hanno arrestato…” sussurrò il ragazzo. “Cosa ne sarà di lui ora?” domandò rivolto al barista. “Probabilmente lo giustizieranno. Forse però è ciò che desiderava fin dall’inizio…” rifletté quello. Il teleschermo tornò muto, mentre su di esso continuavano a susseguirsi volti vuoti che muovevano spasmodicamente le labbra, non emettendo alcun suono.

Nel bar tornò la bonaccia, ma non durò molto. Prima come singole gocce separate da un breve intervallo di tempo, poi come dirompente cascata, il battere forsennato dei tasti di una vecchia macchina da scrivere inondò ogni orecchio e spazzò via ogni altro suono. Tutti erano rivolti in quella direzione, chi irritato, chi indifferente, ma la maggior parte dei presenti aveva un brillio speranzoso negli occhi. L’elegante tavolino di mogano crepitava e scricchiolava sotto quella furia creativa e continuò così per cinque minuti buoni. Poi di colpo cessò, come aveva iniziato. Lo scrittore liberò il foglio dallo strumento e si pose al centro del locale. Il suo sguardo guizzò su ogni persona nella stanza. Quando arrivò a Federico ammiccò leggermente, sorpreso di vedere una faccia nuova. Si schiarì solennemente la voce, ma, appena posò gli occhi sulle prime righe, tutta la gaiezza gli svanì dal volto. Tornò con passi frettolosi al proprio scranno e rilesse ancora e ancora il foglio. Poi, con lentezza inesorabile, estrasse dalla giacca beige un accendino e arse il pezzo di carta nel posacenere. Gli spettatori tornarono delusi alle loro attività.

Quando dell’opera non rimase che un mucchietto di cenere fredda, lo scrittore si diresse al bancone e si sedette proprio accanto al ragazzo.

“Mi sarebbe piaciuto sentire ciò che avevi scritto”, esordì Federico.

“Oh no, fidati di me, non ti sarebbe piaciuto. Ogni testo è scritto per essere letto e quello non era degno di toccare né la vista né l’udito di una persona.”

“Di questi tempi anche la peggiore spazzatura viene spacciata per libro ed ha successo. Quindi cosa ti blocca?”

“Hai ragione, non capisco proprio cosa ci trovino le folle in quel ciarpame. Ma l’approvazione dei lettori non vale niente se a monte non ci sono vere emozioni. Io ho consacrato la mia vita al far sobbalzare il cuore in chi legge, trasmettendogli ciò che provo. Per questo mi sono imposto una regola: se non emoziona l’autore, che conosce ogni singolo particolare della storia, non deve essere letto. Lo scopo di ogni vita deve essere quello di provare e generare negli altri sentimenti, tramite l’arte o anche solo tramite il proprio essere. Io ho scelto la via più ardua, quella del creare.”

Mentre lo scrittore delineava con chiarezza le proprie idee, Federico non poté fare a meno di applicarle alla propria vita. Da quanto non si sentiva genuinamente felice? Ritornò con la mente a lunghe passeggiate sul lungofiume, mano nella mano con la persona più cara che abbia mai avuto. “Troppo”, fu la risposta che trovò dentro di sé. Da quanto non smuoveva il cuore di qualcuno? La risposta fu la medesima.

“Ti auguro buona fortuna per la tua vita e ti invito a basarla sui sentimenti”, concluse lo scrittore.

“Anch’io te ne auguro e spero di imbattermi in qualcosa di tuo in una libreria in futuro”, rispose Federico sorridendo.

La porta del locale venne aperta con forza, sbattendo con fragore. Fece il suo ingresso un uomo sui trent’anni, occhi cerchiati ed espressione truce. Tutti smisero di parlare, qualcuno impallidì e il barista per poco non lasciò cadere la bottiglia che stava riponendo. Si mosse zoppicando verso il bancone e intorno a lui si creò il vuoto. Lo scrittore sbiancò e tornò di corsa al suo tavolino. Quando il nuovo arrivato si fu seduto sullo sgabello, presso il bancone era rimasto solo Federico, al capo opposto della fila di sedili.

Il barista si avvicinò con faccia totalmente inespressiva. “Sei tornato…” gli disse con voce flebile e un poco meravigliata.

“Già. Pensavi di esserti sbarazzato di me?” rispose l’altro, sprezzante. “Questo”, urlò, indicando una vistosa cicatrice circolare sotto il mento, “è successo solo a causa tua. Se non fossi mai entrato in questo buco e non avessi confidato a te i miei problemi, seguendo poi i tuoi consigli, lei sarebbe ancora con me e io non avrei tentato il suicidio.”

Il volto era contratto e la bocca digrignata a causa del dolore. Prese un flaconcino dalla tasca e svitò il tappo.

“Non più di due”, gli ordinò freddamente il barman.

“Sono passati i giorni in cui mi imponevi cosa fare. Ora do ascolto solo a me stesso”, articolò a fatica l’uomo, ingoiando mezza dozzina di pillole.

“Ti sbagli. Io ti ho ascoltato, come ho ascoltato chiunque altro qui dentro. Ti ho dato dei consigli, è vero, come ne ho dati a chiunque altro qui dentro, ma tu hai travisato le mie parole. Tu hai agito in modo folle e hai pagato il prezzo della tua follia. Se lei ti ha abbandonato è solo colpa tua, come è stata una tua decisione puntarti una pistola alla testa. Non incolpare gli altri per i tuoi comportamenti autodistruttivi.”

L’uomo si alzò di scatto, rovesciando all’indietro lo sgabello. Con un gesto furioso spazzò via dal bancone i boccali abbandonati dagli altri avventori, sbatté un’ultima volta i pugni sul tavolo ed uscì. Il barista fissava affranto i rigagnoli di birra che scorrevano sul bancone davanti a lui, per poi gocciolare mogi sul pavimento. Poi si rivolse a Federico. “So cosa ti stai chiedendo”, gli disse.

Una domanda fremeva sulla linguale del ragazzo già dai suoi primi minuti di permanenza nel bar: dove diavolo era entrato?

“Questo luogo esiste da secoli, è nato quando nacque il concetto stesso di civiltà. Tutti coloro che sono persi, che hanno bisogno di una spinta, lo trovano apparentemente per caso, ma in realtà è il bar stesso che trova loro. È slegato dallo spazio che lo circondano, è ovunque e da nessuna parte. Tutti qui hanno una storia e cercano la ragione o l’attimo per spiccare il volo. Anche tu, inconsapevolmente, hai questa necessità. Non indugiare qui oltre, potresti smarrirti nei labirinti della tua mente. Ora vai e goditi il tuo tempo tra le persone”, spiegò il barista.

A Federico non servì altro. Sussurrò un “grazie” ed uscì, mentre alcune mani si levavano in segno di saluto.

Guidò la sua auto ora certo della via da seguire e tornò a casa. La spia della segreteria del telefono lampeggiava. Fece riprodurre il messaggio e un timbro maschile e caldo fuoriuscì dall’apparecchio. “Quanto mi era mancato il suono di quella voce!” pensò Federico. Alzò la cornetta e compose il numero. Due squilli, poi un “pronto” dall’altro capo lo catapultò di nuovo negli idilli di molto tempo prima. Ora che la forza e la volontà scorrevano in lui, trovò le parole che aveva soppresso da tempo. “Ho ascoltato il tuo messaggio. Che ne dici di vederci?”