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I racconti del Premio letterario Energheia

Il bambino prodigio, Gianluca Papadia_Pozzuoli(NA)

Racconto finalista Premio Energheia 2020_XXVI edizione – sezione adulti

«Con la mano destra?» chiese Arianna incredula ma la sua voce si perse nel fracasso dei bambini che uscivano da scuola. Al suono della campanella era stata trascinata fuori dal flusso impetuoso dei suoi compagni e aveva perso il contatto visivo con Teo. Lo trovò ad attenderla fuori dal cancello e il suo sguardo duro era la conferma che cercava: aveva toccato un argomento tabù. Era stata davvero una stupida, pensò mentre s’incamminarono, in silenzio, verso la fermata degli autobus. La scuola era uno dei luoghi meno sicuri per parlare di certe cose e Teo non le avrebbe mai perdonato questa debolezza. Le aveva scritto del bambino prodigio nella loro chat segreta di Telegram perché in questi casi, Teo non si fidava nemmeno di WhatsApp.

«Il tuo autobus arriva tra due minuti» le ricordò l’assistente di Google facendola tornare alla realtà. Cercò gli occhi di Teo ma lui aveva lo sguardo fisso sul cellulare, un chiaro segno che era ancora arrabbiato con lei. Avrebbe voluto richiamare la sua attenzione con una scusa ma il rumore dei droni che volavano sulle loro teste la convinse ad astenersi: la strada era ancora meno sicura della scuola.

«Che fai oggi pomeriggio?» trovò il coraggio di chiedere a Teo quando salirono sul loro autobus. Aveva uno sguardo implorante per fargli capire che era pentita di quello che era successo.

«Dopo l’allenamento ho le prove con la band» rispose lui, scostante, evitando di incrociare lo sguardo dell’altra.

«Qualche volta mi piacerebbe partecipare» disse lei con troppo entusiasmo e per quello la frase suonò un po’ falsa. «Puoi aggiungermi alla video chat su Skype

«Agli altri non piace avere estranei alle prove» rispose Teo, distrattamente, con gli occhi fissi sul video che stava guardando su Yuotube.

Arianna si arrese, così, per non dare nell’occhio, finse di guardare il suo telefono come tutti i ragazzini presenti sull’autobus. La sua mente era concentrata su quello che Teo aveva scoperto sul Dark Web, l’internet sommerso, vietato dalla legge: il bambino prodigio esisteva davvero e non era una leggenda metropolitana come volevano far credere tutti i media controllati dal governo centrale.

«La prossima è la tua fermata» annunciò lo smartphone di Teo facendola sussultare. Il tempo a sua disposizione era terminato, pensò Arianna con tristezza mentre si spostava per consentire a 3 Teo di avvicinarsi alla porta. Lui le sfiorò leggermente il fianco sinistro e uscì dal veicolo senza nemmeno salutarla. Come aveva potuto essere così stupida da rovinare tutto? La storia del bambino prodigio era il loro segreto da mesi ormai e Teo pian piano aveva imparato a fidarsi di lei. Le aveva raccontato tutto quello che aveva scoperto: l’esistenza della Confraternita della mano destra, le varie prove di abilità alle quali eri sottoposto se volevi farne parte, le riunioni che si tenevano ogni volta in un posto diverso. Teo era convinto che l’unico modo per vedere dal vivo il bambino prodigio era partecipare a una di queste riunioni segrete. Aveva passato gli ultimi mesi a cercare di entrare in contatto con uno dei confratelli e forse ci era quasi riuscito. Il processo di affiliazione era molto lungo e le prove da superare davvero complicate. Era questo che le stava scrivendo Teo prima che lei si tradisse con quell’esclamazione a voce alta che rischiava di mettere in pericolo lei e soprattutto Teo.

Non se lo sarebbe mai perdonato, pensò, mentre scese alla sua fermata. Quando girò l’angolo che portava a casa sua, fu sorpresa di non vedere nessuna pattuglia della polizia davanti al loro cancello. La speranza che le telecamere della scuola non avessero percepito chiaramente la sua frase le fece tornare il buonumore. Cercò le chiavi nel cappotto e quello che toccò nella tasca sinistra per poco non la fece svenire dallo spavento. Per fortuna – almeno questa volta – riuscì a gestire benissimo la situazione e aprì la porta di casa senza mostrare il minimo cenno di esitazione.

«Sono a casa mamma» urlò Arianna dopo essersi chiusa la porta alle spalle. Avevano scelto quella frase per avviare su Alexa una serie di automatismi. L’assistente di Amazon avviò una videoconferenza con l’ufficio della mamma di Arianna e accese il forno a microonde.

«Ciao Ari» le disse la mamma dal monitor che avevano in salotto.

«Ciao Mà» le rispose la ragazza mentre riponeva il suo cappotto nell’armadio che c’era nell’ingresso. Arianna fu scaltra a prelevare il biglietto che Teo le aveva lasciato scivolare nella tasca senza farsene accorgere.

«Tutto bene a scuola?»

«Tutto bene, grazie».

«Sei radiosa. Devi dirmi qualcosa?»

«No, anzi sì. Sono affamata» rispose trattenendo la sua evidente euforia. Doveva calmarsi altrimenti sua madre avrebbe mangiato la foglia.

«Ti ho lasciato la minestra nel forno» disse la mamma proprio mentre il campanello del microonde segnalò che la cottura era terminata.

«Allora a dopo».

«Buon appetito» disse sua madre prima che il monitor tornasse nero.

Arianna entrò in bagno e, prima di lavarsi le mani, s’infilò il biglietto di Teo nella tasca del pantalone.

Dopo aver mangiato, velocemente, corse in camera sua, con un gesto rapido prese il biglietto dalla tasca e iniziò a raccogliere tutti gli oggetti che erano sparsi sul pavimento. Con il piede spinse uno dei suoi pupazzi sotto il suo letto e, quando si stese sul pavimento per prenderlo, riuscì a leggere il biglietto. La scritta “LAGO” con l’inconfondibile calligrafia elementare di Teo, fu un colpo al cuore che iniziò a batterle forte in petto. Fece un lungo respiro per calmarsi e uscì da sotto il letto solo dopo che il suo battito era tornato regolare. Anche il minimo cambio di voce avrebbe insospettito Alexa.

«Alexa chiama Mamma» disse tranquilla e l’assistente intelligente avviò la videochiamata.

«Dimmi Ari» le chiese sua madre, che questa volta le parlava dal video che c’era sul suo comodino. «Vado al lago ad allenarmi».

«Fai bene. Le previsioni sembrano buone» aggiunse la donna controllando il meteo sul suo cellulare.

Arianna si cambiò e uscì da casa molto velocemente. Dopo venti minuti arrivò al lago e, dopo aver selezionato una playlist su Spotify, indossò le cuffie e iniziò a correre lungo la riva. Quando arrivò nella parte opposta, finse di avere un problema al polpaccio e si fermò a fare degli esercizi di stretching. In quella parte del parco c’era una zona adibita a palestra e due strutture prefabbricate fungevano da spogliatoi.

Arianna si avvicinò a Teo che era impegnato a fare degli esercizi per i pettorali con il bilanciere.

«Ti sei fatta male?» le chiese Teo continuando a fare il suo esercizio.

«Ho un problema al polpaccio. Sono venuta a fare un tentativo. Tu hai finito?»

«Si» rispose Teo e si avviò verso gli spogliatoi. Avevano scoperto che tra gli spogliatoi e i bagni c’era una zona non coperta dalle telecamere e da allora si vedevano sempre lì.

«Stamattina sono stata una sciocca» disse Arianna dopo che Teo aveva finito di controllare che non ci fosse nessuno.

«Non ci pensare, per fortuna nessuna telecamera ha rilevato nulla ma mi raccomando cerca di controllarti. Non possiamo farci scoprire proprio adesso. La Congrega della mano destra si riunisce stanotte. Te la senti?»

«Certo» rispose lei ostentando una sicurezza che contrastava con il suo reale stato d’animo. Sentiva il cuore pulsarle in gola: se non fosse uscita da quel bagno, sarebbe svenuta.

«Ti scrivo su Telegram» le disse Teo e prima di uscire dalla zona buia delle telecamere aggiunse: «ripassa le tabelline».

Arianna entrò nel bagno delle donne per lavarsi la faccia con l’acqua fredda. Dal bagno dei maschi arrivava la musica dei video che i ragazzi guardavano anche mentre facevano la doccia. Nel tragitto che la riportò a casa Arianna seguì il consiglio di Teo e ripassò a memoria tutte le tabelline. Erano mesi ormai che faceva questo esercizio di memoria prima di addormentarsi.

«Sei tornata presto» le urlò sua madre dalla cucina quando la sentì entrare dalla porta. «Non riesco ancora a correre bene. Ho fatto solo un tentativo» disse Arianna sporgendo la testa dalla porta della cucina. Sua mamma era intenta a preparare la cena seguendo un video di uno chef famoso su Instagram. «Mi faccio una doccia e poi mi metto a studiare» tagliò corto Arianna e scappò via senza darle il tempo di replicare. Con lei non sapeva mentire, era meglio evitare le sue domande.

La cena scorse via senza intoppi. La sua famiglia era troppo impegnata a guardare il cellulare per accorgersi del suo stato d’animo. Arianna non toccò cibo, aveva lo stomaco completamente bloccato dalla tensione, ma fu veloce a svuotare il suo piatto nel bidone dell’umido senza che nessuno se ne accorgesse.

«Sono stato convocato a scuola» le annunciò il padre quando Arianna si alzò da tavola per tornarsene nel rifugio sicuro della sua camera.

«Per cosa?» chiese lei con un filo di voce debole.

«Non lo so. Mi è arrivata la notifica dell’App ma non ho avuto tempo di leggerla. Credevo che tu sapessi il motivo» disse il padre alzando lo sguardo dal cellulare. Il tono polemico che aveva usato nell’ultima frase attirò l’attenzione pure della mamma che staccò gli occhi dal suo smartphone e li puntò addosso ad Arianna. Perfino suo fratello smise di chattare e, solo per un 6 secondo, la guardò in attesa di una risposta. Il tempo si fermò e Arianna sentì il suo cuore martellarle i timpani.

«Si hai ragione, mi era sfuggito di mente. È per un progetto che dobbiamo fare a scienze» disse Arianna tutto di un fiato e la sua famiglia – con un movimento sincronizzato del collo – tornò a guardare lo schermo del proprio smartphone.

Arianna dovette fare uno sforzo tremendo per uscire dalla cucina e tornare nella sua stanza perché le sue gambe non rispondevano ai comandi. Quando si stese sul suo letto e iniziò a sentire che il respiro tornava regolare si rese conto di essere in un mare di guai. Aveva mentito ai suoi genitori e la cosa più grave era che suo padre l’indomani avrebbe scoperto tutto. Riuscì a reprimere la crisi di pianto che il torpore del labro inferiore le aveva annunciato ficcando la testa sotto il cuscino. Pensò a Teo, a tutto il coraggio che quel ragazzo era in grado di trasmetterle e fantasticò su tutte le avventure che potevano affrontare insieme. La ricerca del bambino prodigio significava molto per Teo e lei avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di aiutarlo in questa missione impossibile. Anche se il prezzo da pagare sarebbe stato molto alto.

La vibrazione del suo cellulare la svegliò, si era addormentata mentre immaginava le severe punizioni che i suoi genitori le avrebbero inferto. “Sono qui fuori” le aveva scritto Teo su Telegram. Si alzò dal letto e uscì dalla sua stanza cercando di fare il minor rumore possibile. Erano le tre di notte e nella casa regnava un silenzio insolito. Recuperò il cappotto dall’armadio all’ingresso e uscì lentamente da casa.

Teo la aspettava fuori al cancello e appena la vide, tirò un sospiro di sollievo. Anche a lui la presenza di Arianna gli donava un coraggio che non credeva di avere.

«Dobbiamo arrivare al porto» le disse sottovoce.

«Andiamo» rispose lei decisa e la botta che Teo le diede sulla spalla destra in segno di approvazione le tolse ogni residuo di paura.

Teo le voltò le spalle e s’incamminò verso la stazione della metropolitana. Arianna lo seguì senza fiatare.

«Non è la strada più corta ma quella con meno telecamere. Ho studiato il percorso su una mappa vecchia di mio nonno» disse Teo mentre attraversarono i binari. Passarono in un punto, dove c’era un buco nella recinzione e si trovarono nei campi che costeggiavano la ferrovia. «Le riunioni segrete si tengono nei depositi abbandonati sul porto, nelle notti come questa: senza luna e con il mare molto agitato. Se qualcosa dovesse andare storto, il mare diventa una via di fuga alternativa». La voce ipnotica di Teo tranquillizzò ulteriormente Arianna che in quel sentiero reso buio dall’assenza di luna pensò più volte di abbandonare quell’impresa e tornare al caldo rassicurante del suo letto.

«Sono liberi?» chiese Arianna quando sentì l’abbaiare insistente dei cani che in lontananza fiutavano il loro passaggio.

«Per fortuna ci sono ancora persone che usano gli animali al posto dei più sicuri sensori di movimento» esclamò Teo per tranquillizzarla. «Ma non ti preoccupare sono tutti rinchiusi nei recinti».

Quando giunsero alla grande fabbrica abbandonata, Arianna capì che erano vicini alla destinazione. «Adesso viene il difficile» disse Teo dopo che ebbero attraversato la statale. «Questo tratto è pieno di telecamere».

«Come pensi di evitarle?» chiese Arianna preoccupata.

«Le chiese» rispose lui indicando l’edificio di fronte a loro. «L’unico posto dove è ancora difficile piazzare una telecamera. Per fortuna ce ne sono tante. Arriveremo al porto facendo un tour da veri credenti».

Teo strusciò con le spalle al muro lungo il perimetro della chiesa e Arianna lo seguì senza batter ciglio. Quel ragazzo era sempre capace di stupirla, pensò mentre un calore inaspettato cominciava a scioglierle lo stomaco. Adesso che la meta era vicina, Arianna fu felice di aver seguito Teo in quell’impresa impossibile. Sapeva che questo sarebbe stato uno dei momenti indimenticabili nella vita di entrambi, uno di quei ricordi indelebili che li avrebbe uniti per sempre.

Prima di staccarsi dal muro di una chiesa, Teo si girava verso Arianna per essere sicuro che lei ci fosse ancora. Quel cenno d’intesa, quello sguardo pieno di complicità, avrebbe accompagnato Arianna per tutta la vita, o almeno era questo che la ragazza si stava immaginando quando il drone si fermò sopra le loro teste. Sedici secondi dopo una pattuglia della polizia si materializzò dal nulla. «Dove cazzo credete di andare?» disse l’agente uscendo dall’auto. «Non è un po’ troppo tardi per andarsene in giro alla vostra età?»

La telecamera posta sulla volante li aveva già identificati e Teo poteva vedere le loro facce sul tablet che l’agente di polizia portava attaccato all’avambraccio destro.

«Volevamo fare una passeggiata» disse Teo mostrando una calma serafica.

«Scommetto che i vostri genitori saranno felici di saperlo» rispose l’uomo aprendo lo sportello posteriore. «Forza, salite, vi riaccompagniamo a casa».

«No, grazie, torniamo da soli» rispose Arianna con fermezza. Aveva recuperato la parola dopo lo shock iniziale e voleva dimostrare a Teo che anche lei era in grado di gestire quella situazione di forte stress.

«Preferite andare in centrale e rispondere di un’accusa per resistenza a pubblico ufficiale?» chiese l’agente che era alla guida della pattuglia. «Spingili dentro abbiamo già perso troppo tempo con questi due mocciosi di merda» urlò al suo collega.

«La mia amica non ha mai visto il mare di notte» disse Teo con tono supplichevole mentre il poliziotto li spingeva bruscamente all’interno della volante. «I suoi genitori non le danno il permesso di uscire» aggiunse dopo che il poliziotto aveva chiuso la portiera posteriore e si era sistemato al suo posto, al fianco del guidatore che fece partire la volante con una sgommata. «Volevo farle una dichiarazione d’amore stasera» disse Teo e vedendo che i due agenti non lo ascoltavano si schiarì la voce, chiuse gli occhi e iniziò a recitare una poesia di Fernando Pessoa. «Al di là del porto, c’è solo l’ampio mare. Mare eterno assorto, nel suo mormorare. Come è amaro stare, qui amore mio. Guardo il mare ondeggiare, e un leggero timore, prende in me il colore, di voler avere, una cosa migliore, di quanto sia vivere».

La volante si bloccò di colpo con una frenata brusca, al suo interno erano rimasti tutti senza parole: i due agenti e soprattutto Arianna che aveva le lacrime agli occhi.

«L’hai scritta tu, ragazzo?» chiese l’agente che stava alla guida e ripartì veloce imboccando la strada che portava al porto.

«Sì, l’ho scritta per lei» menti Teo quando l’auto si fermò e l’altro agente li aiutava gentilmente a uscire dall’auto.

«Via, su sparite, e tornate a casa prima dell’alba» disse commosso a Teo, poi, fece l’occhiolino ad Arianna e aggiunse: «non fartelo scappare».

Arianna e Teo rimasero immobili a guardare l’auto della polizia che si allontanava da loro. «Andiamo» disse Teo toccando la spalla destra di Arianna.

«È bellissima» riuscì finalmente a dire Arianna quando ebbero scavalcato il cancello d’ingresso al porto e si avviarono verso le gru che sovrastavano la zona industriale.

«È di Fernando Pessoa, s’intitola: Al di là».

«Mi passi il file? Vorrei caricarlo sul mio ipod» chiese la ragazza un po’ delusa, si era illusa che Teo avesse scritto veramente quei versi per lei.

«Non ho nessun file audio. L’ho letta su un libro vero».

Camminarono su quella banchina vuota in silenzio, spazzati da un vento impetuoso carico di salsedine. Il mare era talmente agitato che le onde superavano la scogliera e s’infrangevano impetuose sul quel molo deserto con un tonfo agghiacciante. Teo pensava e ripensava alla procedura che bisognava fare per essere ammessi alla riunione. Non poteva sbagliare. Il minimo errore avrebbe messo in allarme la Congrega della mano destra. Arianna cercava di ricordare i versi di quella poesia meravigliosa che le aveva tolto il fiato. La massa nera alla loro destra che fino a quel giorno le aveva sempre messo timore, adesso la attraeva. Lo scrosciare delle onde sugli scogli le infondeva un piacevole calore inatteso.

Quando giunsero alla fine della banchina, Teo prese dallo zaino che aveva sulle spalle due paia di scarpe rosse perfettamente identiche. «

Devi indossare queste» disse ad Arianna porgendole quel paio di vecchie Converse.

Teo si tolse le scarpe e indossò il suo paio di sneakers rosse.

«C’è ancora gente che indossa modelli con i lacci?» chiese Arianna dopo aver cambiato le scarpe. «Metti i lacci dentro le scarpe in questo modo» le disse Teo mostrandole come fare.

«Dove diavolo le hai trovate?» chiese lei senza ricevere una risposta.

Teo ripose le scarpe che si erano tolte nel suo zaino, fece un lungo sospiro e passò sotto la sbarra che limitava una zona di carico e scarico merci internazionali. Quando anche Arianna fece lo stesso, un drone si alzò da dietro una pila di container che giacevano a pochi metri da loro. Il drone li raggiunse in pochi attimi e quando fu vicino alla faccia della ragazza una voce metallica, le chiese: «7 per 8?»

Arianna guardò Teo in cerca di una risposta. Era disperata, aveva imparato a memoria tutte le tabelline ma adesso il suo cervello si rifiutava di funzionare. Teo cercò di tranquillizzarla con gli occhi ma il drone s’interpose tra di loro per non dargli la possibilità di suggerire la risposta. Calmati Arianna, puoi farcela, pensò Teo mentre i secondi passavano inesorabili.

«56» urlò Arianna all’improvviso. La sua memoria aveva ripreso a funzionare, le era bastato inspirare l’odore del mare per calmarsi e concentrarsi meglio sulla domanda.

«9 per 6?» chiese il drone a Teo.

«54» rispose prontamente lui.

Dovettero mettersi a correre per stare al passo del drone che era schizzato via dopo la risposta esatta di Teo. Seguirono l’oggetto volante all’interno di quel labirinto formato da file altissime di container fino all’uomo che lo radiocomandava. L’uomo, che indossava un paio di scarpe uguali alle loro, gli indicò il capannone abbandonato alle sue spalle. Teo e Arianna seguirono l’uomo fino una piccola porta che si aprì quando lui poggiò l’indice della mano sinistra su un lettore d’impronte digitali.

«Siete in ritardo» disse l’uomo e Teo e Arianna entrarono dalla porta che subito si richiuse alle loro spalle.

Si ritrovarono dentro un magazzino pieno di scaffali vuoti, c’era una puzza insopportabile di pesce marcio e solo una luce fioca che proveniva da una porta aperta nella parete opposta da dove erano entrati.

«Prima, nell’auto» sussurrò Teo quando si ritrovò la faccia di Arianna a un centimetro dalla sua. «Faceva parte del piano. Mi serviva una via d’uscita nel caso in cui ci avessero scoperto. È solo per questo che ti ho coinvolto in questa storia. Mi dispiace, avrei dovuto dirtelo prima»

«Ok, tranquillo» rispose Arianna cercando di sostenere lo sguardo di Teo.

«Ora, però, volevo dirti grazie. Senza di te non ce l’avrei mai fatta» e le sfiorò le labbra con le sue. «Andiamo a vedere il bambino prodigio» disse Arianna al settimo cielo e per la prima volta, si mosse prima di Teo, in direzione della porta aperta.

Entrarono in un magazzino al centro del quale c’erano ammucchiate alcune casse di legno. Su una di esse c’era seduto un altro uomo con le scarpe rosse. Quando si avvicinarono a lui, l’uomo porse un foglio ad Arianna. Lei lo prese con la mano sinistra tremante e quando vide 11 che sul foglio c’era un quiz di logica, capì che non ce l’avrebbe mai fatta a superarlo. Teo cercò di tranquillizzarla con lo sguardo. Avevano convenuto dei segni convenzionali e sperò con tutto il suo cuore che Arianna se li ricordasse.

«Individuare, tra le alternative proposte, il numero che completa correttamente la seguente successione» lesse ad alta voce la ragazza. «53, spazio, 71, 80, 89» aggiunse cercando di nascondere il tremolio della sua voce.

Teo aveva fatto centinaia di quei test a risposta multipla e conosceva già la risposta, purtroppo non c’era stato il tempo materiale per fare allenare allo stesso modo anche Arianna. Lei avrebbe letto il quiz a voce alta e lui le avrebbe suggerito la risposta giusta con un gesto naturale della mano. «A=63, B=62, C=65, D=64, E=66» elencò Arianna e quando vide che Teo si grattava il sopracciglio destro si sforzò di ricordare a quale lettera era collegata quel gesto. Teo le aveva insegnato una cantilena e lei l’aveva memorizzata con molta facilità. Ora, però, davanti all’elenco delle possibili risposte, quella maledetta filastrocca era sparita dalla sua memoria.

Teo ripeteva nella sua mente la canzoncina che aveva insegnato a Arianna nella speranza che lei se la ricordasse. L’uomo scrutava i due con fare sospetto e Teo dovette smettere di grattarsi il sopracciglio per non destare altri sospetti.

«Non abbiamo tutto questo tempo» disse l’uomo riprendendo il foglio dalle mani di Arianna. Era sceso dalla cassa e stava indicando ai due ragazzi l’ingresso dal quale erano entrati. «B» urlò Arianna all’improvviso facendo sobbalzare Teo che ormai si era rassegnato alla sconfitta.

L’uomo fece un giro su se stesso e indicò una porta che qualcuno aveva aperto alle sue spalle. Arianna afferrò la mano di Teo e lo trascinò verso quel nuovo varco aperto. La porta dava su un corridoio stretto, alla fine del quale c’era un altro uomo.

«Stai correndo una gara di corsa e superi colui che è secondo. In che posto sei?» chiese l’uomo a Teo quando l’ebbero raggiunto.

«Secondo» rispose il ragazzo prontamente e l’uomo aprì la porta in fondo a quel corridoio. Arianna non aveva capito la domanda ma fu felicissima di seguire Teo oltre quel varco. Si trovarono in una stanza circolare al centro della quale sorgeva un piccolo palco. Quando Teo l’abbracciò, Arianna capì che le prove di abilità erano finite.

«Ce l’abbiamo fatta?» chiese a Teo con le lacrime agli occhi e lui la strinse ancora di più a sé. I ragazzi della loro età si erano sistemati tutt’attorno al palco e una decina di uomini gli impedivano di avvicinarsi troppo. Un drone riprendeva tutto quello che succedeva nella sala e le immagini erano irradiate su una serie di monitor posti sulle pareti di quello stanzone. Quando gli occhi di Teo si abituarono all’oscurità, capì che su quel palco improvvisato c’erano due persone: un anziano e il bambino prodigio. Come in tutte le foto che aveva trovato sul Dark Web, anche quella sera, indossava una felpa nera con il cappuccio alzato sulla testa, una bandana che gli copriva il naso e la bocca e un paio di occhiali da sole vintage. Aveva la mano destra nella tasca della felpa e calzava le stesse scarpe rosse che avevano tutti.

Anche il vecchio indossava le stesse scarpe e nella mano destra aveva un cellulare con il quale riprendeva tutta la platea. Quando si avvicinarono al palco Teo lo riconobbe: era Fulvio Pistoris, il fondatore della Confraternita della mano destra.

«È un grande scienziato» sussurrò Teo nell’orecchio di Arianna «il primo a ipotizzare la teoria della mano destra. Ho letto che quando la sua scoperta è diventata di pubblico dominio qualcuno ha cercato di ucciderlo e da allora è costretto a nascondersi, a vivere ai margini della società».

Teo e Arianna si sistemarono nel cerchio che i ragazzi avevano formato ai piedi del palco, avevano tutti il cellulare nella mano destra alzata a caccia della foto del prodigio. All’improvviso le luci si spensero e il vecchio iniziò a parlare.

«Tanto tempo fa, i bambini come voi erano considerati un segno di sventura. La mano sinistra era chiamata la mano del diavolo e i mancini come voi erano obbligati a usare la mano destra. Tutti erano convinti che usare solo la mano sinistra fosse un difetto, alcune religioni addirittura lo ritenevano un sacrilegio. Gli arnesi di lavoro, gli strumenti musicali, le armi, erano tutti oggetti progettati per i destrorsi, nessuno di voi avrebbe avuto una vita facile a quei tempi» disse il vecchio suscitando l’approvazione dell’intera platea. Tutti quanti agitarono i cellulari lanciando ululati di consenso. «Si calcola che ormai da sette generazioni non nasce più un bambino destrorso, un bambino cioè che usi la mano destra per compiere i gesti automatici e quelli volontari. Quelli che tutti voi fate con la sinistra». Migliaia di flash illuminavano il volto di quel vecchio che dopo una piccola pausa, riprese a parlare. «Forse gli antichi avevano ragione, nelle antiche credenze popolari c’è sempre un fondo di verità. Vedete, negli ultimi 13 tempi, abbiamo sviluppato sempre di più il lato destro del nostro cervello a discapito di quello sinistro. Abbiamo quasi azzerato la nostra capacità di fare calcoli matematici anche semplici, non sappiamo più fare ragionamenti logici e la cosa più grave è che per noi esiste solo il presente. Riusciamo a memorizzare le cose con uno sforzo enorme e abbiamo tutti quanti un serio deficit di concentrazione e di attenzione. È per questo che è nata la Congrega della mano destra. Cerchiamo di spingere i bambini a imparare a scrivere con la mano destra».

Arianna ripensò alla calligrafia elementare di Teo e il suo cuore si riempì di tenerezza. Girò lo sguardo verso di lui e lo sorprese a fissarla. Aveva un’espressione di chi è stato colto con le mani nella marmellata. I due ragazzi rimasero a fissarsi per un tempo che ad Arianna sembrò infinito, poi il vecchio riprese a parlare.

«Lo so che per voi è impensabile liberarvi di questo tabù ma alcuni bambini hanno accolto il nostro invito e molti di loro sono qui stasera. Non avete idea di quello che riusciremmo a fare se iniziassimo a usare di nuovo il lato sinistro del cervello. È da troppo tempo che viviamo sugli allori di scoperte fatte molto tempo fa, ebbene io vi dico che se imparassimo di nuovo a ragionare, saremmo in grado di scoprire nuove cure, di inventare nuovi oggetti, perfino di dare una svolta al progresso che è fermo da molti anni» e pronunciò l’ultima frase alzando le mani al cielo. A quel gesto tutti i presenti risposero con urla di consenso e approvazione. L’entusiasmo era alle stelle e il vecchio dovette far calmare gli animi prima di ricominciare il suo discorso. «C’è un bambino stasera qui con noi che usa la mano destra da quando è nato» nella sala si alzò di nuovo un frastuono assordante. I fischi di approvazione si unirono alle grida di giubilo. «Ha imparato a memoria tutte le tabelline e conosce moltissime poesie. È in grado di risolvere dei quiz di logica senza l’ausilio di un computer. Non ci crederete, ma vi assicuro che ricorda la data di nascita di molti personaggi storici e i titoli di moltissime canzoni. Ovviamente senza usare né wikipediashazam». L’ultima frase suscitò l’ilarità di tutto il pubblico e anche Arianna non riuscì a trattenere una risata, guardò Teo che invece era serissimo e aveva gli occhi fissi sul palco ipnotizzato da ciò che stava accadendo: il bambino prodigio aveva tolto la mano destra dalla tasca e la mostrava a tutti. Una ragazza svenne e subito fu soccorsa da uno degli uomini addetti alla sicurezza. Con lo stupore di tutti i ragazzini, il bambino prodigio aveva la mano destra libera da uno smartphone e quando si accovacciò su 14 se stesso e – il drone riprese in primo piano quello che stava facendo – con un gesto veloce di entrambi le mani si legò i lacci delle scarpe con un fiocco perfetto.

«Liberate la vostra mano destra e sarete finalmente liberi» urlò il vecchio e scagliò il suo smartphone a terra. Tutti i ragazzi imitarono il vecchio e decine di smartphone andarono in mille pezzi ai loro piedi.

Arianna guardò Teo con immensa gratitudine, tutte le storie che lui gli aveva raccontato sul bambino prodigio erano vere.

Teo le afferrò la mano destra, era una strana sensazione stringere qualcosa di diverso da uno smartphone e un brivido le scosse la schiena. Arianna avrebbe voluto dire un sacco di cose ma prima che riuscisse a parlare il ragazzo alla sua sinistra, le strinse anche l’altra mano. Senza che Arianna riuscisse a capire cosa stava realmente accadendo, Teo la tirò dolcemente verso destra. Tutti i ragazzi avevano formato una catena umana e giravano attorno al palco in senso antiorario. Il bambino prodigio aveva gli occhi chiusi e mormorava una cantilena che Arianna non aveva mai sentito prima: «Giro giro tondo, gira il mondo, gira la terra e tutti giù per terra».

A quel cenno tutti i ragazzi si buttarono a terra e mentre il bambino prodigio era portato fuori dalla sua scorta personale, Arianna si ritrovò addosso a Teo.

«Che vi è preso? Perché vi siete buttati tutti a terra?» chiese lei spaventata.

«Tranquilla, è il segnale che la riunione è terminata» rispose lui aiutandola a rialzarsi. «E’ un gioco che facevano i bambini molti secoli fa» aggiunse mentre uscivano da quel magazzino. Fuori il mare era ancora in tempesta ma le prime luci dell’alba gli conferivano un’aura magica che li costrinse a fermarsi per ammirarlo.

«Questa notte difficilmente la dimenticherò» disse Arianna con gli occhi ancora pieni d’incanto quando Teo, con un cenno della testa, le fece capire che era giunto il momento di tornare a casa. Uscirono dal porto dallo stesso posto in cui erano entrati e dopo pochi secondi una volante si materializzò davanti a loro.

«Salite piccioncini» gli urlò l’agente che sedeva al posto passeggero. «Abbiamo perso il contatto con il vostro smartphone e avevamo paura che vi fosse successo qualcosa».

«Il mare in tempesta era uno spettacolo. Mi sono avvicinata troppo e stavo cadendo. Lui mi ha salvato ma i telefoni sono finiti in acqua» disse Arianna come se avesse vissuto davvero quel brutto momento.

«Posso chiederle un ultimo favore, agente?» chiese Teo quando l’auto ripartì a tutta velocità. «Dipende» rispose l’agente alla guida.

«A scuola siamo sempre insieme. Questo ci sta creando qualche problemino. Ai professori non piace questo attaccamento morboso, dicono che potrebbe avere effetti negativi sul nostro rendimento».

«Ma che ne sanno loro dell’amore…» disse l’agente alla guida mentre l’altro interrogava il computer di bordo.

«Il ragazzo ha ragione, hanno convocato il padre di Arianna per domani mattina» disse l’altro agente con disprezzo. «Che razza di retrogradi sono questi?» e con un click annullò l’invito della scuola. «Di a tuo padre che ci deve essere stato un errore nel sistema» aggiunse con tono trionfante. «Ho sistemato pure la faccenda degli smartphone. Domani a scuola ve ne daranno due nuovi di zecca».

«Grazie» disse Teo ai due agenti quando la pattuglia li scaricò fuori casa di Arianna. Camminarono lungo quel vialetto in silenzio, come se il suono di una sola parola potesse rompere quell’incantesimo.

«Ci vediamo tra poco, a scuola» disse Teo quando arrivarono fuori la porta di casa di Arianna. Solo allora la ragazza si rese conto che Teo le stringeva ancora la mano destra. Dal momento in cui avevano iniziato quello strano giro tondo, non gliel’aveva più lasciata.