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I racconti del Premio Energheia Europa

Gli stivali del sole_Eden Kaku Awumey, Parigi(Francia)

_Racconto vincitore seconda edizione Premio Energheia Europa 2003.

_Traduzione a cura del Centro di Lingua e Cultura Italiana a Parigi.

 

A lungo Luna-luna-bruciata

Ha scritto, ha vissuto contro

La follia

La follia e gli stivali che hanno

Ammazzato

Il sogno la memoria

Gli stivali sul tempo

A ricoprire il cielo, gli alberi

di rovine e di sangue

 

Nonna Luna non chiudeva mai la porta. La lasciava sempre aperta al vento ed alle fragranze della via, al vento ed ai rumori degli stivali sulle strade della città. Non c’era quindi bisogno che bussassi, per entrare da lei. Avevo solo bisogno di ritrovare questo desiderio in fondo al cuore: ritrovare Luna ed i suoi stivali. Ho detto all’amico Just, dopo il lavoro: mi accompagni? Faccio un giro dalla vecchia. L’amico Just non ne aveva il tempo, doveva finire un libro, Steinbeck, Uomini e topi… Nonna mia Luna, la sua porta aperta sugli stivali, e mi ritrovo a leggere in un altro modo le parole di Steinbeck: Uomini e stivali…

La porta dà sull’unica stanza della casa, una camera che si allunga come la vita della Nonna, lunga e nuda, lunga e scorrevole, la casa della vecchia come un’attesa, un fiume che non raggiunge mai la sua meta. Niente di speciale all’interno: un tavolo di legno bianco all’entrata accanto alla porta, sul tavolo qualche libro e la candela sempre accesa, dietro al tavolo una sedia con una giacca posata sullo schienale, una vecchia tuta dell’esercito, la giacca del nonno che sapeva ancora di tabacco e di guerra. Nonna Luna racconta, a chi voglia prestarle un po’ d’ascolto, che il nonno, a questo tavolo, scrive le sue memorie di guerra, le memorie dello stivale, precisa…

Contro il muro di fondo, il letto di ferro della vecchia e l’armadio che serve da ripostiglio. L’armadio chiuso. Ho chiesto spesso a Luna di mostrarmi i suoi ricordi. Penso che le avrebbe fatto bene rivivere l’infanzia, riparlare del paese dei suoi amori, gioie e dolori, il paese prima degli stivali… Quando correva a piedi nudi sulla sabbia, quando il padre, la sera, rientrava dalla pesca, la barca piena di sardine e di un sorriso a mezzogiorno… La stanza. Il piccolo televisore in bianco e nero era acceso, il telegiornale: l’America era arrabbiata e Kabul batteva i denti. Luna non guarda il telegiornale, passa la cera sugli stivali del nonno…

Luna è nata qui, al margine della città, il piccolo villaggio che sfiora le piantagioni di canna da zucchero. Suo marito aveva due passioni: il Rum ed il cappello di paglia. La sera, dopo il lavoro alla piantagione, girava per il mercato cercando dei nuovi nastri per il suo cappello. Attaccava il nastro sul cappello e si pavoneggiava davanti alle ragazze di strada, le ragazze del mercato. Finiva la serata al cabaret fino a notte tarda su un occhio solo e un piede solo. Su un occhio solo e un desiderio solo; fare l’amore con lei, Luna, mia luna e ripartire all’alba, a tagliare la canna e ad affogare, il suo blues, nel rum e nei nastri. Quando Luna rimase incinta, scoppiò la guerra, lui fu costretto a barattare i nastri ed il cappello di paglia con l’elmetto, la tuta e gli stivali. Lui partì per il fronte, Luna si è stabilita nel giorno nudo, nella noia e nella fame. La piccola casa ha iniziato coll’allungarsi, si stirava in lunghezza e sui lati come il vuoto e un sogno lungo, il sogno del ritorno del marito. Si stirava, la casa, lungo i muri: dal pollaio all’orto…

La pancia di Luna, nel frattempo, si ingrossava di giorno in giorno, la pancia prendeva una forma rotonda, ma non se ne accorgeva Gallo, lo sbirro che faceva la guardia alle piantagioni, quello che veniva a fare la corte a Luna. Lei diceva di no, mio marito è sul fronte, su una pazzia della storia con la sputafuoco e l’elmetto… Gallo lo sbirro incassava un rifiuto dietro l’altro, era incatenato al suo desiderio. Il rifiuto! Un muro si alzava davanti alle sue voglie. Un muro nello sguardo della donna lo escludeva dalla vista. Si vendicò sul corpo esile e sul piccolo ventre tondo di Luna, dei calci nel ventre che fecero uscire fuori dalle viscere e prima del tempo un bambino, un affare morto, un sogno di vita cacciato fuori dalla vita dagli stivali…

Su di un’ora follia

Lei, Luna luna bruciata spingeva

Le sue mani

Folli

Contro

Il passo dell’uomo di lacrime

Che veniva a portare nelle sue pupille

Un mondo morto

Luna ripassa la spazzola e gli stracci sul cuoio nero. Gli stivali del nonno brillano. Li posa sulla piccola sedia sotto il sole, li riprende in mano, passa ancora un colpo di sole e li rimette sotto il sole. Sembrava dire al sole: riscalda e purifica il cuoio, il cuoio e la vita, il cuoio e le vie, le vie e l’asfalto, l’asfalto sul quale seccano il sangue e le lacrime del sole. Il piccolo televisore trasmetteva il telegiornale, l’America gridava di rabbia…

Lei, Luna luna colata

Spingeva sull’ora

Assurda

Il mondo morto

E si figurava nel palmo della mano

Sulle piastrelle

Una città una via

Di sogno

Luna seppellì il bambino nato morto nell’orto, un piccolo buco tra il cavolo e le carote. Gallo, quanto a lui, fu dichiarato innocente dalla polizia. Era uno sbirro… Luna si rimise ad aspettare, ma giurò vendetta, voleva farla pagare a Gallo lo sbirro, voleva incastrarlo, ma non c’erano prove. Non c’era traccia della violenza fatta al tempo e a Luna mia luce… C’erano queste tracce di morte sulla città, ma non si sapeva mai da quale parte fosse fuggito il fabbricante di morte. C’erano, sulle nostre piastrelle e nelle nostre teste, delle ombre e dei buchi, ma non si trovava mai per dove fosse scappato il fabbricante di tombe. Luna ha conosciuto un narratore dei suoi primi amori, non era bello e creava delle storie divertenti che lo rendevano fiero e bello: dei racconti che lo facevano camminare a piedi alti e a testa alta, i piedi e la testa portati dalle immagini del racconto oltre la miseria e il suolo fangoso della città. C’era ogni volta una storia di astri e di luna. Lei prese questo nome, Luna mia musica, un giorno nel bel mezzo di un racconto e se la mise dentro al cuore. Un giorno, non ci fu la luna nel mezzo di una nuova storia, niente luna, ma degli stivali, gli stivali mia follia, lei prese il nome, Luna luna con gli stivali, e lo gettò lontano dal cuore e dalla casa. Teneva con sé il suo nome del racconto…

Lo sbirro Gallo tornò alla carica. La voleva sul serio, non per una notte o uno stupro. Per davvero, e c’era qualcosa di vero nel suo sguardo. Arrivava col sorriso e una cesta di manghi maturi. Era allettante, ma lei non aveva dimenticato la sua vendetta, non aveva dimenticato nulla della sua ferita, il bambino morto e il marito al fronte, il petto davanti alle pallottole…

Accettò le avances dell’altro. Passarono la notte insieme e l’altro dimenticò nella camera i suoi stivali di ricambio.

Al mattino, lei portò gli stivali alla polizia e dichiarò di essere stata vittima di uno stupro, accusò lo sbirro, ma tu sogni, Luna mia poesia. Gallo è sbirro. Lui violenta, ma ricordati il racconto, Luna, c’è questa traccia di violenza sul corpo, tra le gambe di una ragazza, il corpo della città, ma non si saprà mai da che parte è fuggito lo stupratore…

Una lettera dal fronte arrivata con mesi di ritardo, suo marito che le scrive: “Dimenticami, Luna, perdo la pelle ed il tuo viso tra le nevi dell’Alsazia. Dimentica o aspetta. Aspettami, se puoi, ma sappi che è lungo come un fiume il mantello dell’attesa…”

Era il 19… la guerra volgeva al termine, la lettera aveva due anni di ritardo. Luna fu convocata all’ufficio del prefetto qualche giorno più tardi. Le fu consegnato un pacchetto: la tuta, l’elmetto e gli stivali di suo marito, tutto ciò che restava del suo amante dal cappello di paglia e dai nastri colore della vita.

Le cinque del pomeriggio. Esco da lavoro insieme all’amico Just. La mia proposta: facciamo un giro da Nonna Luna? No.

Leggeva: Steinbeck, Uomini… penso a Luna e rileggo in un altro modo le parole di questo vecchio narratore del Nord:

Una donna e degli stivali… Rileggerle, queste parole per Luna luna bruciata, la storia di un mondo che si brucia le ali…