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I racconti del Premio letterario Energheia

Giorni di sole_Maria Francesca Masiello, Irsina(MT)

 _Racconto finalista ventunesima edizione Premio Energheia 2015.

cieli_nuvole_004xErano giorni di pioggia, ma nel cuore di Marco splendeva il sole. La sua vita era trasportata da un vento perpetuo, ma non riusciva a smettere di sorridere.

Aveva sempre vissuto nel caos più totale, anche se da quando era arrivato Andrea tutto era cambiato. Per la prima volta non era stato uno tra tanti, un uomo d’affari qualunque. Stavolta si era ritrovato a fare i conti con se stesso.

Anche Andrea aveva dovuto farlo, ma non poteva ammetterlo. Doveva essere forte e proteggere entrambi.

Marco non si era fermato all’aspetto angelico e ostinato dell’uomo che gli dormiva accanto, aveva scavato fino al centro della sua anima per scoprire una persona fragile e innocente. Un avvocato stimato, cinico e distaccato con il viso di un bambino. Occhi grandi e verdi, ricci biondi e sguardo illusoriamente sicuro.

Marco odiava quel muro apparente di freddezza e di odio che Andrea si era creato perché il suo cuore batteva più di tutti gli uomini sulla terra messi insieme.

Quella maschera gli sembrava inutile quanto i pregiudizi su entrambi. Erano la loro rovina, ma era stato grazie a loro che si erano incontrati.

La sua mente razionale non riusciva a capire cosa ci fosse di così terrificante nel suo orientamento sessuale. La violenza è terrificante, le guerre sono terrificanti, l’amore non lo è.

 

Un’immagine sfocata. Una cicatrice schiarita dal tempo. Un urlo lontano.

Aveva diciassette anni. La sua mente continuava a perseguitarlo. Si era innamorato di un ragazzo per la prima volta. Si odiava. Odiava guardarsi allo specchio. Si era incolpato di un reato che non esisteva.

Gli occhi rossi, lo sguardo profondo nel vuoto. Pensò di aver toccato il fondo. Fu allora che un’ombra lo tirò a galla.

Quattordici anni, capelli scuri e occhi infuocati dalla voglia di cambiare il mondo.

Laura era tornata da scuola e aveva trovato suo fratello in un angolo della stanza a cercare di nascondere quelle lacrime che gli solcavano il viso. Posò lentamente lo zaino a terra e si avvicinò a lui.

Non erano stati i litigi con suo padre a farlo crollare. Non era il peso delle sue responsabilità a renderlo vulnerabile. Marco non crollava quasi mai. L’ultima volta che aveva pianto era stato per la donna a cui somigliava fin troppo.

Non aveva mai avuto una vita facile. La perdita della loro madre in un incidente, una bambina da crescere, un padre del tutto assente e costantemente esigente nei confronti di suo figlio.

Sarebbe diventato un uomo d’affari anni dopo solo per accontentarlo.

“Mi sono innamorato…” sussurrò, sentendo gridare la sua ombra. Laura lo conosceva troppo bene.

Lo abbracciò e lo tenne stretto con la sua sicurezza di bambina: “… di un ragazzo”.

Il mondo si fermò uno spiraglio di luce illuminò entrambi. Tutto ebbe senso.

Gli asciugò le lacrime e lo costrinse a guardarla negli occhi.

“Ti sembra un problema?” gli chiese, conoscendo la risposta.

Lui sospirò, annuì lentamente e iniziò a piangere ancora più forte.

Dolcemente gli alzò il mento. “A me non importa. A me importa che tu sia felice. E se amare una persona è un reato, allora dovremmo vivere in prigione. Tu, io e sette miliardi di persone”.

Riuscì a rubargli un sorriso. “Non importa il sesso della persona che ami. L’importante è che il tuo cuore non batta solo per pompare sangue”.

 

Da allora Marco era un uomo diverso. Aveva imparato ad accettare la sua vita, nascondendo le ombre che la notte lo tenevano sveglio.

Cercava di essere se stesso, ma odiava lottare. Non voleva combattere una battaglia persa già in partenza.

Poi quella pioggia a febbraio. Era appena arrivato in ufficio. Caffè e scartoffie sulla scrivania. Il silenzio era insopportabile. Lo stordiva a tal punto che la sua mente era altrove, intenta nell’analizzare qualche vecchia pellicola di cui non ricordava il nome.

Una chiamata dall’ufficio del direttore. Pensieri fastidiosi, dubbi improvvisi.

I suoi colleghi lo fissavano come se avesse azionato una bomba e loro gli avessero fornito l’ordigno.

Dopo aver bussato alla porta e aver notato la sua espressione apatica, Marco ne era certo.

Le parole gli scivolarono addosso. Nessuno avrebbe capito. Mai.

Smantellando il suo ufficio, una fitta familiare lo trafisse. Si sentiva inutile. Ancora una volta non gli era stato permesso di creare qualcosa.

Aveva iniziato a vagare per la città, maledicendo coppie innamorate e famiglie felici che avevano come unica colpa il non poter comprendere i suoi pensieri.

Aveva perso tutto: il suo lavoro, le sue certezze, la sua dignità.

Così stanco di quella vita e arrabbiato con il mondo, non riuscì a capire cosa ci facesse in un pub, un astemio, ad ubriacarsi. Sorrise. Imprecò. Pianse.

Fu allora che lo vide. Perché è quello che succede quando si sta per annegare. Qualcuno ti tira a galla. Una doccia ghiacciata in pieno inverno.

Andrea gli si sedette a fianco, gli offrì un caffè e passò la notte a consolarlo.

Marco aveva bisogno di una spalla su cui piangere, di orecchie che potessero capirlo e di ritrovare la pace che aveva perso da anni.

Ritrovato il controllo, si concentrò sull’estraneo che aveva dedicato del tempo ad un uomo così insignificante.

Quando vide quegli occhi così chiari accendersi per la sua causa, Marco decise di cambiare strategia. D’ora in poi si sarebbe preso ciò che avrebbe voluto, Andrea compreso.

 

Si era innamorato di Marco nel momento in cui l’aveva visto. Due oceani scuri al posto degli occhi, capelli indomabili, una piccola cicatrice sulla fronte. Non riusciva a capire perché avesse perso la testa per un apersona così diversa e lontana dal suo mondo.

Marco era un uomo determinato, ma che lottava a tal punto con se stesso da arrendersi con gli altri.

Andrea si chiese più volte cosa l’avesse spinto ad uscire quella sera, ma ringraziò Dio per tutta la vita. Amava la giustizia. Per questo era un avvocato. Voleva che la lama fosse a doppio taglio per tutti.

Il ricordo dei pugni sulla sua pelle non avrebbe più fatto male, le parole non lo avrebbero ferito, l’anima non avrebbe più sofferto per quello che aveva sopportato.

Le ingiustizie che aveva subito riuscivano a motivarlo per vincere la sua battaglia continua.

Sempre.

 

Un dolore insopportabile alla testa, le mani legate. Un angelo sporco di sangue. Del suo sangue.

Era sul letto di Sofia e, appena avesse avuto la possibilità, sarebbe scappato come un ladro.

Lei lo avrebbe sorretto e avrebbe curato le sue ferite perché Andrea e Sofia erano la stessa anima in due corpi diversi. Nati lo stesso giorno, stesse ambizioni, stesse ostinazioni.

Eppure, vedendoli, nessuno ci avrebbe scommesso. I capelli rosso fuoco e lo sguardo indecifrabile donavano alla ragazza un’aria tutt’altro che angelica.

Ma Sofia non era così e Andrea lo sapeva. Sapeva che aiutava tutti in biologia, sapeva che amava fare volontariato all’orfanotrofio, sapeva che provasse qualcosa molto profondo per lui.

Aveva paura dei suoi “Ti amo”, ormai rassegnati e aveva paura di ferirla. Ecco perché voleva stare lontano da lei.

Quando però diventava lo sfogo di qualche ragazzo più alto di lui, si ritrovava sempre in quella stanza troppo scura per il sole che viveva dentro Sofia.

Avrebbe dovuto imparare a fare a pugni, ma non ci era mai riuscito. Odiava la violenza.

Accennò un sorriso rassicurante alla ragazza che lo osservava silenziosa. Si mise a fianco a lui cercando di non fargli del male. Le accarezzo i capelli e intrecciò le loro mani.

Si addormentarono abbracciati. Erano uno il pezzo di un puzzle mancante dell’altro.

Andrea si svegliò improvvisamente. Sofia era diventata una furia. Un’ira arrivata da chissà dove stava distruggendo la sua stanza.

La bloccò con la forza e l’abbracciò. La crisi cessò e la rabbia scomparve.

La cullò come se fosse tornata quella bambina che sorrideva in ogni foto e che rimaneva terrorizzata dai suoi incubi.

Ma non era ancora finita. Lo strattonò verso lo specchio, svelando il segreto che nascondeva fin da troppo tempo.

La paura e la confusione si trasformarono in orrore e rabbia.

Iniziò a camminare nervosamente per la stanza, come aveva fatto a non accorgersene prima?

“Sofia…” sospirò.

La guardò meglio. Sofia era scomparsa. Quella era solo la sua ombra.

“Chi è stato?” chiese il ragazzo freddo. Era furioso.

“Non lo so” abbassò il capo nascondendosi dagli occhi ormai invisibili di Andrea.

Non sentì più niente, solo il rimbombo dei loro cuori.

Senza pensarci si avvicinò e con la poca calma rimasta accarezzò la vita che cresceva dentro di lei. Stavolta Sofia aveva bisogno di certezze.

Solo allora capì quanto le ferite facessero male.

Avevano ferito la persona a cui teneva di più. Toccava a lui lottare per Sofia, ma soprattutto per quella forza che diventava sempre più potente, rendendo insicura la donna che la portava in grembo.

Quella sera rivide le insicurezze di Sofia negli occhi di Marco. Quegli occhi profondi lo avevano inghiottito, quelle parole distrutto. Si era reso conto che erano nella stessa barca. Inveire contro una società del genere era come andare sulle montagne russe senza sicura, ma avrebbe lottato per i diritti di Marco comunque.

Loro erano uomini come tutti gli altri. Respiravano come gli altri. Parlavano come glia latri. Amavano anche più degli altri.

Era arrivato il momento di alzare la voce.

 

Una mansarda caotica. Due respiri intrecciati. Due pozzi verdi.

Andrea guardava Marco dormire sereno. Sorrise inconsciamente, immaginando la sua vita senza l’uomo che da due anni custodiva il suo cuore.

Si riprese dai suoi dolci pensieri quanto quella mattina. Il telefono di Marco squillò.

Si fece coraggio e si allontanò dalle lenzuola calde.

Inciampò. Imprecò a bassa voce. Uno scrigno azzurro.

Il suo cuore si fermò. Lo raccolse e lo aprì. La sua anima gridò. Le lacrime di gioia iniziarono a inondare il suo viso ancora assonnato.

Erano giorni di pioggia, ma nel cuore di Andrea splendeva il sole.