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Futuro Remoto

Futuro Remoto_Massimo Terzini

villaggio masai_La nave si posò al centro esatto di quella che una volta doveva essere stata la piazza centrale di una città e lo fece con la stessa delicatezza con la quale i vecchi accarezzano i peli di un gatto. Un’impercettibile nuvola di polvere si sollevò ai lati dei quattro piedi metallici del piccolo vascello e ricadde a terra un istante prima che i motori della macchina fossero spenti del tutto. In altri tempi, i bambini sarebbero stati i primi ad accorrere intorno a quello strano oggetto sconosciuto, poi sarebbero arrivati tutti gli altri. Qualcuno avrebbe puntato il dito verso quel guscio metallico, cercando di indovinare il punto in cui si sarebbe aperto; qualcun altro avrebbe atteso in silenzio che accadesse qualcosa. Ora però, non c’era nessuno. E non c’era nessuno neanche nelle strade vicine. Non c’era anima viva nemmeno dentro le case. Non c’era più presenza di uomini in tutta la città e nemmeno nelle città vicine. Non si sarebbe trovata alcuna traccia umana in nessuna parte del mondo da quando, un giorno infausto di pochi mesi prima, qualcuno non avesse pensato di dare lo stop definitivo a quella strana forma di vita sulla terra. Una forma di vita particolarmente sviluppata, almeno rispetto alle altre forme di vita che abitavano il pianeta, ma incapace di fermarsi davanti ai propri limiti e alle proprie ambizioni più distorte.

Appena il giorno prima di quel giorno, chi avesse provato ad immaginare quel momento lo avrebbe collocato molto lontano su un ideale vassoio spazio temporale, in un luogo così lontano, nel futuro, da potersi considerare immaginario. Un punto astratto così distante dalle normali consuetudini della vita, che nessuno avrebbe trovato motivi per preoccuparsene davvero.

Ma il futuro è un tempo volgare, instabile, scorretto nei confronti degli uomini. Si avvale della propria inconsistenza per giocare brutti tiri a chi si rivolge a lui con fiducia. E’ portato per natura a tendere tranelli, spostando gli accadimenti a casaccio, anticipando o procrastinando gli eventi senza una logica misurabile. Ci si pensava, certo, quel giorno, ma come si pensa alle cose che si dicono tanto per dire: l’idea che l’uomo potesse smettere di “esserci” di colpo, sembrava poter essere ricacciata nel mondo superstizioso delle cattive profezie. A chi avesse detto, quel giorno: “Ci pensate? Potrebbe anche accadere tra un minuto…”, si sarebbe sorriso, gli si sarebbe data una

manata sulla spalla e lo si sarebbe invitato a preoccuparsi piuttosto di non far scuocere la pasta, o a ricordarsi di caricare la sveglia per il mattino dopo. Si voleva che quella cosa, qualora mai fosse dovuta succedere, sarebbe dovuta appartenere a qualcun altro, di un’altra generazione magari, magari di tremila secoli dopo… spingerla così lontana nel tempo, da poter supporre che forse non sarebbe successa mai. Ma il futuro è un tempo infido, è un istante nascosto tra domani e mai, ed anche mai, a volte, diventa presente, adesso, in questo momento.

Per un errore o per capriccio, quel mai, in un solo attimo, era diventato “ora”. Millenni di umanità cancellati in quel solo momento.

Solo le cose erano rimaste.

Gli strani individui che stavano adesso scendendo in una fila ordinata dalla scaletta della nave, avevano pensato che si potesse ripartire da qui, per dare una seconda opportunità a questo lontano pianeta; da un posto nel quale doveva essere stato bello vivere. Avrebbero provato a riabitarlo partendo da questa piazza, da queste case cresciute l’una addosso all’altra, da questi vicoli stretti e bianchi, da questa città fatta da uomini che erano stati capaci di superare i propri limiti nell’unico modo possibile: costruendo bellezza.

Qualcuno di loro provò ad aprire le persiane; qualcun altro cominciò a togliere con la mano la polvere dai parapetti delle scale e dai davanzali delle finestre più basse; qualcuno si portò la mano davanti alla fronte, come chi si ripara gli occhi dal sole, o come chi prova a guardare lontano, in direzione del futuro.