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I racconti del Premio letterario Energheia

Da Khartone a Milano_Sara Biagioli, Sansepolcro(AR)

_Racconto finalista decima edizione Premio Energheia 2004.

 

Le incomprensioni nascono da situazioni comuni. Più le situazioni sono banali e più le incomprensioni diventano gigantesche.

E come una valanga travolgono tutto ciò che incontrano, portando via le motivazioni per cui non ci siamo capiti.

Tutto si perde nei pettegolezzi e nelle leggende metropolitane.

Si usano le parole e i pensieri di qualcun altro per spiegare concetti semplici e si tenta la sorte verso mondi sconosciuti che luccicano di luce riflessa, apparendo irraggiungibili e desiderabili.

Ma altro non sono che chimere. Sì, sogni e inganni mescolati insieme nel sapore dolce-amaro dell’illusione.

 

I

– Shuft (hai visto)?- fa Muhammed a Said, sintonizzando meglio l’antenna parabolica su Rai Uno.

– Bismillah rahmani rahim! Mish maquul (In nome di Dio misericordioso e generoso! Non è possibile!) – risponde, spiando fuori del caffè in cerca di curiosi di troppo.

– 500.000 euro li jawaab ghabii bi telfon (500.000 euro per una risposta stupida al telefono) – continua Muhammed, mentre spegne la scatola magica inorridito.

– Da el-janna (questo è il paradiso)! – Said abbassa subito lo sguardo per aver osato troppo.

– Laa, mish el-janna! Da Italia! (No, non è il paradiso! E’ l’Italia!).

Da fuori arriva il canto del muezzin che annuncia l’iftar (il pasto che interrompe il digiuno). I due amici si affrettano a tornare alle loro misere case per mangiare. E’ Ramadan. Il mese del digiuno e dell’astinenza. Il caffè è deserto. Ma loro non hanno saputo resistere a guardare il quiz degli infedeli. Lungo la strada ormai familiare restano in silenzio e fantasticano. Muhammed: Se riuscissi ad arrivare in Italia, potrei trovare un lavoro, una casa, risparmiare dei soldi, poi invitare Jamila e i piccoli Mustafa e Amina… oh, gli servirebbero proprio delle scarpe nuove per andare a scuola, ma con il mio misero stipendio da meccanico… e poi forse potrei tornare un giorno, quando anche qui ci saranno democrazia e pace… In Europa sì che si sta bene! Tutti lavorano, hanno stipendi alti e case lussuose, basta vedere le ville delle fiction che danno in televisione! Anche noi abbiamo diritto a vivere decentemente. Guarda il cugino del pescivendolo, per esempio, non è emigrato in Francia tre anni fa e ha aperto una pescheria tutta sua? Chi sta meglio di lui? L’anno scorso è tornato con dei regali bellissimi per sua moglie… Forse si doveva far perdonare qualcosa!…

Said: Se scoprono che dietro la pasticceria ho installato una stamperia per il giornale “La Libertà” mi fanno la pelle! Questa volta nessuno mi potrà salvare dalle ire del Regime… neanche il profeta Maometto, che Dio lo abbia in gloria. Affittare il retrobottega a quegli studenti è stata una pura follia… ma servivano più soldi, che fare? Il babbo è paralitico, la mamma ormai non ci vede quasi più… e chi pensa ai miei 5 fratelli? Le mie paste non bastano a sfamare tutti! Certo potrei emigrare in Italia… hai visto quanti soldi distribuiscono il sabato sera alla tv? C’è il parente del macellaio che lavora giù al porto e che sicuramente sa come mettermi in contatto con quelli che organizzano la traversata… Qui che futuro ho? Nessuno!

– Allora Muhammed ci vediamo domani sera, stessa ora al caffè? – borbotta Said, fermo di fronte al portoncino di casa.

– Sì… sì – risponde distratto l’amico.

– A cosa stai pensando?

– Niente… tutti quei soldi…

– Se fossimo là potremmo partecipare al gioco e magari vincere… ci pensi? – a Said s’illuminano improvvisamente gli occhi.

– Senti sadiiqi (amico mio) pensi anche tu quello che penso io? – ammicca Muhammed a Said.

– Sì – e sospira di sollievo.

– Allora domani ci troviamo al porto e andiamo a parlare con lo zio di quel macellaio… mashi (va bene)?

– Mashi, ma’a assalama (ok, arrivederci).

– Ma’a assalama (arrivederci).

 

II

TG1 delle 20.00: Buonasera. Anche oggi le motovedette hanno intercettato due motoscafi pieni di clandestini al largo delle coste della Calabria. Su una delle due carrette del mare, la polizia ha rinvenuto tre cadaveri in mezzo alle decine di disgraziati, ammassati l’uno sull’altro. Gli scafisti sono stati arrestati e gli extra-comunitari, in gran parte provenienti dal Sudan, sono stati trasportati al Campo Profughi di Isola di Capo Rizzuto per una prima accoglienza…

– Br, br, che freddo Said…

– Che paura Muhammed! Ad un certo punto ho pensato di morire… quando ho visto quell’uomo accasciarsi stremato… mi son detto “è la fine”…

– El hamdulillah (grazie a Dio) siamo sani e salvi! Siamo arrivati in Europa e guarda che accoglienza! – Muhammed è estasiato nel vedere coperte in abbondanza e cibi fumanti.

– Un momento di attenzione per favore – tutti si voltano verso il maresciallo, non perché abbiano capito la frase, ma semplicemente per il rumore del megafono – Benvenuti in Italia! Dopo che vi sarete riscaldati con un piatto di minestra, cominceremo la lunga procedura d’identificazione. Vi saranno chiesti: nome, cognome, nazionalità, data di nascita e vi saranno prese le impronte digitali.

– … – Silenzio. Niente traduzione. Chi tace, acconsente.

Il maresciallo è contento e gli extra-comunitari si esprimono nella lingua dello stomaco, fiondandosi verso la mensa!

Said si alza per cercare il bagno, sbaglia direzione e finisce nella stanza dell’appuntato, che gli dice:

– E bravo! Tu sì che sei intelligente. Vuoi fare il primo della classe eh? – e gli indica la sedia per accomodarsi.

Il povero Said, trattenendo il bisogno impellente, si siede.

– Allora, come ti chiami?

– …

– Said, enta feyn (dove sei)? – fa Muhammed, precipitatosi a cercare l’amico del cuore.

– Ya Muhammed (Oh Muhammed) – Said è rincuorato di non essere più solo con quello strano individuo.

– Allora tu sei Said e tu Muhammed. Bene siediti anche tu, così ci sbrighiamo prima – e indica la seconda sedia – Ora mi serve il cognome..

– What (che cosa)? – dicono in coro.

– Ok, Muhammed e Said Wat… ah siete fratelli? E da dove venite?

– Senti appuntato Antonio, quando hai finito, poi manda tutto alla Questura di Crotone – urla il collega dall’altra stanza.

– Khartone? Esiste Khartoum anche qui in Italia… io pensavo che fosse solo da noi in SUDAN… – sussurra Said pieno di stupore.

– Sudan, venite dal Sudan. Bravi, capite bene l’italiano!

– l’appuntato è felice per la sua perspicacia.

I due amici leggono date of birth sul modulo e scrivono la loro data di nascita, lì dove l’ufficiale di polizia tiene il dito puntato. Poi, vengono condotti a farsi una bella fotografia e ad intingere i polpastrelli nell’inchiostro. FATTO! Per la legge italiana sono schedati. Muhammed e Said Wat, di anni 27 e 28, provenienti dal Sudan, richiedenti asilo politico. Fra tre settimane il loro permesso di soggiorno sarà pronto, dopodiché saranno liberi di andarsene dal campo.

I due si guardano perplessi e ritornano alla mensa, dove nel frattempo la minestra si è raffreddata. A tavola raccontano ai connazionali dell’esperienza con l’appuntato e di una strana città italiana di nome Khartone. Forse in onore di tutti gli immigrati sudanesi, ipotizzano. Così si sparge la voce che si deve andare nella stanza in fondo a destra, dire nome e cognome, veri o presunti, la data di nascita e di essere sudanesi di Khartoum.

Finito il pasto, si forma la fila dall’appuntato Antonio.

 

III

In attesa del tanto agognato permesso di soggiorno, la vita al campo trascorre tranquilla. Arrivano pacchi della Caritas, contenenti vestiti e pampers per i più piccoli. Si va a scuola d’italiano dagli “Amici del Mondo”, si gioca a carte, si raccontano storie dei propri paesi con tanta nostalgia e voglia di rivedere facce conosciute e aspirare i profumi dell’infanzia.

Si parla di un contributo dello Stato a tutti i richiedenti, asilo politico e si fanno progetti.

– Ya Said (Oh Said), se ci danno questi 500 euro, dove andiamo poi? – dice Muhammed disteso all’ultimo sole di fine ottobre.

– Wallahi, mish ’aarif (Non lo so Perdio)! – sbuffa Said cambiando posizione.

– Non conosciamo nessuno in questo paese. Ci sarebbe Ahmad, il cugino del pescivendolo… ma lui è in Francia. Appena ci danno questo benedetto foglio italiano, con un po’ di soldi ce ne possiamo andare là, che ne dici sadiiq (amico)?

– Magari possiamo cominciare a lavorare nella sua pescheria, prendere in affitto una stanza in due e poi shuay shuay (a poco a poco) aprire un negozio tutto nostro…

– … nel frattempo faremo la fame, tanto la miseria non ci fa certo paura, per inviare tutti i soldi che possiamo ai nostri cari in patria – prosegue Muhammed.

– Uhm, Uhm… sì certo… -, fa Said con la testa altrove.

– I neri dicono che anche qui non c’è lavoro e che bisogna accontentarsi di lavori stagionali. Molti se ne vanno al nord… in quella città… com’è che si chiama? – chiede Muhammed.

– Milano –, risponde Said – guardiamo bene nella cartina all’ingresso del campo. Se fosse vicino al confine francese, poi da là sarebbe più facile partire per la Francia, eh?

– Perfetto…

Muhammed non riesce a terminare la frase che gli arriva un colpo in testa. Said impreca contro gli aggressori, ma per tutta risposta riceve anche lui un bel pugno sul naso. Con la faccia per terra il mondo appare invariabilmente uguale: sporco e puzzolente. Quando Muhammed rinviene si fruga istintivamente in tasca e scopre amaramente che i primi 50 euro del sogno italiano sono andati a finire nelle mani di qualche altro sognatore, che gira per il campo con gli occhi ben aperti! Il malcapitato si tocca la testa dolorante e va a rialzare l’amico. Si guardano, l’uno con un bernoccolo e l’altro con il naso sanguinante, e si mettono a piangere per la prima volta dall’inizio dell’avventura. Malaysh (pazienza) per i soldi, tanto non ne hanno mai avuti. Passi per l’aggressione e per il dolore. Ma l’umiliazione di essere nella civile Europa e di essere stati derubati è troppa. Al quiz non parlavano di furti!

– Ehi, che vi è successo? –, fa una donna vestita da poliziotto.

– …

– Ho capito avete partecipato ad una rissa, non è vero?

Magari per difendere i vostri principi religiosi…

Muhammed mostra la tasca della giacca vuota con espressione allusiva.

– Ah, siete incappati nella solita banda di albanesi! Volete sporgere denuncia? – e senza aspettare risposta – forza venite con me al comando – e fa segno di seguirla. Ma le donne non devono stare in casa?? Dove sono i veri poliziotti che acchiappano quei maledetti e gli tagliano le mani??– pensa Said infuriato.

– Appuntato Antonio metti a verbale che questi due sono stati aggrediti e derubati dalla solita banda “una botta e via”– e la bella poliziotta li molla lì con lo strano tipo dell’altra volta.

– Ma io vi conosco –, si è ricordato – i fratelli sudanesi! Vi hanno fatto le scarpe eh? – e ride soddisfatto – Ora facciamo una bella denuncia. Dunque “Said e Muhammed Wat si sono presentati di fronte a me, appuntato Antonio Lobello (modestia a parte!), addì 30 Ottobre 2002, per denunciare di essere stati derubati…

Alla fine l’ufficiale li congeda e si ritrovano con un pezzo di carta in mano, con su scritto “Denuncia” per dimostrare a tutti quanto sono stati deficienti a farsi fregare al quarto giorno dall’arrivo in Italia!

 

IV

– Evviva si parte! Siamo liberi! – Said guarda felice il permesso di soggiorno in una mano e il biglietto FS per Milano nell’altra.

– Treno espresso delle 20.30, domani mattina saremo a Mi… come cavolo si chiama e finalmente organizzeremo la nostra nuova vita! – Muhammed è al settimo cielo.

Raccolgono le poche cose che possiedono: un accendino, due sigarette per il viaggio, una giacca a vento, un rosario musulmano e la foto della famiglia. Salutano le persone conosciute durante le tre settimane di permanenza e varcano la soglia del campo. La Stazione non è lontana. Camminano e osservano la vita quotidiana europea… che stranamente assomiglia molto a quella sudanese!

– Guarda quella pasticceria Muhammed –, fa Said puntando il dito – sembra la mia!

– Chissà se hanno il baqlawa come il tuo! –, risponde l’amico leccandosi i baffi.

I caffè sono animati proprio come per le strade di Khartoum.

Gli uomini fumano e chiacchierano gesticolando come pazzi. In lontananza vedono un edificio grigio come quelli del regime in patria e leggono: sta-zio-ne. Yalla, yalla! In carrozza si parte!

Il viaggio è lungo e faticoso. Non hanno acqua e non hanno soldi per comprarla. Tentano di dormire, sballottati dal treno.

Fuori è tutto buio. Solo i cartelli delle stazioni lungo il percorso sono visibili: Napoli, Roma, Firenze, Bologna… Al mattino un pallido sole che sbuca dalla nebbia li accoglie in una stazione coperta da una grande volta.

– Milano, Stazione di Milano, termine corsa del treno –, grida il controllore.

Muhammed e Said scendono stanchi e intontiti. Si guardano intorno spaesati. Vedono dei poliziotti, figure ormai familiari, e pensano di andare alla Polfer.

– Bu-o-n-gior-no! Si-a-mo ri-fu-gia-ti po-li-ti-ci –, si sforza di dire Said, mettendo in pratica tutte le lezioni d’italiano.

– E va beh! Avete il permesso di soggiorno? –, dice distratto il poliziotto.

– Sì – e sia Muhammed che Said si mettono una mano in tasca per tirarlo fuori.

– No, lasciate perdere. Dovete andare al Centro Aiuto, giù per le scale mobili a destra – e richiude la porta per continuare a sbrigare i propri doveri.

I due vagano alla ricerca di questo centro, finché intravvedono in un angolo un prefabbricato con su scritto in diverse lingue “Centro Aiuto”: Help Center, Centre d’Aide, Markiz el-Musaa’ida, Zentr Pomoshi…

– Bu-o-n-gior-no!…- Muhammed vorrebbe continuare, ma viene interrotto.

– Buongiorno, di che cosa avete bisogno? – una ragazza tutta sprint li guarda e aspetta una risposta.

– Eh… -, i due non hanno capito la domanda.

– Avete il permesso di soggiorno? –, insiste la ragazza.

– Sì… Taba’an (certo)! – e si frugano in tasca alla ricerca del foglio miracoloso.

– Ah, entu ’arab, min feyn (Ah, siete arabi, di dove)?- chiede la ragazza con un sorriso.

I due si guardano pieni di felicità. Finalmente qualcuno che li capisce e li aiuterà a realizzare il sogno italiano!

– Min as-Sudan (del Sudan). Tu parli arabo? –, chiedono ancora increduli.

– Sì. Siete appena arrivati? – e la ragazza dà un’occhiata ai permessi di soggiorno – State cercando makan an-naum (un posto per dormire)?

– Sì, brava. Noi vorremmo una casa! – Said si lancia.

– Ora una casa mi sembra un pò troppo! Semmai un posto al dormitorio… purtroppo, però, i dormitori sono tutti pieni e poi voi avete il permesso di soggiorno di Crotone…

– Pieni??! Arriviamo da Khartone e allora?

– Il problema è che siamo già in inverno e a Milano è molto difficile trovare un posto per dormire. Poi per mettervi in lista d’attesa, dovete cambiare il permesso da Crotone a Milano… ma è vero che per cambiarlo dovete avere una residenza… Mi dispiace non posso aiutarvi… disposizioni della Questura…

– E noi dove dormiamo questa sera?? – chiedono esasperati.

– Potete provare fuori Milano, oppure aspettare l’unità mobile per vedere se riuscite a trovare un posto per una notte…

– Layla wahida u bass (solo una notte)?- chiedono con l’angoscia in volto.

– Sì, per una notte e intanto potete andare a questi indirizzi per mettervi in lista d’attesa. Lì non c’è il problema del permesso di Crotone… poi vi posso scrivere dove andare a mangiare… per mangiare ma fish mushkila (non c’è problema) qui a Milano! – esclama soddisfatta la ragazza.

– No, istanna shuay (aspetta un attimo). Noi siamo fuggiti dal Regime e dalla Miseria in Sudan per venire a cercare un lavoro, una sistemazione, mafhuum (capito)? – Muhammed rivede le scene del quiz come fossero allucinazioni.

– Mafhuum (capito), ma purtroppo anche per quanto riguarda il lavoro, in questo momento, con il vostro permesso di soggiorno – come richiedenti asilo politico -, non avete il diritto di lavorare sul territorio italiano…

– Vuoi dire che non possiamo lavorare?? E di che cosa viviamo? – urla sbigottito Said. Almeno in Sudan nessuno gli proibiva di mandare avanti la sua pasticceria!

– Fino a quando non sarete riconosciuti come rifugiati politici dallo Stato italiano, non potete lavorare… e per ottenere lo status di rifugiati ci vogliono da 6 mesi ad un anno. Nessuno ve lo ha spiegato al vostro arrivo?

Said e Muhammed sono senza parole. Spiegare? Nessuno ha detto niente. Hanno solo detto che, una volta ricevuto il permesso di soggiorno erano liberi di andare dove volevano!

– Se avete bisogno di fare una doccia, posso darvi degli indirizzi e spiegarvi come arrivarci – prosegue la ragazza, evidentemente ormai abituata a queste situazioni.

– Ah, possiamo lavarci?? – chiede ironico Said.

– Per lavarsi, mangiare e vestirsi non ci sono problemi! –, la ragazza prova a fare un sorriso di incoraggiamento.

– Isma’ (senti), il confine francese è lontano da qui?

– Muhammed gioca l’ultima carta.

– No, due ore al massimo… Ma state pensando di andare in Francia? – indaga la ragazza.

– Abbiamo un amico là, che forse potrebbe aiutarci…

– Ma con il vostro permesso di soggiorno non potete andare all’estero! Potete solo rimanere sul territorio italiano, almeno finché non ricevete lo status di rifugiati…

Cos’è uno scherzo questo? Pensa Said sconsolato e guarda l’amico.

Non abbiamo un posto, dove dormire, non possiamo lavorare, non possiamo andare via dall’Italia… UN INCUBO!

Muhammed pensa alla sua famiglia, che aspetta i famosi soldi per vivere meglio, per un mondo migliore, e i suoi occhi si riempiono di lacrime.

– Lo so, è dura, molto dura all’inizio. Ma con il tempo vi sistemerete, vi abituerete alla nostra mentalità e tutto sembrerà più facile… -, prova a dire la ragazza – se imparate in fretta l’italiano, potete frequentare un corso professionale, così avrete più possibilità di trovare un lavoro in futuro… -, continua per consolarli.

Intanto, però, il sogno italiano termina in un angolo della stazione centrale di Milano. Rimane l’illusione di essere scappati dalla Miseria per trovare il Paradiso, di poter cambiare il corso del proprio destino. Fuori comincia a nevicare.

La neve contrasta con l’immagine dell’anima di un deserto caldo e sicuro. Domani, forse andrà meglio. Bukra, Inshallah

(Domani, se Dio vuole).