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I racconti del Premio letterario Energheia

Camomilla, verbena e ossido di zinco, Anna Di Leo_Messina

Racconto finalista Premio Energheia 2021_XXVII edizione – sezione adulti

E piangere senza sapere perché

aveva l’odore sgradevole dell’anticamera di un manicomio.

King, Uscita per l’inferno

Ti ritroverò così… nei miei gesti e negli odori,

nella radio o dentro un film, nel silenzio e nei rumori.

Moro, Sembra impossibile

Non ci sono i miei odori, qui dentro, i tre che mi piacciono, quello della verbena sopra tutti, così pulito e fresco, non so come farei se non lo avessi nei miei ricordi… Se avesse un colore, l’odore di verbena, sarebbe il verde dell’erba tenera, dei germogli. L’odore di camomilla, invece, avrebbe un colore azzurro tenue e il suono di un’onda che accarezza la sabbia, mentre quello dell’ossido di zinco avrebbe la sfumatura e il peso di un bianco soffice, che invita a chiudere gli occhi, a riposare.

Qui dentro sento soltanto l’odore pungente del lisoformio, e quello delle medicine, disgustoso, capsule e compresse che si ostinano a pretendere che io mandi giù senza batter ciglio. Mi pungono le narici come spilli, questi odori, e non mi fanno dormire. Sono senza colore, né bianco, né nero, niente di niente, odori spenti, muti, disseccati come la mia gola.

Anche la mia voce si è disseccata, non parlo più; a che serve, mi sono detta, ho raccontato mille volte la mia storia e non mi hanno creduta, anzi mi hanno portato qui per punirmi. E allora sto zitta, quello che dovevo dire l’ho detto. Ora lo dico a voi, lo dirò ancora una volta ma giuro che sarà l’ultima.

Qua dentro in ogni momento del giorno e della notte ci sono tanti rumori; a volte per non sentirli mi chiudo le orecchie con le mani, e se sono troppo forti o troppo vicini chiudo anche gli occhi. È così che faccio, fin da bambina; era così quando mia madre e mio padre litigavano e poi lui usciva sbattendo forte la porta, così quando mi sgridavano e la voce era così alta da far tremare i vetri delle finestre. Allora chiudevo occhi e orecchi, e nel silenzio e nell’oscurità tornava la pace.

Più tardi ho scoperto che nel silenzio potevano tornare anche i ricordi, tutti, e più facilmente; ho capito che funzionava così per me: se volevo un ricordo lo chiamavo chiudendo occhi e orecchie, quando non lo volevo più li riaprivo e il ricordo spariva. È così ancora adesso, anzi di più, ora torna anche il ricordo degli odori.

Ho tanti ricordi belli, altri meno, come tutti, ma ho più tempo di tanti altri per ricordarli, perché ora non lavoro più. Il direttore mi ha chiesto se volevo occuparmi della biblioteca, o magari dare una mano in stireria ma io voglio stare qui, nella mia stanza, con le mie cose, le fotografie, le scarpe, i vestiti, anche se non li metto mai.

Sono strane queste persone, il direttore e tutti gli altri; volevo il mio vestito con le violette – ho spiegato che mi servirà presto – ma non hanno voluto, «Vanno bene questi» hanno detto. Non sanno che tra due mesi in questi che ho addosso e negli altri non ci starò più, e allora dovranno darmi ragione.

Spesso mi siedo sul letto e me ne sto così, con le mani sulle orecchie e gli occhi chiusi. Per chiamare i ricordi. Loro non capiscono perché lo faccio, ma non importa, non devo spiegare niente a nessuno e nella mia stanza faccio quello che voglio.

Mi ricordo di quando sono andata a comprarlo, il vestito con le violette, il vestito pre-maman. Non ero ancora di tre mesi, perciò non si vedeva niente, ma erano anni che aspettavo e non vedevo l’ora di acquistarlo, un vestito pre-maman, di entrare in quel negozio di cui avevo spesso guardato le vetrine e dire «Buongiorno, vorrei un vestito taglia 44». Quel pomeriggio di maggio, sono andata all’outlet e ho preso la scala mobile perché il negozio per mamme e bimbi, quello più elegante, è al secondo piano.

Ci sono andata con la metà dei miei risparmi e senza il mio compagno, altrimenti sarebbero cominciate le discussioni sul prezzo, e io non volevo risparmiare neanche un centesimo, quella volta, lo volevo bellissimo il mio primo vestito pre-maman, bellissimo. La commessa è stata molto gentile, me ne ha fatti provare tanti, ma io avevo le idee chiare e quando l’ho visto ho deciso subito che sarebbe stato quello, l’abito di rasatello di cotone con le violette e i pois giallo chiaro sul fondo bianco, il più elegante, il più costoso. Ci stavo dentro due volte, ma la pancia sarebbe cresciuta presto.

A casa l’avevo messo nell’armadio, chiuso per bene nella sua custodia di plastica trasparente, era la prima cosa che vedevo quando aprivo l’anta, ancora due mesi e sarebbe stato perfetto. Già mi vedevo, durante le vacanze, sarei stata radiosa ed elegante e avrei portato a passeggio sul lungomare il mio pancione cosparso di violette e pois gialli.

Insieme al vestito avevo acquistato le cose necessarie per le prime settimane, fasce, magliettine di lana e seta, un paio di minuscole scarpette bianche e avevo conservato tutto in un cassetto foderato con carta fatta a mano, insieme a due sacchettini di fiori di lavanda. Avevo preso anche un olio per massaggi profumato al mughetto, un coniglietto fatto con un tessuto a quadretti e con un campanellino al collo e i ciripà. Che belli i ciripà, al mio bimbo non avrei messo quei pannolini rigidi e irritanti del supermercato, solo morbido cotone biologico, ciripà profumati alla verbena diceva la pubblicità che avevo visto su un giornale. Chissà che odore avrà la pelle del mio bambino, mi chiedevo.

All’outlet ero tornata ancora una volta, in luglio, prima di partire per il mare, indossando il vestito che ora mi stava quasi perfetto. Volevo fare una lista di tutto quello che avrei acquistato al ritorno, con gli sconti di fine stagione: la biancheria per la culla, le cuffiette e le scarpette, il passeggino, lo scaldapappa.

Oggi è domenica, verso quest’ora passa una signora con un camice azzurro e una cuffia bianca; sarà qui tra poco e anche oggi mi dirà, come tutte le domeniche, «Apri gli occhi, tra poco si mangia e dopo la frutta c’è anche un dolce. Non sei contenta?» Io non lo so se sono contenta, so che non ho voglia di aprire gli occhi, né le orecchie, e che non m’importa niente del dolce. Voglio rimanere tra i miei ricordi, sentirne gli odori. Che mi lascino in pace, soltanto questo voglio, e basta.

Mi ricordo che eravamo ormai agli ultimi giorni di vacanza quando ho cominciato a non sentirmi bene, ero sempre più affaticata ma pensavo fosse il peso della pancia a stancarmi, e il troppo caldo; poi al controllo si sono accorti che qualcosa non andava, «Niente battito», li sentivo dire, l’ecografo andava avanti e indietro sulla pelle tesa della mia pancia e loro dicevano di non sentire niente. Io stavo male, ero spaventata, piangevo… poi non mi ricordo più di niente, non riuscivo ad aprire gli occhi, nessuno parlava, sentivo soltanto rumori metallici e odore di disinfettante, vedevo una grande lampada accesa proprio sopra la mia testa, poi più niente, mi sono addormentata.

Mi hanno mandato a casa dopo qualche giorno; in ambulatorio quando la ginecologa mi aveva detto che non avrei più potuto avere figli mi ero messa a piangere, ma il pensiero del mio bambino mi aveva consolato. Sicuramente l’avevano messo nella culla termica, ma presto lo avrei tenuto tra le braccia. Il mio compagno era partito pochi giorni dopo; a casa ero sola, ma ogni volta che mi addormentavo, sul divano o sul letto, ero sicura di questo: presto mi avrebbero chiamata dall’ospedale, presto sarei andata a prenderlo, il mio piccolo, e l’avrei portato a casa con me. Intanto davo gli ultimi ritocchi alla culla e avevo comprato in farmacia altre due confezioni di ciripà alla verbena, un profumo meraviglioso.

Nell’attesa di quello che sarebbe stato il giorno più felice della mia vita tornavo ogni tanto all’outlet, a guardare le vetrine del negozio per bambini, e poi entravo; c’erano donne ancora con la pancia e altre con il loro bambino nel marsupio o nel passeggino. Io sentivo i loro odori, tenui, freschi, sentivo l’odore della camomilla nei biberon, l’odore del pannolino bagnato e il profumo dolce del talco mentolato che fa passare il prurito, e pensavo che presto avrei avuto anch’io il mio piccolo profumato di verbena.

Un pomeriggio, mentre mi avvicinavo alla vetrina di un negozio di calzature mi sono vista nel vetro, come in uno specchio, avevo gli occhi socchiusi e le narici dilatate e stavo immobile come un cane da ferma. Dopo qualche minuto dal negozio è uscita una donna con il suo bimbo nel marsupio; è stato allora che ho capito che il mio modo di sentire certi odori era cambiato, non tanto perché li percepivo in modo differente, più acuto, ma perché senza accorgermene li cercavo, cercavo l’odore dei bambini, quelli piccoli, annusavo l’aria e afferravo un filamento profumato, le mie narici lo catturavano e i miei piedi lo seguivano fino a trovarne il punto d’origine.

Quel giorno ho cominciavo a fare un catalogo, un inventario. Era più forte di me, un desiderio che non riuscivo a governare, sentire quegli odori, aspirarli a occhi chiusi, inebriarmi di quei sentori, provare a indovinare da cosa fossero fatti, conservarli, ordinarli.

Passavo tante ore della giornata a cercarli, perché avevo capito che appena li sentivo il dolore che mi squassava il petto per l’assenza del mio bimbo si calmava; a volte mi bastava aprire le finestre di casa per sentirli, ma più spesso mi vestivo e uscivo a cercarli e annusando l’aria subito sapevo se un bebè piccolissimo era passato da là, e annusando ancora riuscivo a capire dov’era andato, addormentato in un morbido marsupio o in un passeggino, e allora seguivo quella scia tenue fatta di talco e di latte. Da un marciapiede all’altro, sotto gli alberi del parco, dentro una panetteria, in 6 una chiesa, seguivo quelle tracce profumate e provavo a indovinare se era un bambino o una bambina, perché maschi e femmine hanno odori diversi e io dopo un po’ sono stata capace di distinguerli, sotto il profumo del talco o della crema all’ossido di zinco mi arrivava l’odore della loro pelle e allora capivo, sapevo.

Era così ogni giorno, poi è stato così anche di notte; uscivo che era buio fitto e tutti dormivano e nel quartiere non c’era un solo rumore, camminavo lungo i marciapiedi vuoti, sotto la luce dei lampioni e annusavo, annusavo… quando mi avrebbero chiamato per andare a prendere il mio bambino?

Spesso uscivo di mattina per seguire la scia, e allora ne vedevo tante, di mamme con il loro bambino, ferme a un semaforo, davanti a un’edicola, sedute su una panchina dei giardini. Con una scusa, cercavo di avvicinarmi il più possibile, perché più mi avvicino a una scia più questa diventa forte mi inonda le narici e mi fa star bene. La scia è come un rivolo d’acqua fresca che si fa strada in una terra bruciata e arsa, e questa se ne intride in ogni zolla, è in questo modo che una scia odorosa arriva al mio cervello che se imbeve come una spugna e solo allora, finalmente, il dolore dell’assenza passa quasi del tutto.

Nelle giornate di pioggia sentire gli odori era più difficile, l’aria umida non li aiuta a diffondersi, ma io mi infilavo l’impermeabile con il cappuccio e mi appostavo, la mattina presto, in prossimità dei nidi d’infanzia e aspettavo che mamme e papà portassero i loro piccoli. Arrivavano in auto, altri a passo svelto sotto gli ombrelli, stretti l’uno all’altro, con i loro piccolini tra le braccia, avvolti nelle copertine; io me ne stavo sotto l’ombrello, fingendo di parlare al cellulare e intanto dilatavo le narici per catturare le tracce delle scie attenuate dalla lana e dall’umido, finché alle narici non arrivava l’odore fresco dei fiori di mughetto e quello pulito del sapone di marsiglia che veniva dai vestitini, la delicata calendula della 7 crema rinfrescante, la leggera acidità di una goccia di rigurgito, l’odore dolce dell’olio emolliente alle mandorle… nel cassetto rivestito di carta l’olio di mughetto aspettava il mio bimbo. Presto lo avrei messo sul mio letto, avrei schermato la luce dell’abat-jour con un foulard e lo avrei accarezzato piano piano cantandogli una ninnananna.

D’estate, invece, sentire gli odori è più facile; quello della pelle e quello più forte dei pannolini si sentono molto più intensamente, se non sono stati cambiati. Dell’odore dei pannolini sporchi non ho disgusto, è odore di bimbi, anche quello, dei loro corpicini, di gambine sudate, di sederini rossi, di pomata lenitiva all’ossido di zinco.

Di un giorno mi ricordo, in particolare, perché era primavera e l’aria era tiepida. Ero uscita presto, volevo andare al parco, seguire le scie dei bimbi sotto gli alberi, tra le aiuole, poi ho cambiato idea e ho preso l’autobus che porta all’outlet, volevo ritornare ancora una volta nel negozio che mi piaceva, dove trovavo sempre tanti odori e sempre tutti nuovi. E volevo acquistare un paio di calzine per il mio piccolo. Mi ero messa ancora una volta il vestito con le violette, anche se ormai mi stava largo, e i sandali eleganti. Appena arrivata sono corsa subito al secondo piano e ho guardato le novità in vetrina, poi ho inspirato a fondo, dilatando le narici, e sono entrata confondendomi nella piccola folla di mamme e nonne, carrozzine e passeggini.

Quando l’ho visto era solo, in una carrozzina bianca e blu, sotto una copertina deliziosa, lavorata all’uncinetto, che però non era una di quelle che avevo comprato io. Chi l’aveva portato lì? Era addormentato, e la sua scia era la più forte, ossido di zinco, camomilla, verbena. Verbena! Soprattutto da questo ho capito che era lui, allora l’ho preso delicatamente in braccio e sono uscita stringendomelo al petto. Ero felice, sono andata verso il terminal degli autobus, e ho preso il biglietto per quello che ci 8 avrebbe riportati a casa, me e il mio bambino, perché era quasi l’ora della pappa e avrebbe avuto fame, il mio piccolino.

Mentre aspettavamo l’ho avvolto nella sciarpa che avevo nella borsa e quando ha cominciato a piangere gli ho parlato cullandolo, per rassicurarlo che la sua mamma era con lui, gli avrebbe dato la pappa e gli avrebbe fatto fare la nanna nel lettone.

Ma prima dell’autobus sono arrivati loro, i poliziotti, doveva essere la loro quella sirena e il lampeggiante blu che avevo visto in lontananza. Si sono avvicinati, mi facevano domande che non capivo, non capivo che cosa volevano, gli dicevo che non avevo fatto nulla di male, aspettavo l’autobus per tornare a casa, con il mio bambino, il mio bambino che aveva fame e sonno, il mio bambino profumato di verbena…

***

Il corpo di M. è stato rinvenuto poche ore fa, nella sua stanza. Ne abbiamo constatato il decesso ma non sappiamo ancora cosa sia successo. Tra poco sarà qui il magistrato; al momento ogni ipotesi è aperta, ma io, il suo psichiatra, temo che lei stessa abbia posto fine alla sua vita.

  1. era qui da poco più di un anno; arrivata con richiesta di TSO, in fase acuta di psicosi post-partum e denuncia alla magistratura per sottrazione di minore.

Da allora, nonostante le cure, non ha avuto nessun miglioramento. In tutti questi mesi nessuno ha mai chiesto di lei, e nessuno si era preso cura di lei prima del ricovero. Nessuno, fuori di qui, ha saputo o potuto o voluto aiutarla e anche noi medici non abbiamo potuto guarirla. Non aveva una famiglia, i genitori erano prematuramente mancati, e il suo compagno pare l’abbia lasciata qualche mese dopo l’aborto del loro bambino. Non aveva altri parenti, non aveva amici.

I gravi fatti che la riguardano, l’aborto che è stato la causa primaria di tutto, risalgono al luglio di due anni fa. Era al settimo mese di gravidanza, più che di un aborto si è trattato del parto di un feto morto, uno choc che l’ha irreparabilmente ferita, nella psiche ancor più profondamente che nel corpo. La notizia che non avrebbe potuto avere altri figli è stata un ulteriore trauma che la sua mente, già sofferente e disorientata, ha cercato di compensare cancellando completamente il ricordo dell’aborto, creando anzi il ricordo, illusorio ma confortante, di un parto prematuro a seguito del quale il suo bambino era stato trattenuto in ospedale, e radicando in tal modo in lei la speranza di potere avere presto con sé, il bimbo.

Può darsi che nessuno abbia saputo delle scie olfattive di cui mi ha parlato, quelle che cercava e che seguiva perché le davano sollievo. Un sollievo apparente e illusorio perché erano, invece, fili d’Arianna al contrario: sono state il motivo della sua definitiva perdita, la sua dannazione, non la sua salvezza. Nessuno ha saputo o potuto spiegarle che seguendole sarebbe entrata in un pericoloso labirinto, che quei fili, se non se ne liberava presto, lungi dal portarla in salvo l’avrebbero avviluppata sempre più strettamente, risucchiandola verso un punto da cui non sarebbe più potuta tornare indietro.

Ma non aveva nessuno accanto, nessuno che potesse condividere il suo dolore, che potesse prendersene cura, aiutarla a salvarsi.

Seguendo le scie olfattive M. cercava suo figlio: quando ha creduto di averlo trovato è stato naturale, per lei, prenderlo e cercare di portarlo a casa con sé.

Cercando il suo bambino si è spinta sempre più avanti, inoltrandosi verso il centro di un ingannevole e pericoloso dedalo profumato.

È andata avanti così finché l’ultima scia non l’ha condotta davanti al mostro profumato di verbena che, celato nell’oscurità della sua mente, le ha teso qui, nella sua stanza, l’ultimo agguato, definitivo, mortale.