Centro Meridiano

Ripartire dallo spopolamento: il Sud che trasforma la crisi in progetto

di Eustachio Antezza
tratto da “La Nuova del Sud” – 9 settembre 2026

Record negativo senza precedenti. Quando gli indicatori economici e sociali iniziano a peggiorare,
esiste una fase di latenza in cui le conseguenze non sono immediatamente visibili; tuttavia, superato
quel punto di rottura, la crisi assume proporzioni inarrestabili, trasformandosi da una semplice
slavina a una valanga. È esattamente ciò che sta accadendo con la decrescita demografica. Oggi la
“glaciazione demografica” e lo spopolamento sono temi al centro del dibattito pubblico, non più
riservati esclusivamente agli studiosi di scienze economiche e sociali.
Questa dinamica, pur avendo portata nazionale, colpisce i territori in modo fortemente asimmetrico.
In alcune aree del Paese stiamo assistendo a una sorta di “neo-urbanesimo”: i poli economici e le
grandi aree metropolitane continuano ad attrarre abitanti, ma lo fanno a discapito delle aree interne
e marginali, che si svuotano progressivamente. È però nel Mezzogiorno che il fenomeno appare
ormai del tutto sfuggito di mano. Il Sud sembra aver smesso di pianificare e programmare il proprio
futuro, trasformandosi nel campione negativo di questa crisi, vittima di un circolo vizioso fatto di
denatalità, fuga dei cervelli ed emigrazione giovanile.
Di fronte a un'emergenza di tale portata, gli interrogativi centrali sono tre: cosa fare, come farlo e,
soprattutto, quando? Partiamo dall’ultima domanda. La risposta è: adesso. Il tempo dell'attesa è
finito. Per il resto, la soluzione richiede la costruzione di un grande progetto che risponda a un
problema eccezionale con uno sforzo altrettanto eccezionale. Bisogna mappare le innumerevoli
cause dello spopolamento (carenza di infrastrutture, debolezza del tessuto produttivo, contrazione
dei servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione) e disinnescarle con politiche attive di segno
diametralmente opposto. Se dovessimo intraprendere queste azioni non ci ritroveremmo
semplicemente a scrivere un programma politico, ma daremmo vita ad un vero e proprio New Deal
del Mezzogiorno. Scopriremmo che le risorse esistono e che, se messe a sistema, possono generare
un piano d'azione strutturale da realizzare nel medio e lungo periodo. Tutto questo tenendo a mente
la celebre provocazione di John Maynard Keynes (“nel lungo periodo saremo tutti morti”): una
prospettiva che ci impone di agire nell'immediato per evitare che, nell'attesa del lungo termine,
questi territori si spengano definitivamente.
Circa il “come”: un piano del genere può funzionare solo attraverso una condivisione profonda, un
grande patto sociale e istituzionale. Solo un meccanismo di aggregazione sociale può sottrarre
queste azioni alla volatilità dei cicli elettorali, garantendo loro la longevità (se ne parla tanto in
questi giorni) e la continuità necessarie per invertire realmente la rotta.
Insieme alla grande programmazione istituzionale, esiste una spinta che nasce dall’iniziativa dal
basso, dimostrando che la riscoperta dei territori può partire dalla comunità stessa. Sono le buone
pratiche nate nelle comunità, iniziative che spesso muovono risorse sociali prima ancora che
finanziarie. Nel Mezzogiorno queste esperienze stanno tracciando percorsi concreti. Si pensi al
progetto de “I Ritornati” a Matera, una rete di professionalità e competenze rientrate al Sud per
investire nel proprio territorio e ridisegnare la vocazione culturale ed economica della città; oppure
alle tante storie raccolte dall’iniziativa “Sud Vivo” della Fondazione con il Sud accompagnate dalle
adesioni alla campagna partecipativa per invertire la rotta dello spopolamento al Sud.

Ad ogni modo, l'autorganizzazione da sola non basta se manca un quadro normativo idoneo a
garantire il cosiddetto “diritto a restare”.
L'obiettivo di fondo è trasformare la scelta di rimanere al Sud, da un gesto più simile a quello dei
soldati nelle giungle del Pacifico dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in una scelta
economica e di vita sostenibile, colmando quel divario di opportunità che oggi spinge troppi giovani
qualificati ad andarsene.
Una risposta concreta alla crisi demografica passa inevitabilmente dal superamento della cecità
ideologica che spesso avvolge il dibattito politico, a partire dalla gestione dei flussi migratori. È
necessario guardare al fenomeno per ciò che è sempre stato: un processo evolutivo e non involutivo.
Sin dalle origini della storia umana, con il primo grande popolamento del pianeta partito dal
continente africano, le migrazioni sono state il principale motore di rigenerazione culturale, genetica
ed economica delle civiltà.
In un Mezzogiorno che perde abitanti a ritmi insostenibili, la presenza straniera non è una minaccia,
ma una risorsa indispensabile per la sopravvivenza stessa delle comunità. I territori non possono
essere ridotti a un simulacro sovranista, fortezze ripiegate su se stesse che alimentano un'illusione di
identità immobile mentre i propri paesi si svuotano. Devono tornare a essere ciò che sono sempre
stati nel Mediterraneo: spazi integrati di convivenza, motori di sviluppo e presidi di benessere.
L'integrazione e l'accoglienza programmata rappresentano la sola possibilità reale per riaprire le
scuole che chiudono, sostenere il welfare locale e ripopolare i borghi dell'entroterra.
Di questi temi si discuterà approfonditamente mercoledì 9 settembre a Matera, a partire dalle ore
19:00 in Piazza Vittorio Veneto. L'incontro si inserisce all'interno della 32ª edizione del Festival
letterario Energheia con l'iniziativa intitolata “Sud vivo: rigenerare le comunità per invertire la rotta
dello spopolamento”. Il dibattito vedrà la partecipazione di Ilaria d’Auria, Dalila Dimitri, Fabrizio
Minnella, Nicola Morea, Vincenzo Smaldore e Michele Vivilecchia, e sarà moderato da Mimmo
Mazza, direttore de La Gazzetta del Mezzogiorno.