I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2026 – L’ippocastano, Letizia Mattoni_Castorano (AP)

Anno 2026 (Stagioni – Autunno) – Sezione giovani under 21 – Racconto vincitore Premio “D. Bia”

La pioggia bussa alle finestre pretendendo di entrare, accompagnata dal vento che fischietta melodie tutte sue.

È autunno e questo significa solo una cosa: passeggiate con papà.

È dall’inizio dell’estate che mi dice di essere abbastanza grande per fargli compagnia in un posto speciale.

Non appena le foglie degli alberi iniziano a invecchiare, camminiamo fino al punto più alto del paese: un piccolo bosco al cui centro si erge un immenso ippocastano.

«Allora, aiutami a raccogliere un po’ di castagne matte!»

«Ma che nome è?», schiamazzo.

«Si chiamano così perché non sono commestibili, però se raccolte e tenute in tasca portano tanta fortuna: non ti fanno ammalare fino alla fine dell’inverno!»

Iniziamo a raccogliere i piccoli frutti dell’albero.

Sono molto simili alle caldarroste che ci piacciono tanto, ma hanno un involucro di un colore differente.

Finita la raccolta, ci sediamo sull’erba, all’ombra delle foglie striminzite.

«Lo sai che questo albero è nostro? Lo ha piantato mio padre quando avevo la tua età. Per questo ci tenevo a portarti con me.»

Con un po’ di fatica si alza da terra e mi porge la mano.

«Guarda» avvicina l’indice alla corteccia, dove riesco a notare impercettibilmente delle minuscole formiche passeggiare sulle intarsiature e rifugiarsi in piccoli fori.

Nel frattempo il vento inizia a tirare, papà chiude gli occhi.

«È lui –sospira sfiorando il fusto della pianta– è venuto a trovarci. Sai, ogni volta che accarezzo questo tronco mi sembra di passare per un’ultima volta le dita sul suo viso.»

Non so cosa dire.

Non ho avuto modo di conoscere il nonno, però sento che c’è un sottile e indistruttibile filo a legare lui e il papà, nonostante tutto.

«Ti prego, tesoro, ricordati anche tu di me in questo stesso modo. Quando sarai grande e io non ci sarò più mi troverai sempre qui, d’accordo?»

«Te lo prometto papà.», lo abbraccio sperando di cancellare per un attimo ogni singolo dolore.

L’ippocastano inizia a perdere le foglie, per poi vestirsi di neve e alla fine rimettere i suoi germogli e dare spazio ad altri frutti.

Si tratta di un ciclo continuo, non come la nostra vita che avanza silenziosamente lasciandoti senza fiato.

Il tempo passa in fretta.

La me bambina resta un ricordo sfumato, a riposo tra le palpebre e visibile ogni volta che chiudendo gli occhi ripenso a lui.

Non appena vedo i pochi alberi circostanti ingiallirsi, mi rendo conto che questo è il primo autunno che passo senza papà.

Ho bisogno di vederlo, ancora una volta.

Nel giro di un’ora sono fuori dalla grigia città in cui ormai vivo e il paesaggio inizia a riempirsi di antichi colori.

Una volta arrivata nel piccolo bosco, mi è facile notare il vecchio ippocastano.

Sorrido in maniera nostalgica per poi toccare delicatamente la corteccia, come se fosse il suo viso ispido e vi poggio anche un casto bacio.

Piango.

Una sola lacrima.

La immagino solcare il terreno e abbracciare le radici dell’albero, dove sono sicura sia custodito il suo cuore.