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L'angolo dello scrittore

Quadranti con 6 ore – Cuccunfrao

_di Roberto Vacca




Francisco Goya – Eretico condannato dall’Inquisizione, Caprichos 1802

Caspar Kuchenfrau era contento di vivere a Roma. Non aveva nostalgia di Altdorf, la sua piccola città, capitale del Cantone di Uri nelle Alpi svizzere. Sebbene attorniata da ghiacciai, Altdorf ha un clima temperato, specie quando soffia il föhn caldo, ma Roma era ben più calda. Caspar era un omone biondo, caporale delle guardie pontificie svizzere. Il suo grado e l’alta statura accrescevano il suo prestigio fra gli amici romani. Gli chiedevano spesso notizie su Pio IX, il nuovo papa marchigiano: è amico degli ebrei? È vero che darà una costituzione? Caspar parlava italiano abbastanza bene, anche se il suo accento germanico era inconfondibile.

Un giorno passava per via in Publicolis e vide cadere un vecchio. Corse ad aiutarlo e lo rimise in piedi. L’anziano lamentava un forte dolore alla spalla. Caspar, che aveva nozioni di pronto soccorso, gli diagnosticò la rottura della clavicola e lo accompagnò all’ospedale dell’Isola Tiberina. Fecero amicizia. Dopo due settimane il vecchio Onofrio Ghezzi lo invitò a cena per le 9 di sera. Caspar arrivò tardi: continuava a confondersi con questi curiosi orologi romani. Si scusò del piccolo ritardo. In quel momento, la campana di un chiesa vicina suonò dieci colpi. Onofrio rise:

“A Cuccunfrao! Te metterò a nome “piccolo ritardo”. So’ le dieci!”

Caspar guardò in alto. L’orologio sulla facciata della chiesa, che aveva il quadrante suddiviso solo in sei parti, segnava le 4. Commentò:

Griste sante! Segnar cvattre, sonar tiece e star fentitue!”

Tirò fuori dalla tasca il suo orologio svizzero, il cui quadrante comprendeva 24 ore. L’unica lancetta segnava proprio le 22.

L’orologio di Rouen (1389) non aveva quadrante: batteva ore e quarti d’ora. Poi furono adottate convenzioni diverse. Dal 13° e fino alla fine del secolo 18° in Italia i quadranti dei grandi orologi mostravano solo 6 ore: I, II, III, IV, V, VI. Così, da lontano, la risoluzione era migliore e c’era una sola lancetta. I rintocchi delle campane allo scoccare delle ore andavano da 1 a 12 nella prima e di nuovo nella seconda metà della giornata. Era un aiuto per capire quale fosse il quarto della giornata in corso. In Francia i quadranti mostravano 12 ore e Napoleone impose questa convenzione quando conquistò l’Italia.

Con il ritorno del Papa a Roma si adottarono di nuovo gli orologi con 6 ore. Pio IX nel 1846 volle tornare agli orologi con 12 ore. Confuso da quella transizione Giuseppe Gioachino Belli commentò nel sonetto del 22 ottobre 1846:

” … er zanto padre ha la corata

D’arimette l’orloggio alla francese – … semo fottuti

Qua tornano a regna’ li giacubbini!

‘Sto sor Pio come voi che Dio l’aiuti

Quando ce vie’ a imbroja’ pe’ li su’ fini

Sino l’ore, li quarti e li minuti?”

I quadranti a 12 ore hanno vinto, ma in Italia più di 200 quadranti con sole 6 ore si vedono ancora sulle facciate di Municipi e duomi. Non ci fa caso quasi nessuno, ma basta guardare in alto a Roma in chiese e basiliche: San Pietro, S. Andrea al Quirinale, Sant’Andrea delle Fratte, Collegio Romano, Ospedale di Santo Spirito; a Venezia sulla facciata del Palazzo Ducale.

Gli orologi svizzeri segnavano 24 ore, come quello del mitico Caspar Kuchenfrau. Anche oggi vengono prodotti orologi di classe (Vacheron Constantin, Meistersinger) con quadrante di 24 ore, ciascuna suddivisa in intervalli di 5 minuti.

I quadranti circolari segnano spesso la posizione delle ore con segmenti invece che con cifre. I display digitali sono sempre più diffusi sia negli orologi da polso, sia in quelli da parete.

* * *

Cuccunfrao è il nome storpiato, dal sonetto del Belli del 30/12/1834:

Tu non poi crede a Roma sì che incerto

Sii ‘no sguizzero amico o conoscente.

Si Cuccunfrao nun me se fussi offerto,

er Museo lo vedevo un accidente

Ritengo derivi da Kuchenfrau (= cuciniera, ma anche cognome). Lo svizzero amico aveva solo fatto entrare il narratore quando l’ingresso ai Musei Vaticani era libero.

Il sonetto del 17/1/1835 racconta di un vecchio sor Ghezzi, che “pe’ nun vole’ er bastone” si era rotto le ossa cadendo alle “colonnette de Pubbricola”.