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I racconti del Premio letterario Energheia

Oltre lo sguardo_Laura Zappata, Albavilla(CO)

_Racconto finalista quattordicesima edizione Premio Energheia 2008.

 

Non do mai il mio numero di telefono alle ragazze con cui passo la serata. Altrimenti finisce come quella volta che, sono stato perseguitato per sei mesi da una rossa che insisteva perché mi fidanzassi con lei. Perciò, carina, scusa, ma la risposta è: “Meglio se mi dai il tuo numero, non sono mai a casa”.

“Non hai un cellulare?”

“No, mi spiace”.

Non è vero. Il cellulare ce l’ho eccome.

Alla luce debole dell’abitacolo lei riesce a scarabocchiare delle cifre su un pezzo di carta e me lo porge. Poi, incolla, ancora una volta, la sua bocca alla mia e mi sussurra: “Chiamami presto, Roberto. Voglio rivederti”.

Finalmente scende dalla mia macchina. Sono stanco morto, sono le due del mattino, non vedo l’ora di andare a dormire.

Sempre che si riesca a dormire, con questo caldo.

Raggiungo casa mia, una vecchia costruzione con la facciata intonacata di fresco e il retro che cade a pezzi. Ci abito con mia madre, brava donna che va a messa ogni domenica.

La mia camera è un forno a microonde. Vado in cucina, apro una birra gelata ed esco sul balcone. Di notte ci si può stare senza essere osservati dai vicini. Nonostante il caldo, l’estate mi piace.

Il momento che preferisco è verso sera, quando esco dalla doccia. Anche ieri ho visto la bionda dalla finestra mentre mi asciugavo. Abita lì, proprio di fronte, dove c’è quel balcone, dietro alle imposte chiuse. Oggi stavo sdraiato qui al sole, in costume da bagno, e lei stendeva il bucato. Aveva una maglia attillata e una minigonna. Le gambe sono da star. E non solo le gambe. Non l’ho mai osservata da vicino, ma anche da lontano è uno schianto. Spero mi abbia notato, ormai è più di un mese che mi piazzo qui in vetrina, con addosso, il minimo indispensabile per la decenza. Eppure, mai un saluto, un cenno, un sorriso. Niente. È vero che è sposata, ma non è una buona ragione. Caterina, l’anno scorso, era sposata anche lei e aveva due figli, ma c’è stata subito. Anzi, mi ha cercato lei.

Questo è un vero mistero. Non parla mai con nessuno, non saluta i vicini.

Un mistero che risolverò un’altra volta, ora sto crollando dal sonno. Credo che dormirò anche con quaranta gradi.

Sono appena tornato dalla palestra. Nello specchio del bagno osservo con soddisfazione i risultati dell’allenamento, mentre penso al volantino giallo che ho trovato appeso nello spogliatoio. L’ho portato a casa, c’è la pubblicità di corsi di inglese per adulti a casa della bionda. È lei l’insegnante. Il mio inglese fa schifo, avrei una buona ragione per andarci.

Ma mi ci vorrebbe più faccia tosta. E poi avrò mai il tempo?

Alla fine della giornata al mio capo viene sempre in mente qualcosa di urgente. Ed io devo ripartire con il furgone carico di cancelleria.

La mia bionda sta suonando il pianoforte. La domenica mattina sento sempre questa musica meravigliosa che non conosco. Non è il genere di musica che ascolto, ma è bellissima. Romantica. Struggente. Però, potrebbe essere il marito a suonare. No, sono sicuro che é lei. È lei ad avere questa poesia.

Ho finito la doccia, mi affaccio alla finestra. Ha smesso di suonare. È affacciata anche lei. Incontro i suoi occhi. Mi ha guardato, si è accorta di me. Che penserà? Forse si aspetta che le dica qualcosa. Ma abbordare una donna alla finestra è ridicolo. Vado a prendere il sole sul balcone. Cerco i pantaloni corti nel solito armadio senza trovarli. Spariti anche i costumi da bagno.

Mia madre non fa che lavare e stirare. Anche quando non ce n’è bisogno.

“Dove hai messo i miei calzoni corti?”

“Li ho lavati”.

“E i costumi?”

“Anche”.

“Brava. Cosa mi metto adesso?”

“I pantaloni stesi sono già asciutti. Non sono corti quelli?”

“Lunghi! Chiedimelo, prima di lavare le mie cose!”

“Ma se me li hai dati tu da lavare!”

“No! tu te li sei presi senza dirmelo!”

“Non è vero!”

Vuole sempre l’ultima parola.

Trovo un paio di calzoni nel cesto della biancheria da lavare e metto quelli.

Sdraiato al sole, penso a diverse cose. Alla bionda, a come posso fare per conoscerla, alle Baleari che mi aspettano nel mese di agosto. Comincio a pentirmi di avere prenotato quel viaggio che mi porta lontano da questa donna incredibile. Di tanto in tanto socchiudo gli occhi e controllo tra le palpebre se è in vista. Non la vedo. Sento, però rumore di pentole, deve essere alle prese con il pranzo.

Mi sono chiesto, varie volte, se è felice con suo marito. Non hanno figli, forse non vanno d’accordo. Forse cerca distrazioni.

Forse sarebbe contenta di conoscere uno come me.

Forse mi sto inventando tutto.

Silvio, il mio unico amico, dice che devo fantasticare meno e agire di più. Facile a dirsi. Cosa pretende? Che mi presenti a casa della bionda con un bel sorriso idiota stampato sulla faccia? O che la aspetti in macchina, sotto casa sua e le dica: “Ciao tesoro, dove stai andando? Ti accompagno io!”

Però, ora che ci penso, una cosa la potrei fare. Potrei parcheggiare davanti al suo portone, invece di mettere l’auto in garage. Magari, con un po’ di fortuna, può capitarmi di incontrarla. Incomincerei col salutarla. E poi…

A pranzo annuncio a mia madre che d’ora in poi, lascerò libero il garage, così potrà metterci la sua Panda.

“E perché mai? La mia macchina è una vecchia carcassa, la tua è nuova e costa un sacco di soldi. Se la lasci all’aperto, prima, o poi te la graffieranno. Non capisco cosa ti passa per la testa certe volte, non pensi proprio alle conseguenze di quello che fai. E poi, al sole diventa un forno! Voglio vederti entrare con quella temperatura!”

A questi sproloqui di solito rispondo col silenzio.

Così, il giorno dopo posteggio davanti al condominio della bionda, e il giorno dopo ancora, e poi ancora. Ogni volta che passo davanti a quel portone, la speranza e il desiderio mi fanno quasi dare i numeri. Ma lei non si fa vedere. I giorni passano e lei niente, compare solo alla finestra. Come sempre.

Questa storia mi sta logorando, forse è bene partire domani per le vacanze. Ho un attimo di indecisione: quasi quasi metto la macchina in garage. No, faccio l’ultimo tentativo, parcheggio davanti a casa sua. Scendo dall’auto e quasi non ci credo: è lei, sta attraversando la strada, viene verso me. Mi passa accanto e i nostri sguardi si incontrano, come da una finestra all’altra. Ci guardiamo a lungo, lei persino rallenta il passo.

Non le sono indifferente, ora lo so. Si aspetta che io le dica qualcosa. Ma mi sento completamente perso in quegli occhi, che hanno il colore dei fiordalisi. Non riesco a pronunciare una sola sillaba. Così, lei distoglie lo sguardo, raggiunge il portone e scompare.

A quel punto lascio cadere le braccia e mi incammino verso casa.

“Sono un cretino”, mi dico ad ogni passo. Mai nella mia vita ho abbordato una donna che passa per la strada, non so neppure da dove cominciare, non ho la faccia di bronzo necessaria per farlo. Se ci provassi, farei la figura dell’idiota.

Di solito sono le donne ad abbordare me.

È l’ora di cena quando entro in casa. Mi investe una raffica di parole.

“Eccoti, finalmente! Sai che ore sono? Quasi le otto! Ti ricordi che domani parti, vero? Che devi essere in aeroporto alle sette del mattino e non hai ancora preparato i bagagli? Hai proprio la testa nelle nuvole!”

Mi rifugio sotto la doccia. Chiuso in bagno con l’acqua che scorre, forse riesco a non sentire il resto.

Dopo cena incomincio a riempire la valigia e il bagaglio a mano. Mia madre mi segue da una stanza all’altra, mi consiglia cosa portare e cosa no, mi raccomanda di non dimenticare le cose essenziali e aggiunge infiniti suggerimenti di cui percepisco solo il suono. I decibel della sua voce sono alle stelle.

“L’asciugacapelli lo metti nel bagaglio a mano? E se te lo trovano con il metal detector? Magari fanno storie… bé, puoi sempre dire che si tratta di un asciugacapelli. Ah! Hai preso le ciabatte? No, sono ancora qui. Per carità, prendile subito, altrimenti rischi di lasciarle a casa! Soldi ne hai? È vero che hai già pagato l’agenzia, ma qualcosa devi portare. Ti ho stirato i pantaloni nuovi, li metti in valigia? Eh? Roberto, li metti in valigia i pantaloni nuovi?”

Rispondo solo quando è strettamente necessario.

You are cool.

Cosa significherà? Me lo sono fatto scrivere perché, a sentirlo dire, mi sembrava quasi un insulto. Invece cool non ha niente a che vedere con “culo”. Almeno credo. Dal sorriso spettacolare della ragazza si direbbe che è un complimento.

Ma cosa vorrà dire? In inglese sono proprio un disastro.

Sono uscito a prendere un po’ d’aria, lei, Julie, è rimasta in discoteca.

Da questa terrazza si vede tutto il porto di Palma di Majorca.

Nel locale ci sono tre piste su piani diversi e per salire o scendere si prende un ascensore di vetro, dove puoi goderti il panorama di notte. Anche l’ambiente non è male. Ci vengono un sacco di inglesi e americani.

Eccola che arriva. Julie è di Southampton. Non posso dire che ci capiamo molto, ma, per quello che ho in mente, le parole non servono. È entrata in discoteca con una minigonna a vita bassa e il reggiseno del costume da bagno. Niente maglia. È con un’amica vestita nello stesso modo, che si è incollata a Silvio.

Mi si avvicina e appoggia i gomiti alla balaustra. In questa posizione il seno si spinge generosamente fuori dai minuscoli triangolini che lo sorreggono. Osservo un capezzolo che fa capolino dalla stoffa che tira.

Lei capisce benissimo cosa sto guardando, ma fa l’indifferente.

“Are you tired?”

Ci risiamo. Insiste nel volere comunicare. Scuoto la testa.

“Non capisco”.

Si volta e appoggia la schiena alla balaustra, aggiustandosi il reggiseno.

“What abotu your family? Have you got any brothers or systers? Do you live with your parents?”

Ho capito solo family, famiglia. Vuole sapere della mia famiglia.

“Io no family. Vivo con mia madre. Only mother”.

“No father?”

Father? Padre, si vuol dire padre. Bella domanda. Che ne so chi è mio padre? E che fine ha fatto? Sono il risultato di una camporella troppo spinta, ma come faccio a dirglielo?

“Father morto”.

Con la mano traccio nell’aria la forma di una croce. Almeno non mi fa altre domande.

“Poor boy!”, miagola Julie facendomi una carezza. Si è intenerita.

Se sapessi l’inglese, potrei raccontarle le altre tristezze della mia vita. Per esempio la mia infanzia passata con le babysitter, mentre mia madre lavorava per mantenermi. O i bei nonni che mi sono trovato, che mi hanno sempre trattato come un bastardo.

Ma non c’è bisogno di piagnistei. Ormai l’ho conquistata.

La stringo per la vita e le do un bacio sulla bocca. Quelle sue lentiggini carine, così da vicino, sembrano mostruose.

Lei mi si avvinghia più forte. Non cerca di fermarmi mentre la palpeggio attraverso la stoffa del costume.

Queste inglesi sono molto emancipate. Posso osare di più.

Faccio per slacciarle il reggiseno, ma lei mi spinge via, incazzata.

Come non detto.

“You must be crazy! Look at all those people, they’re staring at us!”

“Sarebbe a dire?”

Mi afferra una mano e mi trascina verso l’uscita. Ci sono: vuole la privacy. Va bene, però siamo in compagnia.

“One moment! Friends!”, tento di dirle, ma lei ride e fila come una scheggia, verso l’ascensore, fregandosene dell’amica. Vuol dire che manderò un sms a Silvio, capirà la situazione.

L’amica, probabilmente, è già abituata.

Ormai l’estate è finita e ho ripreso il lavoro. Il mare mi ha ricaricato, ha spazzato dalla mia testa i soliti pensieri. E mi ha regalato un’abbronzatura da sballo.

E le due inglesine! Niente male davvero. Mi sa che Silvio si è preso una cotta per la Jennifer e lei per lui. La Julie era molto più navigata, non è una che casca come una pera matura.

Niente lacrime quando mi ha salutato. Meglio così. Anzi, rideva quella disgraziata, per le stronzate che dicevo in inglese.

Dovrei proprio fare quel corso, sono troppo imbranato.

Sono già le sei. È ora di smontare. Vado a casa e mollo questo furgone puzzolente, è tutto il pomeriggio che mi sballotta in giro. La bionda starà già cucinando la cena…

È incredibile quant’è veloce il tempo. Maledizione all’autunno!

Fa’ freddo, un freddo esagerato. Già dopo le cinque del pomeriggio stanno tutti in casa con le finestre chiuse. Chi la vede più la bionda? È strano, da parecchi giorni non vedo neppure la luce dietro le tendine della cucina. Ogni tanto parcheggio ancora davanti al suo portone, ma non c’è niente da fare, non la incrocio mai, non ha i miei orari. È meglio che non pensi a quanto sono stato pirla, quell’unica volta che l’ho incontrata. Ho sempre davanti a me quegli occhi pieni di dolcezza, malinconia, speranza. Forse anche di una tristezza incomprensibile.

Non si mette bene se continuo così. Questi pensieri sono diventati quasi un’ossessione, il desiderio di quella donna, in certi momenti, mi imprigiona il cervello. Devo darmi una scossa.

Il corso di inglese, per esempio. Ecco cosa devo fare.

Avevo portato a casa il volantino, sono sicuro di non averlo buttato nella spazzatura. Deve essere da qualche parte in camera mia.

Adesso che mia madre non c’è, lo cerco con calma. Con le sue chiacchiere mi impedisce di pensare.

Dannazione, ma dove l’ho cacciato? Sparito. In questa casa sparisce tutto. Vuoi vedere che mia madre ha messo in lavatrice anche quello e si è disintegrato? Provo a cercarlo fuori dalla mia camera. Magari nelle scatole di latta, dove lei tiene i documenti… forse tra le sue vecchie riviste… o nella sua agenda… nella sua borsa…

Niente borsa. Ovvio, l’ha presa quando è uscita. Dove cazzo sarà andata, che non torna più? Bel modo di dileguarsi quando io sono nei casini.

Guarda che manicomio è diventata questa casa. C’è roba dappertutto. Ma le sta bene, così impara a farmi girare le scatole.

“Ehi!”

Cos’è sto casino? Cristo! Le scatole dei documenti, le avevo impilate dietro alla porta.

“Ma… si può sapere cos’hai combinato? Perché hai messo le scatole con i documenti dietro alla porta d’ingresso?”

“E tu, si può sapere, dove hai messo il volantino del corso d’inglese? E dov’eri? Eh? Dove vai quando io cerco le cose che tu fai sparire?”

“Guarda che disastro! Tutti i documenti in terra! Chissà perché cerchi i tuoi volantini proprio in queste scatole!”

“Perché non so più dove cercare!”

“Prova a essere ordinato e vedrai che le cose le trovi! Invece, dai la colpa a me. Ma proprio adesso ti deve interessare il corso di inglese?”

“Adesso!”

Chiudo questa conversazione sbattendo la porta della mia camera, ma lei continua. Continua il monologo delle lamentele.

Poi va sul balcone a lamentarsi con i vicini. Tempo trenta secondi e tutti sapranno cosa sto cercando. Tre… due… uno.

Ecco, ora lo sanno.

Questa sera sono tornato dal lavoro e… sorpresa: sul mio letto c’è un volantino giallo. Ha l’aria un po’ malconcia, ma è lui. Mentre mi tolgo la maglia, mia madre dice, trionfante: “Hai visto? Te l’ho trovato il volantino! L’avevo dato a Mariuccia…”

Sento dentro qualcosa che assomiglia alla riconoscenza, ma è meglio non mostrarsi troppo teneri. Mi volto appena e dico: “Hmm…”

Poi mi chiudo in bagno. Non mi importa conoscere le vicissitudini di quel volantino.

“Ho visto che il corso è proprio qui di fronte”, aggiunge lei da fuori, “quasi quasi ci vengo anch’io!”

Più tardi telefono. Nessuno risponde. Riprovo dopo un’ora.

Stesso risultato.

Ritelefono la sera dopo, ma ancora niente. Provo e riprovo per diverse sere. Poi lascio passare una settimana e telefono ancora.

Niente.

Mi butto sul divano e penso a quelle finestre che hanno le imposte chiuse da qualche giorno. Accendo la televisione.

Forse così riesco a non sentire il macigno che porto sullo stomaco.

Ma sì, sono un idiota. La bionda e il maritino devono essersi presi una vacanza. Io invece lavoro come un mulo e mi faccio le paranoie perché non la vedo più. Al diavolo tutti e due.

Le mie giornate sono sempre le stesse, avrei bisogno di qualcosa di nuovo. Quando esco la sera vedo sempre le solite facce. Domani, riprendo a frequentare il locale in piazza, come una volta. È diventato un posto niente male.

Mia madre si lamenta perché passo troppo tempo in bagno.

Ma è l’unica stanza dove posso stare tranquillo. E poi stasera voglio essere in forma per il disco-pub. Rasato, pulito e profumato.

Do un’occhiata allo specchio. Sì, così può andare.

Le chiacchiere dei vicini riescono a raggiungermi anche qui dentro, mia madre ha lasciato la porta di casa aperta. È sul pianerottolo a spettegolare.

“… quanti matrimoni vanno a rotoli… peccato però!”

“Magari per loro è meglio così…”

“Comunque è sempre un brutto colpo”.

“Lei è tornata dai genitori…”

La gente non si fa proprio mai i fatti suoi. Di chi staranno parlando?

“… anche il marito se n’è andato, le imposte sono tutte chiuse”.

Un momento, un momento. Di chi cazzo stanno parlando?

“Dove abitano i genitori della signora?”

“In Umbria, non so esattamente dove”.

“Peccato, non la sentiremo più suonare. Però c’era da aspettarselo…”

“Eh sì, si capiva che con il marito non funzionava…”

Qualcosa mi ha inchiodato in corridoio.

In Umbria.

Qualcosa come ghiaccio che scorre nelle vene.

In Umbria.

Devo fare uno sforzo per voltarmi e andare in camera mia.

In Umbria.

Mi siedo sul bordo del letto e fisso il pavimento. Il disegno delle piastrelle si confonde. Rivedo due occhi azzurri e tristi che mi guardano. Mi guardavano, e cercavano di dirmi quello che non ho mai capito.