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I racconti del Premio Energheia Africa Teller

Quanto può interessare una cultura che sta per scomparire?_Jack Ernest Mbiso

studiare 3_Racconto finalista quinta edizione Premio Energheia Africa Teller.

 

Traduzione a cura di Sara Giaccotto

 

“Sembrerebbe divertente!”, pensai tra me e me, “dieci giorni e dieci notti,

da solo, nella foresta”, mi sembrava un’ipotesi terrificante. Ma poiché

questo era l’unico modo per diventare un membro rispettato nella

società, ero pronto a seguire fino in fondo le tradizioni della mia gente.

La prima difficoltà, nonché la parte più dolorosa, l’avevo superata. Devo

ammettere che quella è stata l’esperienza più dolorosa che abbia mai

vissuto.

Mio padre e mio fratello maggiore ci erano entrambi già passati. Ogni

qual volta vedevo la loro bocca e notavo quanto rispetto si erano guadagnati

nella società, dentro di me sapevo che era necessario affrontare

quel terribile dolore. Ricordo la settimana prima dell’estrazione dei

miei sei denti inferiori. Tutti i giorni, di mattina presto, mi dovevo incontrare

con i miei coetanei e andare con loro giù al fiume per bere con

la bocca, come gli animali. Lungo il tragitto per arrivare al fiume non

potevamo parlare tra di noi, né rivolgere la parola a nessun altro. Si trattava

di disciplina.

Gli anziani del villaggio ci arrivavano alle spalle, all’improvviso. Qualcuno

di loro fingeva di essere ubriaco o anche bestemmiava e abusava

di noi. Ma a noi non era permesso reagire, né verbalmente né fisicamente.

Dovevamo ignorarli. Altri anziani furbastri raccontavano storielle molto

divertenti, ma a noi ridere durante questa intera settimana era vietato.

Non ci era permesso far uscire dalla bocca alcun tipo di suono. Con-

tinuavamo a tenere le labbra completamente serrate e ruminavamo di

continuo l’erba che ci veniva data dall’anziano del villaggio. Mangiavamo

stando da soli e dormivamo nelle stalle degli animali.

Ogni sera, davanti al fuoco, un anziano ci raccontava delle storie… di come

uno dei suoi coetanei era morto dissanguato dopo che i suoi denti gli

erano stati estratti. Il motivo di tutto ciò era legato al fatto che questi era

un noto bugiardo. Ad un altro le gengive si erano gonfiate fino a far esplodere

le guance e ciò perché questo tipo era solito fare le smorfie alla gente

durante la settimana dell’iniziazione. Dato che non ci era permesso di

proferire parola, non potevamo commentare tra di noi dei nostri diversi

caratteri.

La mattina dell’iniziazione ci dirigemmo al fiume molto presto. Con nostro

grande stupore, gli anziani del villaggio e colui che era addetto all’iniziazione

erano già lì e bevevano dal fiume. Ognuno di noi si inginocchiò

e cominciò a bere. “Non vi alzate. Continuate a bere”, ci disse uno

degli anziani. Prima ancora di capire cosa sarebbe successo, ci ritrovammo

immersi nell’acqua gelida del fiume. Gli anziani guardavano verso di

noi e ci davano altre istruzioni. Ad ogni terzo colpo del loro bastone da

passeggio, dovevamo immergerci sott’acqua. Loro ci guardavano. Chiunque

di noi fosse rimasto sott’acqua più a lungo degli altri sarebbe diventato

il leader del gruppo.

L’esercizio continuò finché gli uccelli non cominciarono a svegliarsi. Era

la seconda selezione. Mio padre non riuscì a nascondere il suo orgoglio

quando fui dichiarato capo di un gruppo di cinquanta ragazzini. Per prima

cosa dovetti vedermela con il bisturi. L’iniziatore avrebbe conficcato

un bisturi tagliente come un coltello nelle mie gengive. Fece così da entrambi

i lati, per ogni dente, ed alla fine, come un cuneo, avrebbe tentato

di estirpare il dente dalla radice.

Mio padre mi lanciava sguardi di fuoco ogni qual volta emettevo un qualsiasi

suono.

“Non posso deludere mio padre”, ripetevo a me stesso.

Quando l’iniziatore tolse l’ultimo dente ero pieno di sangue e tutto dolorante.

Mio padre saltò nel fiume ed io fui spinto verso di lui. Per poco mio

padre non mi affogò. Continuò anche a nominare i nostri avi e a dire loro

“Ecco il sacrificio che stavate aspettando. Ora sono pronto ad unirmi

a voi”. Gli altri ragazzi della mia età erano ancora in acqua, aspettando

in fila pronti per questa prova.

Mio padre mi trascinò davanti al fuoco che stava dall’altra parte del fiume.

Era ormai l’alba, quando raggiungemmo il fuoco, e gli uccelli cantavano.

Accovacciato vicino al fuoco c’era un uomo anziano, il più anziano

del villaggio. C’erano diversi coltelli nel fuoco ardente.

“Ora puoi parlare e se devi piangere è il momento di farlo ora, davanti

al fuoco. Dopo oggi, qualunque sia il dolore o il piacere, voglio la tua

promessa che non piangerai mai più, né emetterai alcun suono simile al

lamento”.

Feci la promessa che non avrei mai mostrato i miei sentimenti, non importa

cosa mi sarebbe successo. L’uomo anziano prese un coltello rovente.

La mia bocca era aperta e toccò le sei ferite dei miei denti mancanti.

Credetemi, il dolore era inimmaginabile! Me la feci quasi addosso.

Strillai per il dolore; voglio vivere per poter raccontare ai miei

pronipoti ciò che mi accadde dopo. Mio padre mi diede una lancia ed

un bastone. Mi disse di andare a casa dalla mia mandria che mi stava

aspettando nella stalla.

Ed ora, eccomi qui! Non so dire cosa sia accaduto ai miei coetanei. Non

so chi mi seguì nell’iniziazione davanti al fuoco. Mio padre mi aveva

detto tutto ciò che riteneva importante. Il resto lo avrei saputo al mio rientro

al villaggio, dopo aver trascorso dieci giorni nella foresta. Ciò che

desideravo era rientrare al villaggio ed essere rispettato da tutti.

Da grande volevo diventare un capo. Sono consapevole della mia bravura

nel prendere decisioni appropriate alle situazioni. E una volta diventato

capo, tutti mi avrebbero rispettato. Persino gli stranieri che governano

la nostra terra, anche loro mi avrebbero portato rispetto; del resto

non avrebbero avuto altra scelta. Tra noi chi non aveva i denti ero

io e non loro! Il rispetto si dimostra in una sola direzione. Se hai i denti

rispetti colui che non li ha. Se non hai i denti, allora impartisci gli ordini

a chi invece i denti li ha. Per questo gli stranieri non avrebbero avuto

altra scelta.

Grazie ai miei tre tori adulti ed alle altre sette vacche giovani, un giorno

sarei diventato ricco. Presi il mio bestiame ed andai via. Avevo dieci

bastoncini con me. Ogni notte ne avrei buttato uno ed una volta ter-

minati tutti sarei tornato a casa. Non vedevo l’ora di trascorrere la mia

prima notte nella foresta. Dalle colline potevo scorgere il fumo del villaggio

in lontananza. Nonnon potevo evitare di domandarmi il perché di

quel fumo. Cosa stavano cucinando? Cos’era che sprigionava tutto quel

fumo grigio e quel particolare odore? “Quando sarò capo”, mi dicevo,“invierò

dei messaggeri in quei villaggi per spiare i loro abitanti e scoprire

ciò che fanno. Gira voce che gli stranieri attaccano i villaggi bruciando

le case, uccidendo gli adulti e saccheggiandoli dei loro animali. Gli adulti

parlano sempre di cose di questo tipo. Una volta rientrato al villaggio

sarò anch’io un adulto e potrò partecipare alle discussioni, iniziando a prendere

decisioni”. A questo pensavo. Da tutto ciò mi separavano solamente

dieci lune.

Quella prima notte salii su uno di quei grandi alberi ombrosi. Mio padre

mi aveva detto che mai nessun animale selvatico ne avrebbe attaccato un

altro sui rami di un albero. Durante la mia vita non avevo mai avuto paura,

e sicuramente questo non sarebbe stato il momento più adatto per averne.

Dormii profondamente e sognai di trovarmi in un mercato e di rapire

la ragazza che sarebbe diventata la mia prima moglie. Scappando via, con

lei sulle spalle, potevo sentire i suoi fratelli mentre mi inseguivano. Non

avrei avuto alcun problema con la ragazza. Anch’io le piacevo ed era d’accordo

che l’avrei messa giù e saremmo scappati via insieme. Le ordinai

di corrermi davanti, e mentre correvo le grida di quell’inseguimento divennero

sempre più alte. Mi ricordo che nel mio sogno stavo cercando di

saltare oltre la siepe di rovi quando caddi a testa in giù. Fu allora che mi

svegliai. Non ricordo dove mi trovassi, ma all’improvviso fui assalito da

un dubbio: dov’erano i miei animali? C’era un gran rumore, una eccitazione

di voci di donne e bambini.

“O miei avi! Cosa succede?”, ricordo che chiesi guardando verso il cielo.

Fu allora che vidi delle donne e dei bambini, degli uomini e dei ragazzi

che correvano verso il cuore della foresta. Non capivo cosa stesse

accadendo. Tutti e dieci i miei capi di bestiame erano spariti senza

lasciare traccia. Mi unii alla folla. Nessuno era in grado di dirmi cosa

stesse succedendo. Non facemmo altro che correre e correre fino a che

non spuntò il giorno. Continuammo a camminare nella foresta. Stavamo

procedendo in direzione del sole. Verso mezzogiorno un uomo ci

ordinò di fermarci. Alle donne, ai bambini ed agli anziani, invece, fu

ordinato di continuare a camminare fino al villaggio successivo. Quanto

a noi uomini, dovevamo dirigerci verso la stella minore. Lì avremmo

trovato alcuni anziani.

Qualcuno disse: “E’ giunto il momento per noi di unirci alla battaglia”.

All’improvviso tutto mi fu chiaro. Gli stranieri erano giunti al mio villaggio

ed avevano distrutto tutto ciò che si erano trovati davanti. Mi dissero

che mio padre, per primo, aveva combattuto per difendere la propria

casa dal fuoco ed era stato ferito da una spada. Il suo corpo era stato

fatti a pezzi e gettato in casa prima che le fosse dato fuoco.

Camminammo in direzione delle colline. Per due lune non facemmo altro

che camminare, avevamo poco da dirci. Quando raggiungemmo la

nostra destinazione fummo accolti con grande calore. Mangiammo della

carne, tantissima carne. Poi ci diedero delle armi e delle vecchie uniformi

da soldato. Un uomo alto e scuro di pelle si fermò davanti a noi

e disse: “Non siamo qui per impressionare nessuno. Non siamo qui per

muovere guerra contro nessuno. Siamo qui per proteggere la nostra terra

e le nostre proprietà. L’unica cosa che sappiamo fare bene è respirare.

Tutto il resto non ha importanza. Sappiamo chi sono i nostri nemici

e li uccideremo. Si stanno muovendo attraverso le vie principali, ma noi

li aspetteremo al fiume. Li uccideremo; prenderemo loro i vestiti e le

armi. Poi aspetteremo il secondo gruppo. Domani mattina cominceremo

ad insegnare ad ognuno di voi a maneggiare un’arma. E’ l’unica cosa

che dovete imparare. Avete occhi ed orecchi: usateli! Per quanto riguarda

il resto, imparerete tutto prima che il nemico giunga al fiume.

Non voglio domande! Non voglio incertezze! Ucciderò chiunque di voi

mostrerà il minimo dubbio!”. Questa fu l’unica cosa che l’uomo ci disse.

Poi se ne andò ed anche noi ci ritirammo. Nessuno doveva sapere

chi fosse quell’uomo e perché camminasse zoppicando. Ad una delle

sue orecchie mancava un lobo.

Dopo circa un mese il nemico arrivò al fiume. Erano in molti, ma non

sapevano che avevamo costruito una trappola. Tutti caddero nel fosso

che avevamo scavato. Molti di loro morirono per il morso dei serpenti;

altri si ruppero il collo cadendo e quei pochi che cercarono di scappare

furono raggiunti dalle pallottole. Mi aspettai delle feste per quella sera.

Mi sbagliavo. L’uomo zoppo non mostrò alcuna emozione. Nessuno disse

una parola. Tutti si misero a canticchiare una canzone che io stesso

conoscevo:

Madre mia, padre mio, fratello mio,

tutti voi che avete dato un senso alla mia vita,

questa sera spiate come il nemico passerà la notte,

e domani mattina mostratemi come rivolgermi verso il tramonto.

Madre mia, tu sei ancora forte;

padre mio, tu sei ancora vivo;

fratelli miei, sorelle mie, aspettateci al fiume.

Canticchiammo questa canzone finché tutti si addormentarono. La

mattina seguente risalimmo sulla collina dove avremmo atteso le prossime

truppe. Mi fermai a pensare. Il pensiero andò alle dieci bestie, al

sogno che avevo fatto sulla mia futura moglie, a mio padre fatto a pezzi

e bruciato nella mia casa. Questi pensieri mi fecero male. Il vero problema

era che qui, tra la gente, nessuno parlava. Si parlava solamente

durante l’allenamento, ma quando ci si fermava per rilassarsi un po’

era come se ciascuno fosse impegnato a risolvere i propri problemi.

Il terzo mese incontrai un ragazzo della mia età. Era stato con me, nel

mio gruppo, per tutto questo tempo ma non lo conoscevo. Persino

adesso non facemmo altro che lanciarci sguardi d’intesa. Fu tutto qui.

Da quel momento in poi, ci cercavamo di notte, in silenzio, e quando

ci incontravamo ci lanciavamo delle occhiate e poi tornavamo ognuno

al proprio posto. Una notte, però, non si fece vivo. Quella notte non

chiusi occhio.

Il giorno seguente ci spostammo su un’altra collina. Il comandante con

un solo lobo ci radunò tutti. Dentro di me ero felice, perché avrei rivisto

il mio amico. Lo vidi durante la parata, ma non ne fui felice. Il comandante

mostrò dei cadaveri, tre per la precisione. Poi disse: “Se tra

di voi c’è qualcuno che vuole sapere cosa sia successo a questi tre, allora

se ne vada e si cerchi un altro accampamento. Qui le regole le faccio

io, tranne che per il vostro respiro. Prima di fare qualcosa dovete

chiedermi il permesso. E ricordate: le domande non mi piacciono! Quan-

do vi ordino di far da guardia al cibo, non vi è permesso mangiare più

di noi. Se lo fate io vi uccido!”. Terminò di parlare e si allontanò verso

la foresta.

Potevo sentire il terrore che si impadroniva di ognuno di noi. Nella foresta

rimase un solo gruppo. Cominciò a piovere. Fu quella mattina che

decisi che sarei scappato da lì, da quella guerra. Non sapevo più chi

fosse il mio nemico. L’unica cosa che volevo era andare al campo profughi.

Mio padre mi aveva raccontato di un campo nel paese di confine

dove viveva gente come me: senza genitori, parenti e senza casa. In

quel paese la gente ti dava da mangiare e un posto in cui dormire. Mio

padre mi aveva anche raccontato che in quel campo avrei potuto imparare

a leggere e scrivere in un’altra lingua. L’unica cosa su cui ci diffidò

era il Dio che queste persone predicavano. Mio padre diceva sempre:

“Lì c’è un Dio che non vuole che un uomo abbia più mogli; un

Dio che non vuole che i suoi figli vadano dallo stregone per curarsi;

un Dio che ordina di fuggire anziché lottare quando qualcuno ti attacca;

un Dio che vuole che si amino i propri nemici; un Dio che vuole

che si legga un libro e che si creda in quanto c’è scritto senza avere alcun

segno come prova; un Dio che non vuole che si uccidano animali

o si versi del sangue come sacrificio…”. “Bambini miei. Se io dovessi

morire e voi doveste andare in una terra lontana, accettate qualunque

cosa, ma non questo Dio!”.

Adesso, qui, stavo meditando di raggiungere questo campo. Avevo deciso.

Ero pronto ad andare. Quella notte ebbi non pochi problemi, pensando

a quel Dio su cui mio padre ci aveva ragguagliato. Quella notte, non

appena ci fummo accampati sotto un albero, cominciò a piovere. I fulmini

colpirono l’albero e il fuoco si diffuse ovunque. Tre dei miei compagni

morirono durante il sonno. Ero paralizzato, non riuscivo a muovermi.

All’improvviso mi apparvero tre uomini vestiti di bianco. Il capo dei tre

cominciò ad impartire ordini. “Non lasciate questo ragazzo. Portatelo con

voi”, disse puntando la lama appuntita verso di me. Dalla mia bocca uscirono

parole convulse: “O mio Dio! Cosa ho fatto per meritarmi questo!”.

E improvvisamente i tre uomini bianchi scomparvero. Corsi verso la macchia,

dove stavano gli altri che erano rimasti a guardare. Cominciai a raccontare

loro dei tre uomini. Non mi credettero. Mi avevano visto giace-

re lì, tra le fiamme, ma non avevano visto alcun uomo con una spada e

vestito di bianco. Quella notte nessuno di noi dormì.

Un ragazzo, poco più grande di me, disse di credere alla mia storia. Mi

disse che anche a lui era capitata la stessa cosa. Disse che aveva nominato

il nome di Dio e che subito dopo i tre uomini erano scomparsi. Il ragazzo

si chiamava Metak. Mi disse anche di avere con sé un libricino che

raccontava di Dio e che leggeva sempre. A partire dal giorno seguente Metak

ed io diventammo grandi amici. Gli rivelai la mia intenzione di scappare.

Mi disse che aveva già un piano e che me lo avrebbe svelato non

appena fosse riuscito a rubare abbastanza scorte dagli uomini che trasportavano

il cibo.

I giorni passarono e la mia storia giunse alle orecchie del comandante.

Un pomeriggio, aveva appena terminato di piovere, mi fece chiamare. Pensai

che mi avrebbe ucciso. Dirigendomi verso la sua tenda cominciai a

chiedere a Dio di non farmi morire:“Oh Dio di Metak, ti prego, se ci sei

e mi vuoi bene, così come Metak sostiene, allora fa che quell’uomo non

mi uccida. Amen!”. Ripetei questa preghiera finché non cominciai a tremare.

Quando raggiunsi il luogo in cui si trovava il comandante il mio

corpo era tutto un fremito. L’uomo mi prese per la spalla e non proferì

parola. Poi disse: “Da oggi porterai il cibo agli altri. Un giorno diventerai

un grande guerriero, persino più grande di me”. Poi contrasse la bocca

e sputò verso di me. Si avvicinò alla sua sacca e mi diede una pistola

dicendomi che si chiamava colt. Mi mostrò come utilizzarla, come caricarla

e come pulirla. Quella notte dormii nella tenda del comandante. In

realtà però non chiusi occhio. La mia mano non lasciò un attimo il calcio

della pistola, nascosta sotto il cuscino.

Ogni volta che il comandante rientrava nella tenda dopo essere uscito per

fare un breve giro di ricognizione si fermava vicino a me e diceva: “Giovane

uomo non stai dormendo e non fare finta. Il tuo respiro mi dice che

non stai dormendo. Ma fai bene a restare sveglio, così puoi pensare”. All’alba

mi rimandò tra i miei compagni. Il leader del mio gruppo mi diede

un sacco di tela contenente della carne e delle ossa. La carne era secca

ed era conservata in buste nere di plastica. In alcuni barattoli c’erano

piselli e mais. Mi fu anche data una nuova uniforme e per la prima volta

indossai una sciarpa come copricapo. Alla fine mi disse: “Adesso sei luo-

gotenente”. Tutti si alzarono con in mano le loro borse e mi salutarono,

persino il mio amico Metak.

Decidemmo quindi di abbandonare l’accampamento e ci mettemmo

in marcia. Il mio amico mi disse che ci stavamo dirigendo verso il campo

profughi, nelle terre lontane. Non riuscivo a credere a ciò che era

successo. Al tramonto io ed il mio amico ci trovammo ad attraversare

un ruscello. Ci stavamo dirigendo verso un villaggio che avevamo

visto in precedenza. Ci accampammo appena fuori il villaggio. Il mattino

seguente ci avvicinammo ad un anziano che stava sistemando le

sue trappole. Il mio amico si rivolse all’uomo in una lingua che io non

conoscevo. Tutto ciò che capii fu: “Loki, Kenya, Kakuma”. Dopo circa

un’ora ci rimettemmo in cammino seguendo le indicazioni dell’uomo.

In seguito il mio amico mi disse che se avessimo marciato giorno e

notte allora, entro tre lune, avremmo raggiunto Loki e da lì saremmo

arrivati al campo di Kakuma.

Aveva ragione. Allo scadere della terza luna raggiungemmo un posto

dai bellissimi edifici ed abitato da molta gente. Qualcuno proveniva

dal mio villaggio. Ritrovai persino mia sorella minore. Per la prima volta,

dopo tanto tempo, fui felice. Ci fu data della carta con su scritte delle

frasi. A chiunque fosse diretto al campo venne dato questo foglio.

Mia sorella non stava troppo bene. Sudò e vomitò per tutto il tempo.

Il mio amico, ormai, era diventato il capo. Era in grado di ascoltare la

gente e di tradurre nella lingua locale ciò che si diceva. Ci disse che il

giorno seguente ci saremmo diretti a Kakuma. Ancora adesso riesco a

ricordare la nostra gioia. Persino mia sorella ammalata riuscì a fare un

sorriso. Quella notte mia sorella stette talmente male da non poter

nemmeno sedersi da sola. Sapevo come curarla, ma in questa strana

terra non c’erano erbe. Dove avrei potuto trovare l’erba medica? Cominciai

a pregare il Dio di Metak di guarire mia sorella.

Durante la mattina del giorno seguente salimmo su dei carri diretti a

Kakuma. Tenevo mia sorella sulle gambe. Continuava a vomitare e tremare.

Poi cominciò ad avere freddo. La donna seduta vicino a me esclamò:

“E’ morta. Gettala giù dal carro!”. Come avrei potuto fare una cosa

simile? Sapevo che mia sorella era morta, potevo vederlo, ma gettare

il suo corpo dal carro in movimento… non potevo farlo. Altri carri

seguivano il nostro. Chiesi al nostro guidatore di fermare il carro così

da poter seppellire mia sorella sul ciglio della strada. Ma non era sua

intenzione fermarsi. Calde lacrime cominciarono allora a scendermi

giù sulla faccia. Cominciai a mormorare una canzone funebre:

Ora che sei arrivata

devi ripartire con qualcun altro;

e quel qualcuno è Ajoik, mia sorella.

Ti affido mia sorella.

Aspetterò che tu torni per me.

Ti prego, ritorna, ma non subito.

Dammi il tempo per preparare…

preparare la mia anima.

Tutti coloro che erano con me sul carro cominciarono a mormorare la canzone.

Ciò mi diede forza e rimasi con Ajoik tra le braccia. La gettai giù,

per terra e guardai mentre gli altri carri, dietro di noi, passavano sulle ossa

e sul corpo di mia sorella. Rimasi lì a lungo finché una delle donne non

mi si avvicinò e mi prese per una spalla. Mi mormorò: “Coraggio, giovane

uomo! Hai fatto la cosa migliore. Hai fatto l’unica cosa possibile,

ciò che avrebbe fatto chiunque di noi. Per lo meno hai potuto dare a tua

sorella un ultimo saluto. Come dice la canzone, prepariamoci perché il

visitatore non tarderà a tornare; tutti noi lo sappiamo”.

Il nostro viaggio fu breve. Tutti noi raggiungemmo il luogo di destinazione

incolumi e cominciammo a preparare il nostro capanno con i teli di

plastica che ci vennero dati. Da allora questa terra straniera è la mia casa.

Frequento la scuola per imparare a leggere e scrivere in inglese. Ogni

domenica incontriamo un uomo che ci parla di Dio. So che quello è lo

stesso Dio che mi ha salvato dai tre uomini vestiti di bianco che volevano

portarmi con loro. Il mio unico rimpianto è quello di non essere tornato

al mio villaggio con i miei dieci animali. Non sono tornato indietro

e non ho affrontato il coltello dell’iniziatore. Sono solo ad un passo dal

diventare adulto. Chi posso accusare per aver sottratto a me ed ai miei coetanei

il diritto alle nostre tradizioni? Chi potrebbe essere, adesso, il capo

del nostro villaggio? Chi potrebbe essere “L’uomo della pioggia”, il

“Protettore dalla tempesta”, l’“Indovino” e, ancora di più, chi potrebbe

essere lo “Stregone” del nostro villaggio?

Ora che mi avete conosciuto potete aiutarmi. Nella mia terra, il Sudan,

non abbiamo solamente perso delle vite; abbiamo perso intere generazioni,

abbiamo perso la cultura e, cosa ancora più importante, abbiamo perso la

nostra integrità. Chi siamo e quali sono i nostri valori? Aiutateci a guarire;

aiutateci a tornare nella nostra terra. Aiutateci ad imparare a saper perdonare

il nemico. Poiché perdonando saremo in grado di costruire delle

certezze e di migliorare noi stessi.

Non restate fermi a guardare ed ascoltare, alzatevi e fate qualcosa.