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Kaleidos, racconto fotografico

Lo scirocco

fotoracconto finalista Premio Kaleidos Africa’s Pictures 2012_di Silvestro Lacertosa
sezione 18-19 anni

Soffia lo Scirocco dalla Siria sabbiosa, galoppa sulle desolazioni sconfinate, scandaglia gli anfratti, disperde la bianca sabbia, quasi eterea sotto il prepotente ed impietoso sole del deserto. Ogni singolo granello lui lo sente, che gli raschia la pelle, lo consuma nella corsa disperata, e quelle volute, create dalle folate furiose e spinte dalla sua incalzante angoscia, lo tormentano avvinghiandosi a lui, che deve essere libero, leggero e veloce, se vuole ancora avere qualche possibilità, anche una soltanto, di riuscire a ritrovarla. Lui la ama, l’ha sempre saputo, ma ora che è andata via, soltanto adesso, capisce davvero quello che lei era, e cerca frenetico, spogliando la terra arsa e sfidando l’invincibile calore del sole, in una caccia che è una fuga, un veemente cercare che porta alla più buia perdizione. L’orizzonte è libero in tutte le direzioni, la speranza è ormai un filo, e la foga ed il rimorso lo spingono a continuare la ricerca, in un paesaggio ormai ostile, tra terra fuoco ed aria lo Scirocco, disperato, cerca l’acqua.


Da subito ne venne irrimediabilmente attratto, dal primo istante in cui la vide. Era limpida e gentile, raccolta nella pace di una piccola oasi. Così la conobbe, e la vide poi nei fiumi e nella pioggia, nei laghi e nell’immenso, sconfinato mare. E vide la vita che portava con se. Sempre. Cosa poteva fare lui, arido vento del sud, per avvicinarla, per ammaliarla, lei che stava lì semplice e superba, anelito alla natura, sua figlia prediletta. Passò così stupendi secoli a contemplarla, vorticando intorno all’ oasi o spingendosi fino all’ oceano, accarezzandola piano quando era distratta, rinfrescandosi con la fresca spuma. Qualcosa però turbava il caldo vento, una opaca sensazione che gravava da troppo tempo per essere ignorata. Qualcosa non andava, l’acqua era sempre meno, sempre meno limpida, stava scomparendo, come in un terribile, lunghissimo incubo.


Più forte lo Scirocco vorticava intorno a lei, frustrato nel vano tentativo di proteggerla, inutile provava a fermare il tempo che passava, ed impotente vedeva l’acqua corrompersi e scomparire, risucchiata da grigio-neri grumi che sorgevano al posto delle immacolate fonti. La Follia s’impadroniva del mondo.

Lei era l’emblema della vita, lui della libertà, e le loro fluide essenze erano troppo vaghe per poter essere modificate.. Non potevano portarli via.. Invece la follia si fece strada, ammalando la terra, distruggendo il sogno. Poche sono le cose che lo Scirocco conosce per spiegare la follia, e nessuna si avvicina molto a ciò che lei davvero è. Un virus che si espande e divora. Una piovra che avvolge nelle sue spire. E nere, e sempre più grandi, sorgevano le grandi città sul territorio. In breve tempo non pioveva più, le oasi erano scomparse da tempo, i grandi fiumi ridotti ad infetti rigagnoli e poi a cinerei , polverosi letti vuoti. Era stato costretto a vederla sparire, la cosa che più amava al mondo, e forse il senso e la chiave di quest’ultimo, era scomparsa. Finita.


Corre. Si lancia senza capire verso un angolo qualsiasi del mondo, divenuto terribilmente morto. A volte sorvola una città-follia, che cerca di bloccarlo con i suoi tentacoli, in un ultimo guizzo di cieca furia predatoria, ma ripetutamente fallisce perché morente anch’essa, poiché priva di liquida energia, oramai rara come ogni forma di vita. Disperato vaga lo Scirocco in cerca dell’ oceano, per rivederla, per sfiorarla.
Non è possibile. Non è possibile. Non è possibile.

È immobile lo Scirocco della Siria sabbiosa, senza più una follia. Urla lo Scirocco, un funerario pianto si alza dalle coste del magreb, ultimo spiro del vento che piano si spegne, come tutto il resto.