I racconti del Premio Energheia Africa Teller

La legge del Cauri_Nafissatou Dia Diouf

africa11_Racconto finalista quinta edizione Premio Energheia Africa Teller.

 

Traduzione a cura di Katia Basile

 

Sulle strade sinuose della campagna fiamminga, l’autobus giallo pullulava

di ragazzini sovreccitati che ascoltavano a mala pena la spiegazione

di Madame Jouve, la professoressa di storia, costretta invano ad urlare

per coprire il baccano dei ragazzi e il rumore assordante del motore.

Frammenti di frasi quali “ricchezza del patrimonio”, “Africa Centrale”

e “culla dell’umanità” si elevavano al di sopra del brusìo quasi insopportabile.

Superata una collina boscosa, il museo di Tervuren si ergeva all’improvviso

fiero e maestoso. Ad alcune centinaia di metri di distanza, l’autobus

percorse il viale a ferro di cavallo e si fermò davanti alla scalinata.

I ragazzi scesero in fila indiana, leggermente impressionati dal grande

edificio di pietra antica.

La visita guidata ebbe inizio: sale in serie, vasellame, statuette, troni, utensili,

armi bianche, scene campestri riprodotte. Con una voce un po’ meccanica,

la guida passava tutto in rassegna sotto gli occhi stupefatti dei ragazzi

che scoprivano da altri questo continente misterioso. Sembrava tutto

così reale!

Dalle sale alle gallerie, dalle vetrine alle collezioni, il piccolo gruppo giunse

in una grande sala nella quale i raggi di un sole generoso risplendevano

da una cupola a vetri. Tutti i tesori dell’Africa sembravano raccolti

nella galleria principale. Il pozzo di luce creava dei giochi d’ombra sugli

oggetti d’artigianato e di culto rendendoli più veri che al naturale. Persino

l’acustica era particolare: non vi era bisbiglìo o battito di piedi che non

provocasse l’occhiata di rimprovero di Madame Jouve. La guida aveva

ripreso la sua litania monocorde, mentre i ragazzi a bocca aperta si avvicinavano

meglio che potevano a questi tesori fino ad allora ignorati.

Cédric, la cui natura un po’ sognatrice lo allontanava naturalmente dal

gruppo, non si accorse che i suoi compagni avevano lasciato la grande

sala per raggiungere la sala della tassidermia. Rimase come ipnotizzato

da due figurine in legno, legate da uno stesso zoccolo e disposte un po’

più indietro su un tavolo. L’etichetta era laconica: statuette figurative di

pigmei.

I tratti dei loro visi erano talmente espressivi che vi si avvicinò involontariamente.

Sollevò la mano per toccarle. Era formalmente proibito ma

sembravano così vere…

Aiutaci, aiutaci”.

Cédric si irrigidì di colpo con il braccio sollevato e il sangue raggelato.

La sua immaginazione gli stava giocando dei brutti scherzi? Indietreggiò

urtando i mobili antichi e rischiando di inciampare in una stuoia posata

sul pavimento. Scrutò l’immensa sala ovunque: nessuno.

La supplica riprese:

Aiutaci, ti prego, aiutaci”.

Era diventato matto o le statue stavano parlando? Si sentì quasi sollevato

quando vide la sua amica Rachel raggiungerlo correndo:

“Ma che stai facendo, siamo tutti nella sala degli animali impagliati!”

Cédric afferrò il braccio della ragazza:

“Aspetta, aspetta, le statuette parlano!”

“Cosa? Ma sei matto? Forza, andiamo!”

“Aiutateci, vi prego, aiutateci”.

A sua volta la ragazza si impaurì. La vista delle statue si appannò mentre

le labbra di legno pronunciavano a fatica queste parole.

La voce riprese come un soffio. Non vi era più alcun dubbio, questa voce

lontana e così vicina proveniva proprio dalle statuette.

Non abbiate paura ragazzi, avvicinatevi, non vi faremo del male”.

Il tono era sincero e la voce così commovente… Rachel fece un passo

in avanti, seguita da Cédric. Le labbra di legno si mossero nuovamente.

La donna parlava a fatica.

Liberateci, vi prego. E’ da un’eternità che siamo prigionieri in questo

posto. Vogliamo ritrovare i nostri cari, in Africa, nel nostro villaggio della

foresta equatoriale”.

“Ma… che vi è successo”, balbettò Cédric che stentava a credere ai suoi

occhi e alle sue orecchie. “E poi, perché parlate, siete solo delle maschere!”.

No, mio caro ragazzo”, riprese l’uomo di legno, “non siamo solo delle

maschere. Sembriamo delle statue, ma abbiamo un’anima. Io mi chiamo

Wendu e lei è la mia sposa, Ninka. Vi racconteremo la nostra storia…”.

La voce rotta dall’emozione della statuetta si elevava verso la volta a vetri.

Lentamente, fece conoscere ai ragazzi, abituati al loro mondo, le loro

sofferenze a partire da quel sabato sfortunato in cui i nemici di sempre,

i Kongos, avevano derubato il Cauri Sacro9 e con questo gesto imprigionato

le loro anime in queste statuette fino al loro arrivo sulla terra

del Re Baldovino.

Abbiamo da sempre vissuto in pace nella nostra foresta e in armonia

con il nostro ambiente. Vivevamo in un ricco villaggio, senza conflitti,

tranne le piccole guerre fra clan con i nostri nemici, i Kongos, conflitti

che cercavamo di evitare meglio che potevamo perché siamo di natura

pacifica. Ma custodiamo l’oggetto di tutti i loro desideri: il Cauri Sacro.

E così ci molestavano con i loro sotterfugi e il loro astio, in particolar

modo me che ero responsabile della protezione del Cauri Sacro e

dei riti propiziatori”.

“Il Cauri Sacro?”, replicarono i due ragazzi che non riuscivano a nascondere

la loro meraviglia.

“Zitti”, rispose Wendu portando l’indice alle labbra, “non abbiate fretta,

conoscerete tutta la storia. Sedetevi e non abbiate paura, nessuno vi

cercherà, abbiamo il potere di fermare il tempo”.

Il grande orologio a muro aveva le lancette bloccate. Wendu riprese lentamente

le fila del racconto.

Tanto tempo fa vivevamo felici nel nostro villaggio nel cuore della foresta.

Il Cauri Sacro, che ci trasmettevamo di generazione in generazione,

da secoli ci garantiva una vita d’abbondanza e di agio a tal punto che

niente riusciva a preoccuparci. Ma ci dava molto di più della ricchezza

e della prosperità: in qualità di guardiano del Cauri Sacro, incarico che

ho ereditato da mio padre e lui a sua volta dal suo, avevo il potere di en-

trare in stretto contatto con l’essenza degli esseri umani e degli animali,

la linfa delle piante, i minerali di ogni collina e di ogni montagna. Parlavo

alla pioggia, al vento, alle nuvole, alle stelle. Per rubarmi i doni ed

impadronirsi della nostra prosperità, i nostri nemici organizzarono una

razzia durante la quale si impadronirono di tutti i nostri beni e soprattutto…

soprattutto…”.

La voce di Wendu si affievolì.

Si impadronirono soprattutto del Cauri Sacro”, riprese lentamente con

amarezza.

“E da allora”, continuò Ninka, “erriamo come anime in pena. E’ questa

la Legge del Cauri. Dà agio e fortuna alla sola condizione che le

si paghi il tributo della fedeltà e di rituali particolari. Se malauguratamente

il Cauri viene preso, qualunque sia la ragione, si rischia fino

alla morte”.

Interruppe il suo racconto all’improvviso. Con la voce rotta dall’emozione,

Wendu confidò dopo alcuni attimi di silenzio:

Quel giorno sfortunato, i Kongos si impadronirono del Cauri Sacro e

quest’ultimo per vendicarsi imprigionò me e la mia sposa Ninka in queste

statuette”.

“Siete morti allora?”, chiese Cédric che cercava disperatamente di trovare

una logica razionale a questa avventura.

No, sfortunatamente, ed è proprio questo il problema. Il baluardo che

cinge il nostro mondo e lo separa dall’aldilà è impenetrabile. Noi siamo

sospesi come in un limbo tra i due mondi, in questa frontiera tenebrosa,

prigionieri in terra straniera senza la speranza di rientrare un giorno

nel nostro paese e di vivere con i nostri cari. Da noi, in Africa, i morti

e i vivi sono affiancati in una situazione di atemporalità e di intesa.

Tuttavia, i morti sono più potenti dei vivi che per tutta la loro vita saranno

nell’anticamera della Morte”.

Davanti allo sguardo attonito dei ragazzi, Wendu sorrise e li rassicurò:

Non bisogna aver paura della morte! La morte è la sola cosa che dà

senso alla vita. Nelle nostre civiltà, ci fa raggiungere la condizione onorevole

di Antenato. Allora siamo venerati, ci fanno delle offerte sontuose

e delle libagioni in nostro onore. Ma qui, miei cari ragazzi, non siamo

né veramente morti, né realmente vivi”.

Le parole rimbalzarono dalla volta sul pavimento a piastrelle prima di

fondersi nel silenzio. L’orologio aveva cessato il suo battito. A sua volta,

Ninka prese la parola:

I nostri hanno raccolto le nostre anime prigioniere e ci hanno affidato

a Eloka, la Grande Sacerdotessa che si chiama anche Guardiana della

Vita o Depositaria dei Saperi. Nel Bosco Sacro dove noi troneggiavamo

sull’altare, si dedicava quotidianamente alle preghiere rituali e alle offerte

che rendevano sopportabile l’attesa. Non c’era da fare altro che

attendere. Dovevamo attendere che trentatré lune coincidessero con sette

tornadi prima che potesse pronunciare le formule magiche che dovevano

ricondurci alla vita”.

“Ma… come siete arrivati qui allora?”, osò Rachel.

E’ proprio qui che la storia si complica. Da noi si dice che quando un

evento sfortunato accade di sabato, si ripeterà. Eravamo alla nona luna,

pazienti e rassegnati. Un sabato, mentre la Guardiana di Vita si era

addentrata nella foresta a raccogliere delle radici e dei germogli appena

sbocciati per le sue preparazioni rituali, apparve nel Bosco sacro un

uomo non iniziato. Non era del nostro villaggio né dei Kongoso. Emanava

un cattivo odore di alcool. Era attratto dal lucro e dal guadagno

facile. Prese tutto ciò che si trovava sull’altare: le statue, i totem, le maschere

e ci vendette in città a dei falsari che non capivano il nostro valore

e che si spacciavano per antiquari...”.

Wendu proseguì il triste racconto di Ninka:

Gli avvenimenti seguenti si sono svolti rapidamente. Dei falsi turisti,

ma veri negozianti d’arte ci hanno comprato per un tozzo di pane e ci

hanno rivenduto a peso d’oro al museo di Tervuren. Fortunatamente, grazie

allo zoccolo in legno, non siamo mai stati separati”.

Wendu guardò teneramente il suo compagno prima di proseguire:

I veri ricercatori del museo non si sbagliarono e fecero un bell’acquisto.

Ed è così che ci siamo ritrovati ad essere pezzi da museo, anime rinchiuse

in questa gogna di legno a vedere per tutto il tempo sfilare degli

sconosciuti che ci guardano a volte distrattamente a volte non ci guardano

affatto fino ad oggi, giorno benedetto, in cui vi siete avvicinati a

noi con il candore e la generosità che traspare dai vostri occhi”.

“Siete gli ambasciatori dell’aldilà”, riprese Ninka, “poiché il vostro

cuore è puro vi hanno scelto per liberarci in assenza della Grande Sacerdotessa

su questa terra”.

“Ma come possiamo liberarvi?”, replicò Rachel al colmo dell’incredulità.

Noi vi guideremo”, rispose Wendu.

La sua voce era ora sicura, piena di speranza e rassicurazione. Saltò con

disinvoltura dal tavolo in cui si erano posati. La figurina di legno aveva

ritrovato tutta la sua agilità. Wendu scomparve in un angolo nascosto della

sala e ritornò armato di una lancia che temprò in un focolare pieno di

fuliggine. Con la punta della lancia si mise a disegnare dei segni cabalistici

complessi sul pavimento. Il mosaico così tracciato era un intreccio

di linee, curve, losanghe, segni misteriosi tagliati da cerchi concentrici

al centro dei quali tracciò un sole. Rialzandosi all’improvviso, Wendu si

collocò al centro della rappresentazione simbolica, poi tese la mano a Ninka

che a sua volta scalò agilmente il tavolo per ritrovarsi subito al fianco

del suo compagno. “E’ semplice come il gioco del mondo”, pensò Rachel

affascinata.

Ascoltateci bene, ragazzi. Questa è la nostra ultima possibilità. Ho ricostruito

qui il labirinto del Cauri Sacro. Ho spesso osservato la Grande

Sacerdotessa ufficiare e conosco a memoria le formule magiche che

servono a restituire l’anima alle persone imprigionate”.

“Ma Wendu”, obiettò Ninka intimorita, “solo gli iniziati possono pronunciare

queste parole magiche, altrimenti…”.

“Zitta! Non dimenticarti che questi ragazzi hanno il cuore puro”, rassicurò

Wendu,“dimenticheranno le parole magiche non appena le avranno

formulate. E… comunque non abbiamo scelta”.

Aveva pronunciato quest’ultima frase sottovoce. I due ragazzi rimasero

alquanto a disagio.

Tu, Cédric, prendi la mia mano”, riprese, “e tu Rachel quella di Ninka.

Così, molto bene. Adesso ripetete dopo di me”.

[A questo punto del racconto, per evidenti ragioni di riservatezza, l’autore

si riserva il diritto di non riportare le formule esoteriche, dovendo

quest’ultime restare segrete per i mortali, ad eccezione degli iniziati].

I due ragazzi ripeterono le formule magiche con un fervore insospettato.

Ben presto tutto si dissolse intorno a loro, i contorni degli oggetti di-

ventarono morbidi, le pareti si fusero. Le voci chiare di Cédric e Rachel

riecheggiavano nella sala mentre le parole si disgregavano e le lettere si

attorcigliavano verso la volta, ben presto raggiunte dagli incantesimi

rauchi della Grande Sacerdotessa come un canto polifonico che si elevava

verso il cielo. Il pozzo di luce della cupola lasciava filtrare dei fasci

di luce cruda come quella che inonda i chiarori della fitta foresta. Durante

la preghiera la luce divenne all’improvviso accecante. I ragazzi erano

spaventati. Nel centro del mosaico le lastre si erano disgiunte. Il suolo

stava sprofondando sotto i loro piedi? Rachel perse l’equilibrio ed ebbe

paura. Si sarebbero ritrovati tutti in questo villaggio della foresta equatoriale

in Africa, lontano dai loro cari? Non avrebbe più rivisto suo padre,

sua madre, i suoi amici e il suo gatto Mitsy? Le lastre del pavimento

si disgiungevano sempre di più.

“Non abbiate paura”, s’elevò la voce di Wendu, lontana e cavernosa,

“non vi condurremo con noi, ci avete salvato la vita. Lasciate che vi offriamo

in cambio un regalo della saggezza pigmea, un viatico che speriamo

illuminerà il cammino dei vostri giorni: La ricchezza è un coltello

a doppia lama. Rifletteteci”.

Le due figurine rotearono come un turbine dapprima lentamente e poi

sempre più velocemente. All’improvviso tutto divenne oscuro e dopo alcuni

secondi una luce smorzata ricomparve all’improvviso, la stessa, solita

luce che entrava dalla cupola. Sul pavimento non vi era più alcuna

traccia di mosaico. Le lastre si erano ricongiunte. Soltanto due statuette

erano appoggiate per terra con gli occhi spenti e i tratti e il corpo immobili.

Cédric si abbassò lentamente per raccoglierle e le riappoggiò sul tavolo.

Aveva sognato tutto? Intravedeva lo stesso dubbio negli occhi di Rachel.

No, sapevano entrambi che erano riusciti a liberare le anime di Wendu

e Ninka e che per sempre la loro visione delle cose sarebbe stata diversa.

Rachel fu la prima a riprendere la parola dopo alcuni minuti di

raccoglimento:

“Non credi che ci prenderanno per matti se raccontiamo questa storia?”

“Bah, comunque sia non siamo obbligati a raccontare…”.

Dietro di loro il ticchettìo del grande orologio aveva ripreso il suo battito

monotono. Dalla sala della tassidermia si udì nuovamente un brusìo

familiare. Ben presto, Madame Jouve si affacciò alla porta della grande

sala: “Su, muovetevi, sono sempre i soliti a rimanere indietro, brontolò,

sbrighiamoci, l’autobus ci aspetta!”.

Rachel e Cédric si scambiarono uno sguardo d’intesa e un complice sorriso

prima di raggiungere il gruppo.

A settemila chilometri di distanza il salto spazio-temporale aveva fatto

atterrare i nostri due pigmei nel Bosco Sacro. Wendu e Ninka incontrarono

Eloka, la Grande Sacerdotessa e tutti e tre si affrettarono a portare

la bella notizia: erano ritornati tra i loro cari e questa volta sul serio. Ben

piantati sulle gambe robuste, Wendu e Ninka condividevano lo stesso pensiero:

Grazie, ragazzi, non vi dimenticheremo mai!”.