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Kaleidos, racconto fotografico

Idowu, Zalika e la dea Yemaya

fotoracconto vincitore Premio Kaleidos Africa’s Pictures 2012_ di Ettore Gallo
sezione 15/17 anni

Nel villaggio avevano appena pranzato. Il solito impiastro, povero, senza sapore. La stagione di secca aveva portato al prosciugamento del pozzo comune e, ormai, si cominciava ad avere sete. Bisognava cercare acqua e bisognava farlo subito; nel pomeriggio, Idowu e i suoi amici si sarebbero recati nei pressi del grande fiume Ogun, alla ricerca di acqua pulita, magari di qualche sorgente spuntata miracolosamente fra la fitta vegetazione della riva.

Quel pomeriggio in cammino sul pendio della collina con Idowu c’erano tutti i compagni di una vita: da Yewande, suo migliore amico, a suo fratello Tokunbo, passando per Kehinde, Ore e Oluwa. E ovviamente c’era lei, la donna più bella del villaggio, Zalika, talmente bella che all’età di quindici anni poteva ancora permettersi il lusso di non cercar marito. Idowu l’amava, con quell’amore pieno di  illusioni e insieme intenso dell’adolescenza. Il ragazzo s’incantava ad ammirare la candidezza del suo vestito eternamente bianco, la delicatezza delle sue forme, i suoi lunghi capelli intrecciati di perline. Ogni goccia, ogni ciondolo erano acqua cristallina a cui l’animo semplice di Idowu s’abbeverava. Il ragazzo sapeva di amarla da sempre, sentiva come il loro amore fosse nato ancor prima che il grande Olorun avesse creato il mondo. Al momento, però, non c’era stato nessun contatto vero e proprio: i due continuavano a fissarsi, con sguardo incerto lui, con animo indifferente lei.

A questo pensava Idowu lungo il tragitto, dannando se stesso e la sua timidezza, quando Yewande prese ad urlare pieno di gioia: “Eccolo, il grande fiume Ogun!!”. Idowu rivolse lo sguardo dall’eburneo e trasparente vestito di Zalika al paesaggio che aveva dinanzi e si rese conto che il “grande fiume Ogun” era sì grande, ma sporco a tal punto da apparire poco più che una striscia scura nel paesaggio verdeggiante circostante. Un po’ delusi, i sette giovani scesero lungo la riva e si sdraiarono all’ombra, sotto la fitta vegetazione del fiume.

“Dividiamoci in gruppi! Potremmo trovare più facilmente l’acqua!”- propose Kehinde.

Tutti acconsentirono e, formati che furono i gruppi, Idowu si rese conto di essere restato solo con Zalika.

“Ecco. Ora tocca a me!”- si caricava Idowu. Apriva la bocca, ma dalle sue grandi labbra non usciva alcun suono. Zalika lo guardava con sguardo speranzoso, ma Idowu continuava a deludersi.

Continuarono a camminare così per un bel po’, infruttuosamente. Poi, con il gesto più naturale del mondo, quasi non rendendosene conto, Zalika si inginocchiò  a terra e, ponendo i propri polpastrelli sull’umida terra della riva, prese a urlare:

“O madre delle acque!

Grande è il tuo potere, la tua forza e la tua luce..

Fa’ che la tua grandezza sia la più grande ricchezza che tu mi dispensi..

circondata da dolci melodie che sorgono da te…”

 Una risata fragorosa fece vibrare il cielo, e grandi onde s’alzarono dall’acqua salmastra del fiume! Una creatura dai confini sfumati comparì sulla riva.

“Chi mi ha chiamato?”- domandò solennemente Yemaya.

“Amorevole madre di tutti gli Orisha, suprema protettrice del grande fiume Ogun e di tutte le acque, è questa tua misera serva che T’invoca.”- rispose Zalika, come in trans. “Il nostro villaggio soffre la sete, grande Madre. Aiutaci, Ti prego!”

La dea si fermò, indicò lentamente i due giovani e infine spostò il suo aleatorio dito verso la vegetazione oltre la riva. I ragazzi si voltarono a vedere cosa stesse indicando Yemaya e subito dopo si resero conto che la dea era scomparsa. Idowu e Zalika, visibilmente provati, si incamminarono così verso l’entroterra. Camminarono per ore nella fitta vegetazione fluviale e, in quell’ambiente che quasi non lasciava filtrare i raggi solari, divennero finalmente complici. Camminando fianco a fianco, sfiorandosi, scambiandosi sguardi sempre meno fugaci, impararono a conoscersi: riuscivano, infine, a dirsi con i propri corpi ciò che non avrebbero mai ammesso a parole.

Il grande sole africano volgeva ormai a occidente quando si resero conto di essere in prossimità del villaggio; dovevano ora separarsi da quella complicità totalizzante che aveva riempito le ore precedenti. Non ce la facevano. Si guardarono negli occhi e, come di riflesso, si baciarono nella calda luce amaranto del tramonto. Ai loro piedi cominciò a sgorgare acqua. Yemaya aveva regalato al villaggio una sorgente cristallina. Tenendosi per mano, i due giovani corsero a dare la splendida notizia a tutti. Yewande e gli altri li aspettavano preoccupati all’ingresso del villaggio.

“Che fine avevate fatto?”- chiese Tokunbo.

Idowu stava per rispondergli. Schiuse le sue grandi labbra nere, ma le parole svanirono nella luce soffusa del risveglio mattutino. Il giovane aprì gli occhi: si trovava nuovamente nel suo scomodo giaciglio di Lagos, nel quartiere più povero della grande metropoli nigeriana. Una sete lancinante gli seccava le fauci…