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I racconti "brevissimi di Energheia"

I brevissimi 2021. Filo di ragno, Margherita Bazzocchi_Cesena(FC)

Anno 2021 (Bianco)

Menzione Associazione culturale Energheia

 

Una leggenda giapponese che unisce, inspiegabilmente e magistralmente, elementi di culture e religioni completamente diverse tra loro- narra di un filo di ragno tesosi improvvisamente dal paradiso all’inferno. Questa sottile ragnatela era stata calata da Buddha per ricompensare Kandata, un uomo crudele e depravato, per l’unica buona azione che avesse mai compiuto in vita, ossia salvare un ragno dalla morte, e dargli così la possibilità di raggiungere il cielo se fosse riuscito a risalire il filo. Io, come lui, vedo tendersi davanti a me la mia personale tela di ragno, e so che, se solo osassi scalarla, potrei raggiungere una condizione più elevata. Ma purtroppo, come ho imparato dal finale tragico del racconto, la storia non è destinata ad un lieto fine. Kandata cominciò la scalata, ma le anime dei dannati, ansiosi di sfuggire a loro volta all’orrore infernale, cominciarono a brulicare sotto il filo, inizialmente timorosi, poi sempre più audaci e tenaci, e ad arrampicarsi come grotteschi ripugnanti ragni affamati su di esso. Kandata, terrorizzato, temendo di perdere la propria occasione di salvarsi, cominciò a scuotere  violentemente il filo e a spingere le anime per farle cadere; ma così facendo provocò la rottura della sua fragile ancora di salvezza, e ripiombò gridando in modo straziante nell’eterna dannazione. Io so che, se dovessi cominciare, metaforicamente parlando, la scalata di quel meraviglioso filo bianco, sicuramente una serie di mostruosi sensi di colpa, paure, rimpianti, malinconie, pensieri di morte si assieperebbero famelici sotto di me, appiccicandosi ai miei vestiti e ritrascinandomi inesorabilmente verso il gorgo infernale, anche se, imparando la lezione del malvagio Kandata, non dovessi scuotermi per scacciarli. Un’alternativa potrebbe essere tagliare quel filo ammaliatore, in modo da non avere neppure la tentazione di salire, e impedire così ai miei traumi di riportarmi indietro dopo avermi fatto assaporare crudelmente la speranza di una prospettiva migliore; oppure potrei semplicemente ignorarlo, lasciare che rimanga dov’è, lanciarvi un’occhiata malinconica di tanto in tanto, e continuare a condurre tranquillamente la mia vita di sempre. Per il momento propendo per questa seconda opzione: mi limiterò ad aspettare e ad osservare sottecchi questo sorprendente, innaturale e  misterioso  cambiamento. Ma è impossibile fingere che non esista. Quando dormo rimane lì, come un guardiano fedele, vegliando sul mio sonno. Quando mangio ondeggia giocosamente davanti alla bocca, cade sul cibo, si inzuppa di sugo e di olio, e sono costretta a spostarlo con rabbia. Al risveglio, riprende a seguirmi, mi accompagna in bagno, in cucina, al lavoro. Ovunque vada, quel filo bianco mi segue, mi tallona, si mescola ai miei capelli scuri spiccandone orrendamente, così che ogni volta che passo davanti ad una vetrina, ad uno specchio o ad una pozza d’acqua lo vedo che mi fissa di rimando, sorridendo pacificamente. “Allora?” pare chiedermi insistentemente. “Sei pronta a crescere, finalmente?”. Scuoto la testa, e il filo si scuote con me, beffardo. Sa che, se accettassi la sua presenza, quindi il passare degli anni, quindi l’avvicinarsi della vecchiaia, quindi il pensiero di essere più vicina alla morte, e quindi, in senso figurato, lo scalassi, la paura di morire e l’ossessione per la possibilità di non essere ricordata in eterno e sparire nelle sabbie del tempo che mi porto dietro da anni verrebbero con me, impedendomi di elevarmi realmente, e facendomi piombare in un terrore esistenziale ancora maggiore.

Le forbici tintinnano. Il mio primo capello bianco cade oscillando dolcemente nel lavandino.