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Energheia in visita ad un villaggio Masai, nella regione del Masai Mara in Kenya

I Masai provengono da una grossa etnia che dividendosi in vari clan diede origine anche alla tribu dei Samburu e degli Njemps. La lingua Maa infatti, termine da cui deriva il nome Maasai, li accomuna ancora oggi.
I Masai sono tradizionalmente un popolo nomade formato da pastori: in passato si muovevano in lungo e in largo per tutto il Kenya e parte della Tanzania, al giorno d’oggi invece puoi trovarli più che altro nel sud-ovest del paese, dalle parti del Tsavo, Amboseli e Masai Mara.
Anche se negli ultimi anni il loro sostentamento si sta focalizzando sempre più sull’agricoltura, per loro il bestiame rimane letteralmente sacro.

Mitologia

Le credenze e la mitologia dei Masai sono molto legate al loro modo di vivere. Quasi tutti i riti e superstizioni vedono come protagonisti gli animali selvaggi, il loro bestiame e la flora della savana.
Secondo una credenza ancestrale i loro greggi di bovini sono un vero dono dal paradiso: un tempo la terra e il cielo erano tuttuno, dopo la divisione operata dal dio Enkai furono eretti dei ponti fino al paradiso. Per mezzo di questi ponti, rappresentati dagli alberi di fico, il dio regalò ai Maasai greggi di mucche, facendo scivolare i bovini dai rami degli alberi fin giù sulla Terra.
Anche l’erba è considerata sacra: quando un Masai passa davanti a un fico è uso comune toccare l’erba vicino alle radici, rendendo omaggio a ciò che ha portato le greggi (l’albero) e a ciò che le fa vivere (l’erba).
Tra gli animali selvaggi gli gnu godono di una notevole considerazione, contribuendo alla rigenerazione del manto erboso e quindi alla salute dei capi di bestiame.
I leoni, anche se rispettati, sono invece una seria minaccia. La caccia al leone, chiamata Olomayio, è parte integrante della vita Masai: rappresentata con diversi cerimoniali è considerata anche una chance per i giovani di provare il loro coraggio.

Costumi e simbologia dei colori
I giovani, sia ragazzi che ragazze, usano allungarsi a dismisura i lobi delle orecchie. I maschi portano sempre lunghe treccine di solito decorate con ocre rosse, stesso colore dei vestiti e stesso colore usato per dipingersi la parte superiore del corpo.
Il rosso ha un significato particolare per le credenze Masai: se ci fai caso è la tonalità base di quasi tutti i braccialetti e degli indumenti quotidiani.
Anche le collane, tradizionalmente fatte a mano dalle donne, nascondono una loro simbologia: come regola generale i tre colori predominanti sono il rosso, il blu e il verde. Il primo è il colore della tribù, il blu rappresenta Dio e il cielo, mentre il verde rappresenta il dono più grande: il bestiame e i pascoli.
Alle ragazze è permesso portare orecchini soltanto nella parte superiore dell’orecchio. Col passare degli anni, in modo graduale, anche il resto dell’orecchio e il lobo possono essere decorati.

Iniziazione alla vita adulta e matrimonio
Il cammino della vita di un Masai è accompagnato da intense cerimonie che segnano i passaggi del suo “status” dalla nascita fino alla morte.
E’ la madre che accompagna il figlio maschio alla cerimonia di iniziazione alla vita adulta: l’iniziato indossa grossi ciondoli chiamati surutia che in seguito restituirà al genitore che li indosserà fino alla morte.
La prima fase per accedere al nuovo stato sociale consiste nello girovagare da solo per gli altopiani visitando altre comunità Masai.
Successivamente la madre rasarerà a zero la testa del figlio, che dopo la toccante cerimonia denominata Eunoto sarà proclamato adulto e avrà la facoltà di sposarsi.
Durante il matrimonio le ragazze indossano lunghissime collane blu. Essendo un giorno speciale e volendo mostrare tutta la loro eleganza a volte portano talmente tante collane e ornamenti vari che a stento riescono a camminare.
Una volta sposati, i Morani (giovani) raggiungono il grado “Giovani Anziani” per diventare, col passar degli anni, “Anziani” a tutti gli effetti. Un “Anziano” è molto rispettato all’interno della sua comunità, e puoi riconoscerli dal lungo bastone che portano a simboleggiare la saggezza.
Cerimonie di sangue
Nella cultura Masai esistono diverse cerimonie, un po’ crude a vedersi, in cui il protagonista è il sangue.
Nel centro del villaggio, con la punta di una lancia, viene aperta una vena nel collo di una mucca. Una parte di sangue viene bevuto mescolandolo col latte (ritenuto sacro), mentre l’altra metà conservato in una zucca vuota. La ferita dell’animale viene poi richiusa con della cenere, evitandone il decesso.
Un altro rito consiste nello sgozzare una capra, bere il sangue e distribuire la carne ai componenti del clan a seconda del loro strato sociale.


“I Masai (Maasai) sono un popolo nilotico che vive sugli altopiani intorno al confine fra Kenya e Tanzania. Considerati spesso nomadi o semi-nomadi, sono in realtà tradizionalmente allevatori transumanti, e oggi spesso addirittura stanziali (soprattutto in Kenya). La transizione a uno stile di vita stanziale si accompagna a quella dall’allevamento all’agricoltura come fonte primaria di sostentamento; questa trasformazione è evidente nei clan masai kenioti come Kaputiei, Matapato e Kikunyuki, e in Tanzania presso gli Arusha.
I masai parlano il “maa”, da cui il nome dell’etnia che è da loro pronunciato “maasai”. La lingua appartiene al gruppo delle lingue nilo-sahariane ed è dello stesso ramo delle lingue di popoli nilotici quali i pokot, i dinka ed i nuer. I masai sono il popolo nilotico che, in Africa, vive più a meridione. È difficile dire quanti siano i maasai, visto che non esistono censimenti accurati né in Tanzania né in Kenya. La tendenza dei censimenti nei due paesi è quella di esagerare il numero di persone appartenenti all’etnia. Da una parte, non tutti gli abitanti dei territori ancestrali dei maasai appartengono a questa etnia; dall’altra, non è semplice censire tutti i maasai vista la tradizione di abitare non in villaggi, ma in case mono o multi-famigliari isolate e distanti tra loro. Francis Mol, il più grande esperto di lingua e cultura maasai, pone la popolazione totale a non più di 600.000 unità, equamente distribuite tra i due paesi dell’Africa orientale che li ospitano”