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Rassegna Stampa

Ballestra: “Dove sono gli editori di ricerca?”

Corriere del Mezzogiorno – Sabato 14 settembre

Nella Bologna dei primi anni ’90 Silvia Ballestra studentessa (marchigiana, classe 1969) e già promettente scrittrice, era espressione di un clima felicemente anarchico di ricerca e creatività. Aveva esordito nel 1990 nell’antologia Papergang – Under 25, curata da Pier Vittorio Tondelli. Nel 1991 il primo libro, Compleanno dell’iguana, pluritradotto. Sarebbe seguito il romanzo La guerra degli Antò, che diventerà film, per la regia di Riccardo Dilani. Poi, nel 1994 i racconti Gli Orsi. L’intervista biografia alla Lussu, Joyce L., una vita contro, segna il passaggio alla maturità, non solo letteraria, di cui è pregna la trilogia di Nina. La giovinezza della signorina N.N, una storia d’amore; Nina; Il compagno di mezzanotte.
Oggi scrittrice affermata, vive a Milano, e seguita a dedicarsi alle scritture emergenti, come dimostra la sua collaborazione all’intelligente iniziativa materana.
Conosceva già il premio Energheia?
“Conoscevo il premio Energheia: me ne aveva parlato il mio amico Andrea Demarchi. Entrambi abbiamo iniziato con Tondelli e le sue antologie. Lui ed io ci siamo occupati, in tempi diversi, della coda al progetto Under 25 (le antologie si chiamavano proprio Coda), dunque siamo piuttosto interessati a questo tipo di ricerca. Faccio anche parte del comitato Ricercare di Reggio Emilia e posso dire che i risultati della “cerca” di Energheia non differiscono molto, per la grande eterogeneità di motivazioni, temi, modelli e stili”.
Le circostanze ci invitano a parlare del Sud-Est nella letteratura. L’anno scorso Aldo Nove rilevava un difetto di autorappresentazione. Che ne pensa?
“Mi associo: ma è un problema? Per anni nei miei riferimenti letterari c’è stata l’America, i grandi scrittori americani e le short stories statunitensi. DI sicuro, io marchigiana, avevo più familiarità coi paesaggi del Connecticut, gli aranceti della California e gli stagni di Central Park”.
Oggi però si parla di rinascimento pugliese: le risulta?
“Mi risulta, soprattutto per il Salento e la musica, e non da ora (all’inizio degli anni Novanta a Bologna erano davvero tanti i giovani pugliesi creativi e li vedo ancora in giro, per fortuna). Si sente parlare della Giamaica italiana e ho una marea di amici che vanno in vacanza lì per questo. Immagino che gli sforzi da fare siano enormi e ci voglia un po’ di tempo ancora per creare un determinato contesto, o se vuoi, una scuola: le Marche fino a qualche hanno fa erano un vero disastro, ma ora abbiamo dei narratori nuovi asai interessanti”.
Gli artisti meridionali paiono obbligati dal destino a giustificare la loro meridionalità, volenti o nolenti, se mi passa il termine, e non mi pare che abbia dovuto trascinare il fardello dell’identità regionale, nonostante gli esordi linguisticamente così connotati!
“Vero, è una maledizione che riguarda proprio il Sud. Noi non sentiamo questo problema. Io non l’ho avuto assolutamente, nonostante l’uso pesante del dialetto, peraltro inventato o appreso a Bologna da compagni di studio sambenedettesi – ma forse dipende dal fatto che le Marche non hanno poi questo grande senso di identità. Dovessi dare delle indicazioni, direi di cercare di liberarsi il più possibile di questo fardello. Come? Boh, stravolgendolo, confondendolo, usandolo o ignorandolo del tutto”.
Tondelli, Canalini, Mozzi hanno guidato il suo debutto artistico. Mozzi è ancora impegnatissimo in tal senso. Esistono oggi delle personalità e spazi editoriali (come la mitica fucina di Transeuropa) altrettanto attenti?
“No, e si fa grande fatica. Le vecchie sigle come Transeuropa e Teoria, che si erano occupate di accudire e promuovere la ricerca, sono ferme. Le nuove case editrici, come Fazi e Minimum Fax, per quanto vivaci, sembrano concentrate soprattutto sugli stranieri. Le grandi case editrici dragano come al solito il già consolidato, il minimamente garantito. Qualcosina fanno Stile Libero di Einaudi e Sintonie di Rizzoli, ma quelli non sono posti dove ti fai leggere mandando per posta il manoscritto”.

Nella foto_Silvia Ballestra, durante la presentazione del suo libro