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I racconti del Premio letterario Energheia

Naufraghi_Giorgia D’Alessandro, Francavilla al Mare(CH)

_Racconto finalista quindicesima edizione Premio Energheia 2009.

 

Un sogno. Era un bel sogno. Ma poi è successo tutto molto in fretta. Come se qualcuno mi avesse sollevata e fatta precipitare in un incubo nero, che non mi apparteneva.

Non so né perché, né come sia successo. La nave su cui eravamo era affondata. Ora qui, seduta sul fondo della scialuppa, ripenso a ieri notte. Ma è tutto molto confuso. Ricordo solo il Capitano che aveva trascinato me e altri… così, a casaccio… pochi fortunati, o sfortunati, chi può dirlo?… su una scialuppa in mare. E ricordo le grida strazianti, i pianti impauriti di uomini, donne e bambini… piangevano da far spezzare il cuore, mentre cercavano di farsi issare su una delle scialuppe… e piangevano, pregavano, imprecavano…

E ricordo la calca impazzita, il groviglio di corpi smaniosi, quell’ammasso di carne viva che voleva continuare a vivere. E ricordo come, facendo diventare quel muro umano una trincea, siamo riusciti ad arrivare alla scialuppa. E ricordo… questo ricordo fa male… di essere inciampata e di aver sbattuto la testa… ma la cosa non mi spaventò, perché sentivo attorno al mio polso una mano rassicurante che non mi abbandonava e continuava a trascinarmi avanti. Siamo in sette: il Capitano, senza età, Shun e Johnny, i due gemelli di vent’anni, Fatima e Lisa, amiche da sempre, di diciassette anni, Ginevra, mamma ansiosa di tornare da sua figlia, di trent’anni. È lei che ha continuato a trascinare verso la scialuppa, me, Morgana, di quindici anni, dopo che avevo perso i sensi…

Siamo su questa scialuppa da una settimana, persi nell’Oceano Indiano. Sul fondo della barca si è aperta una piccola falla, cosicché ogni giorno a turni, dobbiamo svuotarla dall’acqua. Intorno a noi gli squali continuano il loro frenetico girotondo, per scioglierlo solo la notte. Il cibo va razionato, così come l’acqua. Il sole picchia caldissimo tutto il giorno sulle nostre teste, invece, di notte, scende sulla barca un freddo mortale. Dormiamo stretti, spalla contro spalla, raggomitolati gli uni contro gli altri, per non far disperdere il calore. Il Capitano ci dice di riunirci. Sediamo tutti. Zitti, aspettando che dica qualcosa. «Ragazzi. Sono trent’anni che solco il mare e vi posso assicurare che sette persone non possono sopravvivere in questa situazione. Secondo voi è giusto morire tutti o far sì che due o tre di noi sopravvivano?». Il silenzio cade su di noi come un macigno, l’unico rumore sono le onde che s’infrangono contro il legno. “Siete nostri, siete in nostro potere”. Sembrano sbeffeggiarci. Prendo coraggio e parlo «Io dico di rimanere uniti. Perché sacrificare uno di noi se non c’è la certezza di essere condannati? Potremmo avere un colpo di fortuna. Una nave di passaggio, un’isoletta… Possiamo continuare a razionare cibo e acqua». Guardo il Capitano scuotere la testa e mentre mi risponde una morsa mi serra la bocca dello stomaco. «Povera stella. Sei così ottimista… Siamo fuori da ogni rotta, in balia della corrente e se ridurremo ulteriormente le razioni, saremo tutti preda di febbri e polmoniti. E non possiamo concederci il lusso di ammalarci. La cassetta dei medicinali non ha scorte infinite. Mi dispiace». Sento gli occhi prudere, vorrei piangere, ma non voglio apparire debole, non devo. Il Capitano punta un dito contro uno dei due gemelli: «Tu perché vuoi rimanere a bordo? Pensi di poter essere utile alla sopravvivenza degli altri o hai qualcosa d’importante sulla terraferma?». Shun lo guarda: «Ho paura della morte per affogamento». «Se è solo questo, ho io il rimedio…» e fa scivolare, fuori dalla fondina che ha alla cintola, una pistola, e aggiunge: «ma nessuno ti costringerà». Taciamo tutti. Il capitano si volta verso Lisa: «Tu?». Lei parla tenendo sempre gli occhi fissi a terra, quasi cercasse ispirazione: «Perché voglio vivere la mia vita fino in fondo», si ferma spesso e soppesa le parole, quasi le costassero fatica «Perché voglio raggiungere i miei obiettivi e penso di poter dare molto per me e per gli altri».

Johnny è un medico e dice di poterci curare. Ginevra vuole tornare da sua figlia. Il Capitano guarda me. Un vortice d’idee m’invade la testa. Vorrei dirgli che mi piace vivere, che morendo rovinerei anche la vita dei miei genitori e del mio fratellone, cosa farebbero senza di me? Immagino loro tre seduti a tavola senza di me, che si guardano senza dire nulla, consapevoli che manca un tassello per completare il puzzle.

Apro la bocca e cerco di parlare, ma un groppo mi serra la gola. «Ho paura della morte violenta». Alla fine, il fiume di emozioni che provavo era sfociato in una motivazione insignificante. «Dormiamoci su e domani riprenderemo il discorso», dice il Capitano. Ci sdraiamo. Ho paura. Il Capitano ha la pistola e potrebbe anche uccidere uno di noi mentre dorme.

Ma alla fine la stanchezza vince e dormo. È mattina. Shun manca e nessuno di noi tarda a capire cosa sia successo. Si è sacrificato per noi. È morto da eroe. E se sopravvivremo gli dovremo la vita…

Ci troviamo in una situazione assurda. Sospesi fra cielo e terra. Il mare è meraviglioso e terribile. E le due cose si fondono assieme e mi trattengono sul bordo della scialuppa a guardarlo incantata. E intanto lo maledico… me ne riempio gli occhi… lo odio… mi faccio quasi soggiogare…

E poi verso l’una e mezza, le due di pomeriggio… è fantastico.

L’ho sempre pensato. È diverso però, ora. Prima lo dicevo a mia cugina… Agosto… caldo torrido come ora… da sotto l’ombrellone, però… guarda Miki, guarda il colore del mare… non c’è niente di più bello… e più terribile, ma allora potevo solo immaginarlo, quest’ultimo aggettivo.

Qui, sulla scialuppa, tutto è più immenso. Sarà perché tutto è così vuoto ma così pieno allo stesso tempo. Tutto è pieno di mare e di cielo, di cielo e di mare. Le due cose si fondono, l’azzurro e il blu si mescolano… e il giorno il mare è un riverbero di luce e al tramonto guardo quell’universo d’acqua baciato da un ultimo sorriso di sole… mai visto nulla di più meraviglioso e più terrificante al tempo stesso.

Sono passati sette giorni dalla morte di Shun. Il Capitano continua a raccomandarci di non bere l’acqua dell’oceano se non vogliamo dar di matto. Sono dimagrita molto e sono debole e stanca. Johnny mi dice che tocca a me svuotare la barca dall’acqua.

Mentre incomincio il mio lavoro, penso che presto toccherà a qualcun altro fare la fine di Shun, e spero di non essere io. In un certo senso non ho paura di morire, perché so che questa vita è solo un anello di transito, dopo c’è qualcosa di più. Non so come faccia a sopravvivere chi non crede in nulla. Perché c’è una sola crudele realtà: l’essere umano è destinato a scomparire. Chi è fortunato compie il suo intero ciclo vitale, chi meno muore ancora giovane. Ma prima o poi a tutti toccherà spegnersi. Se non si crede nella vita dell’anima dopo la morte, come si può sopravvivere? È orrendo pensare che tutto finirà con la nostra morte. Un secchio, due secchi, tre secchi… Continuo a ripetere meccanicamente gli stessi movimenti. Riempio il secchio d’acqua, lo rialzo, lo vuoto.

Riempio il secchio d’acqua, lo rialzo, lo vuoto. Ma sono stanca e ho fame. E sete. Sento la lingua gonfia e non riesco a parlare. Semplicemente, continuo a riempire e a svuotare il secchio. Un velo mi cala sugli occhi e la vista si appanna.

Alzo la testa per vedere se è una nuvola che ha oscurato il cielo. No, sento qualcuno che mi chiama. L’ultima cosa che vedo è il buio e poi sento il tonfo del mio corpo che cade sul fondo acquoso della barca… chi ha spento il sole?

Socchiudo gli occhi. All’inizio vengo accecata… mi si schiude davanti una realtà onirica… ho una visione distorta delle cose… il sole mi ferisce gli occhi, tutto mi appare più scuro, a chiazze ombrose… strizzo le palpebre, le sbatto, lacrimo… alla fine la realtà distorta torna vera. Non si sono accorti che mi sono svegliata. Mi manca l’aria. Cerco di parlare, ma la lingua gonfia me lo impedisce. Per un attimo ho paura di morire soffocata. Alcune lacrime mi scivolano veloci lungo il viso. Emetto dei mugolii disperati. Ginevra mi sente e si avvicina.

Mi accosta alle labbra la borraccia dell’acqua e bevo avidamente. L’acqua contro la mia gola secca e bruciata… un sollievo che le parole non possono rendere… «Come ti senti Morgana? Ci hai fatto spaventare». Freddo… tanto freddo. E mi bruciano gli occhi. E sento il cuore battere forte. Cerco di alzarmi. Non ce la faccio. Johnny si avvicina e s’inginocchia affianco a me. E mi dice di stare ferma e zitta. Prima mi poggia una mano sulla fronte, poi mi poggia la mano sulla carotide, resta un po’ con le dita poggiate. «Colpo di sole. Nulla che non si possa curare». Sorride rassicurante, ma sa che la cassetta dei medicinali è piuttosto sfornita. Dice che devo riposare. Sto zitta, ho troppo mal di testa per parlare. Mi metto sotto le coperte e mi addormento quasi subito, cullata dal rollare delle onde.

… Ginevra dice che devo mangiare, ma non ne ho voglia.

M’imbocca. M’indebolisco sempre di più, giorno dopo giorno.

Passano minuti… ore… giorni… mi abbandonano lì… solo Ginevra mi resta vicina… penso che le ricordi un po’ sua figlia… e anche Johnny non mi lascia, dopotutto è un medico. Le medicine non fanno effetto e la febbre è alta, dice Johnny. Durante il giorno, col caldo insopportabile, mi sembra di prendere fuoco da dentro, eppure tremo di freddo e il sudore mi si gela addosso. La notte mi abbraccia il gelo e il mio corpo non mi appartiene più, diventa insensibile, si stacca da me.

Mi sento sempre peggio. Il giorno e la notte si fondono. E io dormo. E sogno il mare. E lo sciabordio delle onde, contro il legno della zattera. E l’odore salmastro del mare. Ed ecco che sogno e realtà sono inscindibili, come la vestigia del giorno nella notte. E dormo… dormo… dormo…

Qualcuno mi passa un braccio sotto le gambe e uno dietro, la schiena. Mi sento sollevare da terra, le braccia penzoloni nel vuoto. È strano sentirle così, dopo averle tenute tanto a lungo immobili. Dove sono le mie braccia? Sento solo pezzi di piombo. Devono essere loro però, perché iniziano a formicolarmi. Socchiudo gli occhi.

Ombre. E piccole lucciole imprigionate nella pece nera.

È notte. Un angelo che dall’alto ha avuto pietà di me, ora mi stringe fra le braccia e sono sicura che mi curerà. La testa mi fa male e pulsa, mi sento come arsa dentro, come se la febbre mi stesse pian piano consumando… per un secondo ho perso i sensi. La prima cosa che rivedo sono le stelle lontanissime. Sono fra le braccia dell’angelo. Mi sorprendo di come mi tenga con facilità. Come se non avessi peso. Mi rendo conto che sono gestibile al pari di una bambola di pezza.

Guardo l’angelo…

Ma dove sono i suoi begli occhioni blu descritti in tutte le favole?

…Vedo solo occhi di ghiaccio…

… l’angelo mi curerà…

… negli occhi ci sono lampi di scuse…

… mi salverà…

… e di calma omicida…

… ci porterà tutti in salvo…

… sono occhi così simili a quelli del Capitano…

La stanchezza resta, ma la lucidità torna come una coltellata.

Per un attimo è come se avessi smesso di respirare e il mondo si fosse fermato per poi stringermisi addosso, soffocandomi. Ora sono di nuovo calma e sento il mio cuore battere piano, pompando il sangue caldo che mi irrora le vene. È strano. Passano pochi secondi ma registro un’infinità di particolari, i miei sensi paiono dilatati. Sento la giacca ruvida del Capitano grattarmi sulla pelle, nelle narici ho l’odore pungente del mare, nelle orecchie lo sciabordio ritmico delle onde. Sono inerme fra le braccia del Capitano e non mi muovo. Non ne ho la forza. “Bambola di pezza”, sono le uniche parole che riesco a pensare. Pianto i miei occhi lucidi per la febbre in quelli di ghiaccio del Capitano. Non ho la forza di liberarmi, rimango come una bimba piccola nelle mani del mio carnefice. “Qualcuno si svegli, per favore. Dio, fa svegliare Ginevra”.

Ma forse doveva andare così,

perché nessuno si svegliò,

né Il Capitano ci ripensò,

né uno squalo sbatté contro la zattera,

facendo barcollare il Capitano e facendolo cadere in acqua,

né una voce dal Cielo ordinò al Capitano di non uccidermi,

né apparve la sirenetta Ariel a salvarmi,

né al Capitano venne un crampo alla gamba o un infarto

no… niente di tutto ciò…

queste cose capitavano solo nei film o nei libri…

Ecco, non appena sento che le sue braccia stanno sciogliendosi intorno a me, senza abbandonare i suoi occhi, dico con voce ferma: «Oh Capitano, mio Capitano, mi fidavo di te».

Non distolgo lo sguardo dai suoi occhi algidi perché voglio che le mie iridi, brune e calde, marchino a fuoco la sua anima per tornarlo a perseguitare sempre. Ma, al contempo, capisco che sta facendo ciò per la sopravvivenza degli altri. Mentre lui mi fa scivolare in acqua, una lacrima mi solca il viso. All’inizio l’impatto con il mare è come uno schiaffo che mi brucia la pelle, ma poi l’acqua mi culla, mi sommerge piano, e sento che la morte inizia a cingermi con il suo abbraccio freddo e sopente. Prima le gambe, poi il petto e ora sono giù. L’aria nei miei polmoni si esaurisce presto. Sono troppo stanca per nuotare e mi lascio andare. Mi tornano in mente tutti i bei momenti passati. Uccisa dal mare che tanto adoro. Spero che non occorrano altri sacrifici prima che qualcuno trovi i miei compagni. Sento il rumore delle bollicine che escono dalla mia bocca; il primo sussurro di morte. Il primo rivolo freddo mi corre lungo la schiena. È più forte di me e apro la bocca per respirare… L’acqua è fredda e allaga i miei polmoni… le onde… la canzone della morte che risuona nelle mie orecchie, scandita dal tamburo del mio cuore… e l’acqua che mi opprime è la danza della fine che balla sul mio corpo. Sulla mia lingua il sapore del sale. Vorrei provare a risalire, ma sono troppo debole, se non fossi malata, sarei già in superficie. Ho paura. È orribile pensare che un attimo ci sei, l’attimo dopo non esisti più e tutto continuerà come sempre, indifferente alla tua scomparsa. Ma so che non morirò, almeno non nello spirito. Dopo mi aspetta qualcos’altro, la vita vera, quella per la quale ci prepariamo durante quella terrena. Sento freddo. Potrei fare un ultimo grande respiro per metter fine alle mie sofferenze, ma penso che anche l’ultimo battito di ciglia, per quanto doloroso, debba essere vissuto. Rimango ad occhi aperti perché non voglio immergermi nell’oscurità, prim’ancora che l’angelo della morte mi stringa fra le braccia, nell’ultimo abbraccio che riceverò. Sento la mia pelle che prende l’odore salmastro e i miei capelli fluttuano come alghe.

L’ultimo saluto dalla vita mi giunge da un afflato salmastro di mare… mi bacia piano sulla bocca, entra nella gola, me la solletica dolcemente… Un’ultima bollicina esce dalle mie labbra, poi il freddo scompare. Gli occhi mi si chiudono e la luce verde-azzurra dell’acqua si spegne come la mia vita.

Vedo i miei compagni sulla scialuppa e non sono andata in Cielo. Affianco a me c’è Shun. Siamo quelli che i vivi chiamerebbero fantasmi, ma non abbiamo scelto noi di rimanere.

Sappiamo che potremo andarcene completamente solo quando tutto sarà finito sulla scialuppa…

Ecco, è tutto finito, quasi. Sono passati vari giorni dalla notte in cui il Capitano mi buttò in mare, e fra meno di mezz’ora la nostra avventura sarà un capitolo chiuso.

La mattina dopo la mia scomparsa è stata salutata dal silenzio di tutti e dalle lacrime di Ginevra, che chiese al Capitano cosa mi fosse successo. Il Capitano fu molto convincente. «Dispiace molto anche a me. Stanotte mi sono svegliato e ho trovato Morgana che stava malissimo. Era già a un passo dalla morte. Sapevo che non ce l’avrebbe fatta. Non vi ho neanche svegliati. Credetemi non c’era più nulla da fare. In pochi minuti il suo cuore ha smesso di battere. Le ho chiuso gli occhi e l’ho gettata a mare. Mi dispiace. Era prevedibile però… a quell’età il fisico non può reggere queste condizioni».

Poggiò una mano sulla spalla di Ginevra che piangeva. Lei si scansò. Nessuno disse niente. Quella versione convinceva poco tutti, ma per convenienza tutti l’accettarono. Una notte il Capitano gettò a mare anche Johnny, ormai debole e malato. E il cerchio si strinse ancora su quella scialuppa maledetta. Da un lato c’erano Lisa e Fatima, dall’altra Ginevra e il Capitano. E in tutti e quattro l’istinto alla sopravvivenza era massimo. Si guardavano con sospetto e odio. I due gruppi si auguravano a vicenda la morte, infatti, non uno non poteva sopravvivere se anche l’altro continuava a vivere. Penso che il Capitano si considerasse troppo vecchio, per morire.

Era un vecchio, astuto volpone senza scrupoli. Infatti, lui era sopravvissuto e io ero morta…

Una notte parlò a Ginevra… devi capire… è l’unico modo, se sopravvivono anche loro noi non ce la faremo mai… è l’unico modo per tornare vivi a terra. Non vuoi riabbracciare tua figlia? Oppure vuoi fare di lei un’orfana? Se non attaccheremo noi per primi lo faranno loro… qui siamo come animali. Non è il mondo della moralità, ma dell’istinto… i più forti e i più astuti sopravvivono. Qui non c’è spazio per la coscienza. E ritieniti fortunata che ho scelto te per aiutarmi. Una persona sola non può occuparsi della scialuppa… la ragazzina era troppo fragile, il medico troppo moralista… e quelle due rimaste… solo la morte potrà separarle. Ma tu… tu hai una forte motivazione per tornare a casa… quindi tu mi aiuterai…

… Sì.

Peccato che Fatima e Lisa giocarono d’anticipo. Il Capitano era furbo, ma, si sa, le donne ne sanno una più del diavolo… riuscirono a sottrarre la pistola al vecchio e mentre i due complici dormivano, spararono a entrambi. Prima al Capitano per semplificare le cose… se si fosse svegliato prima di averlo ammazzato, non avrebbero potuto reggere un corpo a corpo. Ginevra si svegliò allo sparo. Capì subito. Due secondi. Supplicò. Lisa sparò. Una ferita nel silenzio della notte. Cadde in acqua invocando il nome della figlia… una sola lacrima giù dagli occhi… non per la sua vita stroncata… no… L’amore di una madre verso la figlia è più grande di quello che prova verso se stessa…

Fu così che Ginevra non poté tornare a casa per riabbracciare la figlioletta.

Qualche giorno dopo Fatima e Lisa furono trovate da una nave impegnata nelle nostre ricerche. Furono subito interrogate separatamente dall’ispettore. Tutte e due dissero che Shun si era gettato in mare. Io ero morta di stenti, Johnny a causa delle febbri. Ginevra, già fuori di sé per la disperazione portata dal continuo pensiero della figlia, era impazzita per aver bevuto l’acqua salata. Era morta agonizzando sul fondo della zattera. Poi entrambe accusarono la compagna dell’assassinio del Capitano. Fu così che l’ispettore capì che una aveva commesso l’omicidio, ma l’altra ne era stata complice. È così che ora Lisa e Fatima si ritrovano in carcere, condannate all’ergastolo.

Non biasimo le azioni che ognuno di noi ha commesso su quella maledetta zattera. Ci sono situazioni in cui gli atti compiuti non possono essere giudicati da persone che non hanno vissuto quelle stesse situazioni. Ci sono cose che riportano l’essere umano alla sua vera essenza che, a dispetto di quanto ci piaccia, è molto più simile a quella di un animale. Ci sono situazioni… la nostra ad esempio… in cui prevale l’istinto di sopravvivenza… tutti dal di fuori possono dire: “io non lo farei”. Bazzecole… una volta che si è lì tutto cambia… chi può annienta gli altri… pensa alla sua sopravvivenza… carità, compassione… niente di tutto ciò esiste più. Chi non lo fa non è per bontà animo: è semplicemente impossibilitato a farlo. È la triste natura dell’animale e dell’uomo. In queste situazioni vince il più forte, il più debole soccombe. Darwin non aveva fatto completamente centro. Non è sempre il più adattabile che sopravvive. Nel nostro caso sono stati i più forti e i più furbi… per sperimentare fino a che punto siamo forti e furbi ci dovremmo trovare in queste situazioni. Solo allora prendiamo veramente coscienza di quanto possiamo spingere oltre il limite le nostre possibilità… vedere se la corda si spezzerà o fino a che punto reggerà… è anche curioso ho pensato spesso… ma l’ho pensato in situazioni normali. Poi però tutto è diverso… io non ero così forte, come avevo sempre pensato di essere… non abbastanza furba, troppo innocente e spensierata… e le mie possibilità, non così resistenti da reggere quell’inferno e non così elastiche come le avevo sempre valutate. E la mia corda si è spezzata, assieme al mio corpo.

… E noi siamo tutti qui, sospesi sull’acqua. Ci siamo tutti: Shun, io, Johnny, Ginevra e il Capitano. Io sto fra il Capitano e Ginevra. Ci teniamo tutti per mano e aspettiamo. Non c’è nessun rancore, nessun odio. Solo un po’ di rimpianto per la vita che non abbiamo potuto vivere e della quale io non avevo sperimentato così poco…

Stiamo per scoprire la risposta alla domanda che ogni uomo si fa… cosa c’è dopo… ma non potremo tornare indietro per rispondere a chi resta…

Ecco. Le nostre figure incorporee sembrano rilucere, poi le vedo dissolversi in polvere di stelle e in farfalle e volare verso il Cielo, dove gli angeli, gli occhi blu ce li hanno davvero.