Mavia, Daniele Zampetti_Ravenna

Racconto finalista venticinquesima edizione Premio Energheia 2019 

Il sole non era ancora del tutto sprofondato nel tramonto, quando lo trovarono. Sospinta dalla brezza serale, la sua ombra longilinea ondeggiava lenta, distesa fra gli arbusti bruciati dal sole di agosto: col capo chino, quasi sembrava squadrare i suoi stessi piedi scalzi, le dita soltanto pochi centimetri più in alto della polvere che copriva il suolo. La Valle della Morte, chiamavano quel luogo gli abitanti del villaggio che di lì a qualche millennio avrebbe preso il nome di Abdera. La Valle della Morte, la chiamavano: perché le uniche radici che s’insinuavano fra le sue rocce erano quelle di qualche ulivo scheletrico e del groviglio di rovi che qua e là chiazzava il terreno.

Furono la sorella e suo marito, che lo trovarono. La visione della sua pelle scolorita, a tratti grigiastra, dei suoi arti innaturalmente rigidi, dei suoi occhi sbarrati, non li sconvolsero particolarmente, in realtà. Se lo aspettavano. Già alla partenza sapevano cosa avrebbero trovato una volta giunti in fondo alle tracce dei suoi passi, che dalle porte del villaggio si snodavano per i declivi spigolosi della valle. Immobili, si lasciarono precipitare nel silenzio di cui quella sera pareva impregnata: e fu nella stessa quiete che liberarono il cadavere del cappio al quale era sospeso, e che ripartirono alla volta di casa, in gara con la notte che già guadagnava terreno ad Oriente.

Arrivarono al villaggio avvolti nel buio, la strada rischiarata dalle poche stelle che qua e là erano fiorite in quello che sarebbe stato uno degli ultimi cieli estivi. Esausti, adagiarono la salma nel letto dell’uomo, seguiti nei movimenti dallo sguardo vacuo della moglie del suicida, sola, sul suo materasso di paglia. Fecero del loro meglio per radunare qualche parola di condoglianza nei confronti della vedova, quindi cercarono rifugio, ognuno nel proprio giaciglio, dal lutto che già inumidiva loro gli occhi.

L’indomani, forse anche prima che il sole fosse sorto, la notizia scivolò da un tetto all’altro, lasciandosi alle spalle un’ingombrante scia di silenzio e raccoglimento. Nessuno, quella mattina, si sarebbe recato al proprio posto di lavoro, fra i propri ortaggi, nei pascoli assieme alle proprie capre: nessuno avrebbe inquinato i canti rituali in onore del defunto con lo sferragliare della ruggine dei propri attrezzi. E mentre il nero annuncio appesantiva così di casa in casa l’aria del villaggio, le due familiari del suicida s’apprestavano a preparare il corpo del parente per i riti che avrebbero occupato il pomeriggio e la sera di quella silenziosa giornata di fine agosto.

E fu proprio nello spogliare le sue membra inerti, che accadde ciò che distinse questo da qualsiasi altro funerale mai celebrato nei millenni di storia a venire. Ciò che fece di quel giorno un’anomalia, e che fece della sua storia una storia degna di essere raccontata, fu il brandello di tela che scivolò da una delle pieghe della sua veste, adagiandosi ai piedi della salma. Sulle prime nemmeno lo notarono: e sarebbe finito bruciato assieme all’ammasso di tessuto che restava dei pochi averi del defunto, se la figlia, raccogliendolo dal terriccio che faceva da pavimento alla capanna, non avesse notato la linea cremisi che segnava la stoffa, aggrovigliandosi in una parola; che le due non faticarono ad immaginare fosse stata scritta con il sangue che fino a non molte ore prima animava il corpo giacente sotto ai loro occhi.

Sette lettere, sette lettere cremisi, si stendevano sulla tela bianca. Scritte con cura, scritte perché fossero lette. Scritte, e lasciate alla vita come unica eredità di chi se ne andava con il capo chino dell’impiccato. Le due, tuttavia, non erano in grado di leggerle – come d’altronde la maggior parte degli abitanti del villaggio -, in modo da trasformare in suono e in pensiero quei sette segni rossi. Cercarono così, improvvisamente dimentiche del compito che gli era stato affidato – di preparare la salma per i funerali – l’aiuto di un amico del defunto, al quale credettero che quei simboli dovessero essere familiari; amico che, dopo essersi liberato del disagio che inevitabilmente assale gli ospiti di una casa vestita a lutto, ammise di non aver mai visto scritta, né sentita pronunciare, quella parola, messaggio ultimo del conoscente scomparso. Si limitò a leggerla, così com’era impressa nel tessuto, subito imitato dalle due. Scandì le tre sillabe, incerto sulla fonetica: e “libertà” fu ciò che vibrò nell’aria silenziosa di quella mattina di fine agosto.

E non appena, passati alcuni istanti, il suono si perse nella perplessità che lo accompagnava, accadde l’incomprensibile. L’ignoto che tinse di inquietudine i volti dei tre, prima, e poi le espressioni del villaggio intero.

La moglie del suicida scoppiò a ridere, a squarciagola, piegata in violente contrazioni dell’addome. Non nella comune ilarità, non nella risata che talvolta la nostra mente ci offre per allontanare il pianto. Scoppiò a ridere del riso incontrollato, e gelido, di chi non è più padrone della propria ragione; riso incontrollato che subito si fece terrore nei suoi occhi spalancati, nella pelle pallidissima, e nelle membra, agitate da spasmi casuali. S’accasciò a terra, e, sempre ridendo, la testa fra le mani, iniziò a ripetere ritmicamente, quasi fosse una cantilena, o un mantra, la parola di sangue appresa soltanto pochi secondi prima.

Gli altri due non fecero in tempo a percorrere qualche metro fuori dall’uscio, in cerca di aiuto, che già la stessa sorte li afferrava, trascinandoli a terra, prede di periodiche convulsioni, come in cerca di un qualche significato nella parola sconosciuta, che ora sussurravano, ora gridavano, ridotti a poco più che vermi. Nella giovane, dopo non molti minuti la risata si fece pianto, e il suo rivoltarsi un sussultare sommesso, sincrono ai singhiozzi in cui prorompeva di tanto in tanto.

“Libertà!”: soltanto le tre voci, a tratti quasi accorate, spezzavano il silenzio funebre.

E lo sviluppo fu prevedibile: la scena, a metà fra il macabro e il surreale, nel giro di pochi minuti radunò attorno ai suoi tre attori il villaggio intero, quasi ipnotizzato; e la parola, quelle sette lettere nate dal sangue e fatte formula magica dalle labbra delle tre sagome che ora si dimenavano nella polvere, scivolò di bocca in bocca, di orecchio in orecchio, come in cerca di qualcuno che, udendola, subito fingesse di conoscerne il significato, e lo comunicasse a tutti.

E come aveva preso con sé le due donne e il loro conoscente, fece suoi anche tutti coloro che, nell’udirla, la ripetevano, chi curioso, chi straniato, chi, infine, emulo ingenuo. Uno ad uno, condannati senza nemmeno conoscere il proprio giudice, o il significato della sua sentenza. Condannati all’unica sorte davanti alla quale persino la morte impallidirebbe: l’irreversibile perdita di sé stessi, e della propria coscienza.

Prima che il villaggio fosse decimato, qualcuno fra i presenti ebbe il buonsenso di ordinare a tutti di non ripetere, nemmeno per una sola volta, le sette lettere sconosciute: ma già a questo punto, a piangere o a ridere abbandonato a sé stesso, fra le sterpaglie e la polvere, c’era almeno un componente di ogni famiglia; e gli altri attorno a lui, increduli, e impauriti. E fu a quel punto, che qualcuno mandò a chiamare lo sciamano del villaggio.

Ritenuto da tutti come investito di doti ultraterrene, e di conseguenza autorità indiscussa, viveva come un selvaggio nella macchia circostante al piccolo abitato, nutrendosi soltanto di ciò che trovava tra gli arbusti, e vestendo le sue membra il minimo che già a quelle prime comunità umane il pudore imponeva. Suo padre era stato sciamano, e, prima di lui, suo nonno; e il figlio nato dal suo accoppiamento con una delle donne del luogo, sarebbe un giorno divenuto sciamano. Gli abitanti del villaggio chiedevano talvolta il suo aiuto sotto forma di riti religiosi e predizioni riguardo al clima e allo sviluppo della stagione agricola e venatoria: la sua inquietudine fu così comprensibile quando, giunto laddove la sua gente s’era radunata, poté vedere di persona che ciò che gli era appena stato sommariamente raccontato andava ben oltre la sfera dell’ordinario.

Prese in mano la situazione, senza indugiare: per prima cosa, fece rientrare ognuno nella propria abitazione, tenendo con sé due uomini, ai quali fece riempire le orecchie di cera perché non fossero tentati, udendo la Parola, di ripeterla. Quindi esaminò la casa del suicida, il cui corpo, immerso nella calura estiva, già iniziava a mostrare i primi segni di decomposizione. Fu lì che, a quel punto, gli finì fra le dita il pezzo di stoffa, lasciato distrattamente scivolare a terra dal suo lettore originario, al crollare, qualche ora prima, delle facoltà mentali della vedova.

E fu lì che, con gli occhi profondi e malinconici immersi nella traccia vermiglia che segnava il tessuto, mosse a sua volta le labbra per pronunciare la Parola. Per pronunciare quella “libertà” che aveva appena fatto del suo nome la maledizione di tutti.

Non appena ebbe finito di scandirne le lettere, sul villaggio ridiscese il silenzio che poco prima i lamenti dei primi dissennati avevano infranto. Ma non era, questa volta, il silenzio del lutto. Non era il silenzio funebre, che divora la voce prima ancora che essa abbia percorso le corde vocali per compiere la sua metamorfosi di respiro in suono. Era il silenzio della tensione, della quiete tormentata che precede lo scoppio del temporale.

Ma non accadde nulla. Passati alcuni istanti, l’uomo era ancora sulle proprie gambe, la stoffa in mano, lo sguardo vigile attorno a sé: come in attesa di cadere anch’egli preda del male sul quale stava indagando. Ma sapeva, non sarebbe successo.

Dopo un’altra manciata di lunghissimi attimi di silenzio, una ad una, le vittime dell’incantamento tornarono alla cantilena dalla quale lo sciamano era riuscito a distoglierli, anche se solo per poco. E quando egli uscì dalla capanna, investito dallo sguardo inquieto del villaggio, che lo squadrava dagli usci delle abitazioni, lo fece col passo grave di chi è, sì, giunto ad una soluzione: ma allo stesso tempo sa, in cuor suo, che essa comporterà più sofferenza di quanta non ne provochi il problema stesso.

Con aria turbata, fece disporre i dissennati in un’unica capanna, al riparo dal sole che già galleggiava alto sopra al profilo delle colline. Quindi radunò il villaggio, e annunciò l’inizio dei riti funebri in onore del suicida. Fu innalzata una pira crematoria, sulla quale venne disteso il corpo del defunto, avvolto nel tradizionale sudario di lino immacolato; attorno ad essa, infine, trovarono posto coloro che la maledizione non aveva ancora colpito.

“E’ giunto il momento, amici”, proruppe ad un certo punto lo sciamano, quasi scagliando le proprie parole contro il silenzio in cui erano immersi lui e i suoi interlocutori, “di salutare, infine, questo nostro conoscente, questo nostro compagno di viaggio. Questo nostro fratello.” Bagnò il profilo del viso del defunto, sepolto sotto alle pieghe ondulate del velo. Qualcuno, fra la folla, singhiozzò. “Addio, amico mio, e amico nostro. Addio. Che la tua anima possa riposare serena, che la tua partenza coincida con la fine delle tue sofferenze terrene. Addio.”

Qualcuno porse allo sciamano una torcia accesa. La squadrò per un attimo, muto. Una brezza sottile, ora, agitava le poche foglie degli ulivi circostanti. Sospirando, lasciò che la fiamma, danzando vivace sotto al sole di mezzogiorno, scivolasse sui rami di cui era intrecciata la pira. Cadde, e subito il crepitio delle lingue di fuoco tra la legna secca sostituì il fruscio dei rami. Cadde, e, le braccia distese lungo i fianchi, lo sciamano, immobile seguì con lo sguardo le fiamme avvolgere la costruzione funebre. In pochi secondi, esse inghiottirono il corpo del suicida, facendo di lui, infine, soltanto fumo e cenere.

“Ma i dispiaceri non finiscono qua, oggi”, riprese dopo alcuni minuti, quando il fuoco andava ormai scemando, riducendosi a un cumulo di tizzoni ardenti. “Non finiscono qua, amici, perché questo nostro fratello, come di certo voi tutti avrete potuto appurare con i vostri occhi, se n’è andato lasciandosi alle spalle una scia di male”.

Ventisei occhi lo fissavano, inquieti.

“Una scia di male che, purtroppo, sta facendo di un solo suicidio una grande epidemia. Non sono certo di essere in grado di riportare alla ragione chi è già caduto vittima della maledizione ignota. Posso, però, e soltanto col vostro aiuto, fare in modo che nessun altro sprofondi nello stato in cui si trovano molti nostri familiari, lì, dentro quella capanna.” Si fece forza, inspirando a fondo. “Innanzitutto, nessuno dovrà mai più pronunciare la Parola. Non è un nome come gli altri, che in un certo senso, sono innocui: nasconde fra le sue lettere un demonio che fa facili prede coloro che non sono abbastanza forti da resistergli. Ossia, quasi tutti voi.”

Silenzio.

“Dovrete dimenticarla. Ma anche così non l’avrete davvero sconfitta, amici. Non avrete sconfitto la Parola. L’avrete semplicemente evitata.  L’unica via per annullarla davvero, è una strada buia, e dolorosa. E’ una strada lungo la quale molti di voi, se non tutti, forse perderanno sé stessi, e la loro stessa vita. Per eliminare definitivamente il demone della Parola, dovrete scoprire quale sia il suo significato. Solo allora, potrete pronunciarla senza rimanerne irreversibilmente privi di senno.”

E qui tacque. I sospiri di alcuni, fra la gente, parevano voler ricordare a tutti che la soluzione dell’enigma giaceva sotto ai loro occhi, mescolata per sempre alle ceneri del suicida, che il vento, rafforzandosi con l’avanzare del pomeriggio, già raccoglieva dalla pira estinta, diffondendole nell’aria tiepida.

I riti funebri proseguirono, nelle ore successive, senza la presenza dello sciamano. A dire il vero, dopo quella mattina, nessuno lo rivide mai più; e, trascorsi alcuni anni, fu sostituito da uno dei ragazzi del villaggio, scelto per l’aura di misticismo che sembrava accompagnarlo in ogni suo gesto.

Le vittime della maledizione rimasero confinate nella loro capanna, e i loro organismi, dopo non molto tempo, andarono incontro all’esaurimento fisico. Uno ad uno, furono sepolti, come esuli, lontani dal villaggio, e in gran parte in mezzo alla polvere della stessa Valle della Morte, dove nel frattempo nessuno aveva più messo piede.

Negli anni a venire, e in particolare dopo l’investitura del nuovo sciamano, furono in molti a dimenticare il divieto imposto loro durante quel lontano funerale di fine agosto, che andava sbiadendosi fra i loro ricordi, scivolando via assieme alle stagioni passate. E allora finivano per pronunciare la Parola, cadendone intrappolate, e perdendo così il bene del loro intelletto; e ogni volta, il villaggio rovinava in uno stato di sempre più profonda prostrazione nei confronti di quelle sette lettere che il sangue, nel frattempo, aveva tramandato. E ogni volta, tutte le attività manuali si arrestavano per giorni, per settimane, per mesi: e tutti coloro che, a quel punto, erano ancora padroni delle proprie facoltà mentali, si stringevano l’un l’altro, discutendo, decidendo, illudendosi di essere infine giunti alla soluzione del mistero che di anno in anno li teneva ancora sotto scacco. E ogni volta erano da capo, e tutto ciò che scoprivano era la forza con cui la loro impotenza li tratteneva incatenati alla Parola, che tanto più era taciuta, e reietta nella coscienza di ognuno, tanto più profondamente si radicava nella loro stirpe, facendo di quegli uomini, e dei loro figli, suoi servi, e dannati per suo volere.

Ma nessuno si diede per vinto, almeno all’inizio: e, un fallimento dopo l’altro, i discendenti di quel suicida di tempi immemori batterono nuove strade, in ricerca del significato scomparso assieme alla sua stessa vita; e quando, accecati dall’ardore della scoperta, si ritrovavano a camminare sui loro stessi passi, cercavano altrove, aprendo nuove piste, indagando sempre più a fondo dentro ai loro pensieri, navigando più lontano nel loro passato; qualcuno da esploratore, ma la maggior parte, da naufraghi. E allora inventarono le Scienze, la Filosofia, e il Progresso; e quando credevano di avere in mano la risposta, qualcuno la dimostrava sbagliata, presentando la sua personale alternativa, in un circolo inarrestabile e cieco. E nacquero la Musica, l’Arte, la Letteratura: e inventarono il nome di “folle” per chi non precipitasse come tutti inseguendo il Significato; e inventarono la Religione, e diedero il nome di “folle” a chi, a differenza di tutti gli altri, non annegasse nell’illusione di aver raggiunto, infine, la “Libertà”.