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I racconti del Premio letterario Energheia

Coperta di mare_Cristina Cimato, Milano

 _Racconto finalista ventesima edizione Premio Energheia 2014.

desertoQuello a tre quarti spuntava da sotto, sporgevano le maniche e le spalline erano rigonfie, ma per il resto mi sembrava tutto a posto. Ai miei piedi c’erano due cappotti, un altro era buttato sul letto. Avevo provato tutte le combinazioni, mi voltavo e rivoltavo davanti allo specchio incastonato nel vecchio armadio di legno e mi compiacevo di quell’idea.

Prima di uscire, già sudata e con il sacchetto appeso a un polso, mi sono intrufolata fra i vestiti e i maglioni che odoravano di canfora per scovare anche un cappellino nero della nonna che poteva tornare utile, e mi sono infilata in tasca le cartoline. Allo specchio dell’ascensore mi vedevo avvampare, ma l’aria gelida della strada mi ha schiaffeggiata d’improvviso e reso lieve il peso dei due cappotti di lana che avevo addosso.

Me ne stavo ferma sul tram, anche perché ero troppo infagottata per muovermi inutilmente, quando ho sentito il primo sguardo. Eccola lì, una bambina minuta e morettina. Mi osservava ostinata perché si era accorta che qualcosa non tornava. Due cappotti, uno corto e uno più lungo, il cappello della nonna in testa, con un grande fiocco di velluto, e il sacchetto con i biscotti in mano. Si disperdeva un buon profumo di cannella, ho ficcato la mano nella busta di plastica e ne ho preso uno. Ma la curiosetta tirava insistentemente la manica della madre e allora ho sentito che mi risaliva il caldo alle guance. Aveva scoperto il mio segreto. Gli stessi occhi, ma truccati e più distratti mi si sono posati contro e allora ho fatto un po’ di rumore masticando, tanto per creare un diversivo. Ma ormai anche la donna mi guardava con sospetto, come si scrutano i barboni troppo vestiti. Di colpo mi sembrava che puntassero tutti me, c’era quello che lo faceva solo di sfuggita, a intermittenza, e l’altro che magari era davvero distratto ma poi ha incominciato a incaponirsi, fissandomi. Io continuavo a mangiare i biscotti e la bocca si era ormai impastata. Sentivo caldo, avevo sete e la lana del cappotto più lungo mi prudeva sui polsi e sul collo. Sei fermate. Ero già sugli scalini del tram quando mi sono girata di scatto e la bambina era ancora lì a guardarmi, insolente. Come a sfidarla fuori tempo massimo ho tirato su la testa, guardandola di rimando, fiera dei miei due cappotti, del cappello e del sacchetto di biscotti.

Nel brutto negozio di scarpe c’erano tutte le misure disponibili, dalla 32 alla 42. Avevo adocchiato in vetrina quelle giuste. Erano nere, a mocassino, con un po’ di tacco, orribili ma sembravano comode. «Ne ho un paio che le si addice senz’altro di più signorina e poi non credo che sia giusto il 35 per lei queste calzano poco ma qui non c’è problema con i numeri li abbiamo tutti c’è gente che ha piedi piccolissimi non si immagina quanto sembrano finti da tanto sono corti se vuole sedersi gliele vado a prendere magari le porto anche qualche altro modello senza alcun disturbo è il mio lavoro ci mancherebbe e poi mi fa piacere è una signorina così carina se ha caldo si spogli pure qui si schiatta lo so bene è colpa dei faretti pensi che io sto tutto il giorno in maglietta anche in inverno». La commessa è sparita dietro una porta. Ero lì in piedi, cappotto numero uno e cappotto numero due, immobile. Quando è tornata ho preso le scarpe senza provarle, ho pagato mentre lei mi stava raccontando che il nero quest’anno non va molto, ma che tornerà senz’altro di moda durante la prossima stagione autunnale. «Così ti andranno benissimo anche tra un anno e se poi non ti vanno bene torni e le cambiamo ti posso dare del tu vero? che simpatico cappellino che hai davvero spiritoso sembra anni 40 ne aveva uno simile anche mia zia vedrai che l’anno prossimo queste scarpe saranno ancora perfette non te ne pentirai anche se poi voi giovani cambiate così spesso i gusti ed è il bello della vostra età vi piacciono le cose sempre nuove è norm…».

Stava ancora parlando quando sono uscita dandole le spalle e sentivo i suoi occhi addosso che cercavano di riempire fino all’ultimo il mio silenzio.

Camminavo piano e i biscotti mi stavano smuovendo la pancia e mi è venuto da ridere pensando a Letizia, che dopo mangiato ogni due o tre passi scoreggiava. Peti sonori, proprio. Nessuno ormai ci faceva più caso. Come quando – la cucina ormai sgombra in cui aleggiava ancora l’odore di cibo – saliva in piedi sulla sedia e allungava un braccio dentro la credenza, che era molto più in alto di lei, e agguantava con le sue mani forti la scatola di latta su cui erano disegnate belle donne sulle piste da sci di Cortina, vestite bene e con il rossetto. Mangiava come minimo quattro biscotti al giorno di nascosto. La nonna lo sapeva, il nonno pure ma nessuno glielo diceva per non imbarazzarla. Viveva di gioia riflessa da sempre, il furto era innocente e a mia nonna piaceva preparare torte e biscotti, per lei era distensivo. Diceva: «così tuo nonno almeno mentre mastica zuccheri diventa più dolce e smette di brontolare». Letizia ormai sembrava far parte di quella casa, dei suoi rumori e dei suoi colori. Lì si mimetizzava benissimo. Aveva l’odore della carta velina, antico e lieve, i capelli fini e bianchi, quasi trasparenti, come le tende. Una voce che si sentiva appena, ovattata fra i mobili in legno, i quadri e il parquet. Diventava invisibile soprattutto mentre faceva i mestieri in casa, con il suo fisico in miniatura. Alta un metro e trenta, aveva una pelle diafana, con rughe piccole come intarsi di filigrana.  A Letizia la malattia venerea della madre si era depositata sugli occhi, sbilenchi e malandati, e nella testa, una mente ferma alla fanciullezza. Le piaceva molto giocare con le bambole, però si capiva che era vecchia, perché rideva e piangeva senza fare troppo rumore. Lei aiutava, da sempre. Aiutava in cucina senza mai cucinare, anche perché ai fornelli ci arrivava a malapena e aiutava il nonno a fare la spesa senza scegliere cosa comprare, solamente andandogli dietro, come una coda ondeggiante. Aiutava a fare le pulizie e a servire a tavola. Era a casa della nonna più che altro per stare in qualche posto, da quando era rimasta sola, ancora ragazzina.

Sapevo di trovarla a guardare fuori dalla finestra. Non si era nemmeno voltata e già mi salutava.

 

L’ho sentita arrivare alle spalle, con l’odore di cannella. Mi ha portato i biscotti. Appena mi sono girata mi è venuto un po’ da ridere, perché ha un aspetto buffo. Sembra uno spaventapasseri e ha anche un piccolo cappello di sua nonna in testa. Le penzolano due sacchetti dalle mani e ha la faccia rossa.  Ogni volta che mi viene a trovare mi escono le lacrime, non lo faccio perché sono triste, solo arrivano. Oggi però no.  Anche perché è divertente vestita così e poi non me ne sta dando il tempo. Sembra aver premura. Fa una piroetta e si mette in posa, come una ballerina: «Hai visto che bei cappotti che ho qui? Adesso li provi così vediamo quale ti sta». Mi ha avvolta dentro il primo, allacciandomi bene tutti i bottoni. Siamo tutte e due di fronte allo specchio, io davanti a lei; ormai è diventata molto più alta di me, le arrivo sì e no alle spalle. Il cappotto mi sta grande, anche se è corto, ma taccio. Però lo vede anche lei, perché me lo toglie e me ne mette un altro, più stretto ma lungo. «Allora, che ne dici, questo ti piace? Bene, adesso ti siedi sul letto, che così proviamo le scarpe». Mi metto a sedere e mentre me le infila le sistemo con le mani i capelli. Dietro sono tutti per aria, come tirati da fili, e sul davanti li ha appiccicati alla fronte. Sento che le mie calze puzzano, domani è il giorno del bagno, e un po’ mi vergogno perché lei ha il naso lì vicino, ma non sembra sentire l’odore. Una davanti all’altra, di nuovo allo specchio. «Ecco qui, adesso anche il cappello, guarda che carina che sei». Mi schiocca un bacio sulla guancia che mi rimbomba nell’orecchio e mi sveste ancora. Rimango con la camicia da notte e i mutandoni e sento i brividi. «Andiamo a fare una gita, va bene? Però dobbiamo uscire senza che nessuno se ne accorga, hai capito? Non torniamo tardi. Adesso facciamo veloce e per questa volta non salutiamo tutte le signore che incontriamo in corridoio. Appena ci leviamo di qui ti rimetto il cappotto e le scarpe, così non prendi freddo». Adesso mi viene davvero da piangere, io non voglio andare via e ho già fame. Mi sostiene da un braccio e mi solleva quasi da terra, mi fa male la schiena camminare così ma sto zitta, non voglio che si arrabbi con me. Entriamo in un bagno vicino all’uscita, mi fa appoggiare a lei con un braccio e, inginocchiata, mi infila le scarpe, come il principe a Cenerentola. Mi ritrovo di nuovo con il cappello in testa e il cappotto che mi arriva quasi ai piedi. In un attimo siamo fuori, nel cortile. Fa molto freddo e adesso piango un poco, ma lei mi dà un sacco di bacetti e mi dice «Vedrai che bello». Abbiamo superato l’ingresso della clinica, camminiamo per poco e poi mi fa salire su un taxi. La macchina sa di fumo e di lana bagnata, ma almeno qui fa caldo. Senz’altro suor Anastasia mi sta cercando per andare a mangiare. Quando il taxi ci lascia alla stazione lei mi fa sedere su una panchina e si allontana. Guardo tutte le persone camminare vicino a me e non capisco perché siamo lì ad aspettare. Torna sorridente con in mano i biglietti del treno.

 

Da lontano mi faceva una tenerezza infinita, era piccolissima seduta sulla panchina, accartocciata sotto la sua gobba storta, i capelli come un paralume e la faccia spaurita. D’un tratto ho compreso che sicuramente quella bravata mi sarebbe costata cara, con mia madre furibonda, e per un attimo non sapevo più se stavo facendo la cosa giusta; mi è presa paura. Poi l’ho vista che mi cercava con lo sguardo e ho pensato che non potevo riportarla indietro proprio adesso, quando ormai c’era un’attesa. Viaggiavamo accanto al finestrino ed eravamo sedute con il nostro pic nic di biscotti e cartoline. C’erano tutti i posti che le erano piaciuti di più. La lunga spiaggia di Chia, in Sardegna, e l’acqua trasparente di Ostuni, le rocce adagiate come foche sulla sabbia delle Seychelles e il blu cobalto di Taormina. Ne avevo portate tante, tutte quelle dei viaggi con i miei genitori che avevo trovato nella casa vuota della nonna, ben ordinate sulla scrivania su cui ormai si potevano fare i disegni con la polvere. Quando ancora abitava lì, Letizia stava ore a guardarle, le piaceva sempre molto, era il nostro passatempo preferito. Me lo domandava ogni volta, instancabilmente, ma io non ero mai stata capace di spiegarle com’era davvero.

Mentre il treno andava si è appisolata. Aveva le mani raccolte in grembo, fredde. Gliele accarezzavo per riscaldarla e percorrevo il profilo delle dita, appena piegate, che sembrava quello delle vette appuntite. Dopo un po’, a destra si iniziava a intravedere, allora l’ho toccata piano, per non farla svegliare di soprassalto e l’ho fatta girare. Aveva 92 anni e guardava il mare per la prima volta, sussultando, muta e piena di stupore.

«Ecco com’è», le ho detto. Il treno ripartiva da Genova due ore dopo. C’era un bel sole, ci siamo sedute sul muretto davanti a un lido e abbiamo finito i biscotti.

 

Il mare è bellissimo, molto meglio di come l’avevo visto nelle cartoline, perché questo qui ha anche un buon odore.

 

Aveva piovuto forte per tutta la notte e quella mattina veniva giù ancora a secchiate. Il parquet della casa di nonna sembrava sentire tutta quella pioggia, sotto i piedi era quasi umido. In camera c’era buio e mentre mi intravedevo allo specchio mi sentivo ancora un poco ridicola. Eppure sorridevo. «Finisce là in fondo?», mi aveva chiesto Letizia, quando eravamo una accanto all’altra a guardare il mare, «e perché è così blu?».

Mentre scendevo le scale con i due cappotti addosso e la busta ricolma in tasca pensavo che quella sorpresa le sarebbe piaciuta. Il tram era zeppo di gente, tutti stretti agli altri si muovevano come brevi onde e nessuno quella mattina faceva caso a me, alcuni guardavano verso i loro piedi, scrivendo messaggi sul telefono e altri sbuffavano aliti di caffè e di sigaretta in faccia al vicino.

Quando sono entrata nella clinica ho incrociato Giancarlo, che ha alzato un poco il cappello in segno di saluto e mi ha sorriso tristemente. La prima volta che l’avevo visto portava sulle spalle uno zaino da ragazzino, anche se era vestito di tutto punto e appariva molto elegante. Il vestito grigio chiaro gli faceva risaltare gli occhi marini, ancora lucenti nonostante i suoi 85 anni. Un giorno mi aveva regalato Il vecchio e il mare. Hemingway era il suo autore preferito e ormai gli erano rimasti solo quel libro e pochi altri. Tutti i giorni da un anno e mezzo la sua vita era uguale.

All’alba lo sguardo scivolava lentamente sugli scaffali della libreria e si fermava dieci, venti volte. Giancarlo impilava i libri ordinatamente nello zaino e passava a salutare sua moglie in clinica, ogni mattina, sempre alla stessa ora. Si sedeva vicino a lei, bevevano il caffè insieme, la riportava a letto e poi se ne andava con lo sguardo dritto, l’esile corpo stretto nelle sue belle giacche, lo zaino in spalla e lo sgabello pieghevole in mano.

Arrivava all’università quando la strada era ancora sgombra e c’erano solo i ragazzi con le lezioni alle prime ore e quelli che avevano gli esami, chiusi nei bar a fare colazione. Apriva lo sgabello e si metteva a leggere. Davanti a lui l’improvvisata bancarella con i libri ben disposti. Le edizioni migliori costavano dieci euro e avevano il profilo delle pagine vermiglio. I libri di Hemingway li aveva venduti tutti a una ragazza che studiava storia, tranne Il vecchio e il mare, che aveva regalato a me, e la raccolta di Quarantanove racconti, che lasciava accanto al letto di sua moglie, dove tornava ogni sera per leggerle qualcosa. Anche con Letizia una volta ogni tanto passava un po’ di tempo. Per lei sceglieva libri facili, favole per bambini o i racconti illustrati di Calvino. Lei era analfabeta e per lui leggerle un libro era semplicemente una cosa importante, che si doveva fare. Li trovavo spesso lì, nella sala della televisione, lei appollaiata e quasi nascosta dentro una piccola poltroncina, il petto incavato, le spalle in avanti a formare un arco, il collo invisibile e i suoi occhi strabici guizzanti. Lui era seduto composto sul bordo di una sedia in legno, con alle spalle la grande finestra che dava sulla magnolia del giardino.

Quando l’avevo quasi superato mi sono voltata di scatto, «cosa leggerà stasera a sua moglie, Giancarlo?», mi è sembrato che si fermasse un momento a pensare, ma in verità ha risposto subito, con uno sguardo lieve e compassionevole: «Hemingway, La fine di qualcosa», e ha continuato a camminare.

Le rampe di scale conducevano a lunghi corridoi in cui i miei passi rimbombavano forti e ogni dieci una luce al neon si accendeva a intermittenza. La stanza era fredda e non c’era ancora nessuno. Letizia era vestita bene, con l’abito blu a fiori rosa, le calze buone e le scarpe che le piacevano tanto, anche se quando gliele avevo comprate mi sembravano molto brutte. Mi sono seduta per un po’ di tempo a guardarla, fino a che mi è sembrato tremasse appena dal freddo, allora mi sono svestita e le ho appoggiato addosso il cappotto, quello che le stava meglio, e ho incominciato ad attaccare una per una le cartoline, con le puntine colorate, insieme a piccole stelline luminose.

Avevo trovato anche quelle di Tropea, di quando ero bambina, e di Capri. La più bella, però, era la foto del mare visto dall’alto di Genova che le avevo messo proprio davanti agli occhi. Quando avevo finito di tappezzare il coperchio della bara Letizia aveva di fronte, illuminato da piccoli fari, tutto il mare del mondo.

Appena sono arrivate le prime persone, il nostro viaggio si è interrotto. «Quelle cose lì non possono rimanere», mi ha spiegato un addetto della camera mortuaria, mentre un altro accendeva le candele e portava alcuni fiori, «mi dispiace signorina, ma lei qui non poteva neanche restare senza qualcuno di sorveglianza, chi l’ha fatta entrare?». Mi veniva da piangere guardando quell’uomo cereo e con gli occhi strabuzzanti. «Adesso se vuole la aiuto a toglierle». Me le sono ritrovate tutte in mano, mi veniva voglia di stracciarle e andare via da lì velocemente, quando ne ho vista una caduta per sbaglio sul cappotto. Allora le ho prese e piano piano le ho fatto una coperta di mare. Così, ho pensato, adesso avrebbe potuto anche nuotare per la prima volta.