Bianco_Deborah Genovese, Avellino

_Racconto vincitore diciottesima edizione Premio Energheia 2012.

Uscii dall’auto, sbattendo la portiera rossa, ammaccata in più punti.

Avanzavo sull’asfalto bagnato, tenendo le mani ben calcate in tasca, lo sguardo basso, seguendo il lungo cappotto grigio di papà.

Era Gennaio inoltrato, faceva freddo. Una folata di vento mi travolse, facendomi lacrimare gli occhi. Mi strinsi meglio la sciarpa intorno al collo, mentre i capelli turbinanti mi frustavano il viso.

Mia madre mi seguiva preoccupata; sentivo il suo sguardo apprensivo che mi trapassava. Sbuffai. E il mio alito si condensò in una nuvoletta.

“Buongiorno”.

“Buongiorno” rispose la bionda seduta dietro il bancone.

“‘Giorno” mugugnai entrando nella calda anticamera.

“Abbiamo un appuntamento con il professore”.

“Sì, accomodatevi pure”, rispose la donna indicandoci un corridoio dietro al quale si intravedeva una saletta d’attesa.

Credo che le cose siano andate più o meno così, non lo so. Avevo seguito quello scambio di battute tra la donna e mio padre con lo sguardo perso nel vuoto, completamente assente se non per la mano di mia madre che sentivo stringermi la spalla. Stringeva forte. Affondava le sue lunghe unghie smaltate.

Quasi faceva male.

Aspettai quello che mi parve un tempo infinito, seduta su un comodo divanetto di velluto rosso, fissandomi i piedi.

Papà stava in piedi davanti alla finestra. Mamma, le gambe accavallate, sfogliava una rivista.

Alzai lo sguardo quando vidi aprirsi la porta di mogano che mi stava davanti.

Ne uscì una coppia sulla cinquantina. Lui le teneva la mano. Sembravano contenti, sollevati. Non ebbi il tempo di pensare a niente però, perché una voce profonda mi invitò ad accomodarmi. Apparteneva ad un uomo alto, dal fisico asciutto. Sulla quarantina. Aveva già i capelli brizzolati e vidi che portava gli occhiali.

“Solo la ragazza, per ora”.

Disse così, credo, per respingere i miei genitori che già facevano per muoversi.

Mi alzai. Avevo le mani sudate. Si scostò per farmi entrare.

Fui accolta in una stanza rettangolare. Alle pareti erano appoggiate librerie straboccanti di libri in perfetto ordine. In un angolo c’era una scrivania di legno.

Lo vidi andare all’unica finestra della stanza e chiudere le tendine, così che restammo in penombra. C’era molta tranquillità tra quei libroni e quei velluti rossi.

Mi fece accomodare su una delle due poltrone davanti alla scrivania e poi si accomodò a sua volta, di fronte a me.

“Ciao, vuoi dirmi come ti chiami?”

Per un attimo ebbi l’impulso di non rispondergli, mi sentivo trattata da bambina, poi capii che stava tentando di mettermi a mio agio.

“Eleonora”, risposi incrociando le braccia sul petto.

“Benissimo! Io sono il professor T”, disse battendo un dito sulla targhetta che aveva sul petto.

“T”, pensai. Non ne avevo esperienza, ma non mi sembrava una cosa molto professionale.

Fui strappata dalle mie fantasticherie dalla sua forte voce di basso.

“Allora vuoi dirmi perché sei qui?”

“Eccoci. No che non voglio farlo!”, mi dissi.

Sentii la rabbia salire e mi rifiutai di dire qualcosa.

“Se non parli come faccio ad aiutarti?”

“Non ho bisogno d’aiuto”, dissi con sprezzo.

Fu la sua risposta a far sciogliere la morsa di ghiaccio che mi opprimeva da tanto, ormai. Mi disse “Hai ragione. Facciamo allora che io non sono uno psicologo. Fai finta che io sia quella persona che hai perso. Fingi che sia quella persona e il tuo migliore amico e parla con me”.

Non seppi cosa ribattere così, come se ci fosse una forza che mi tirava fuori le parole, iniziai a parlare.

“I miei credono che sia impazzita. Che sia asociale. Che sia isterica e stressata. Che sia anche… Anoressica”. Pronunciai quest’ultima parola con una leggera esitazione, ma subito continuai. “Ma io sto benissimo. I miei nervi sono saldissimi e di certo non ho smesso di mangiare. È normale, no?, che uno sia triste quando perde qualcuno…” Finalmente stavo confessando quello che provavo a qualcuno disposto ad ascoltarmi e non a guardarmi con pietà.

“Te la senti di raccontarmi tutto, tutto?”

Mi chiese guardandomi negli occhi.

“Sì” risposi ricambiando il suo sguardo, e mi sentii trascinata nella profondità di quei grandi occhi azzurri.

“E muoviti Vero, quanto ci metti!”

Io sono Eleonora, 17 anni, quasi 18. E aspettavo Veronica, la mia migliore, vanitosa amica.

“Arrivo!”

Il suo “arrivo” significava come minimo “Tranquilla, ho fatto, devo solo vestirmi, acconciarmi i capelli e truccarmi.

Un’ora e sono pronta, insomma”.

Sempre così, ogni sabato quando lei doveva vedere Matteo, il tipo che la faceva impazzire.

La guardavo mentre in piedi, davanti al suo enorme armadio, decideva cosa abbinare alla gonna viola che aveva steso sul letto.

Così, solo in biancheria, non poteva nascondersi. Pensai che davvero i suoi sacrifici avevano dato i loro frutti. Aveva un corpo magnifico.

Ma mentre la guardavo sentii come qualcosa che si poggiava sul mio cuore, facendolo diventare un po’più pesante. Una sensazione… Scossi la testa e la guardai mentre si infilava le calze sulle gambe bianche e perfettamente depilate.

Forse notò il mio sguardo insistente e si fermò un istante.

Sperai che l’apprensione che sentivo non si riflettesse nel mio sguardo. Credo di essere riuscita a mascherarla bene, perché lei mi disse sorridendo: “Giuro che 5 minuti e ho fatto!”

“Come no…” le dissi, e non potei far a meno di sorriderle.

Quella sera però non ebbi molto tempo per riflettere sulle mie paure, impegnata com’ero a mantenerle la fronte mentre vomitava anche l’anima.

Si accasciò sul pavimento mentre rigettava. In anni che la conoscevo non l’avevo mai vista così ubriaca. La serata per lei aveva raggiunto il culmine quando, tenendo tra le mani una bottiglia di vodka, gentilmente offerta da Matteo e i suoi amici, aveva urlato davanti ad una cinquantina di persone che aveva perso le sue mutandine preferite, chiedendo se qualcuno le avesse viste.

Imbarazzata per lei la feci scendere dal tavolo dove era salita, sperando non ci fosse nessuno tanto sobrio da ricordarsi quello che aveva detto.

Si poggiò a me barcollando e la vidi diventare verde. La trascinai in bagno giusto in tempo.

“Stai bene?” Le urlai sopra la musica forsennata.

“Benissimo”, disse con un sorriso ebete stampato in faccia.

“Ok, andiamo a casa”.

“Vacci tu!”

“Appunto”, dissi leggermente irritata. “E vieni anche tu!”

“No” provò a dirmi, ma ebbe appena il tempo di girarsi verso il water e vomitare ancora.

La presi sotto le braccia e la portai fuori in terrazza.

“Questa festa è uno schifo”, udì qualcuno dirmi da sopra la spalle. Mi voltai. Era Marco, il cugino di Veronica.

“Già. Portiamola a casa”, dissi indicandola.

Mi aiutò a trascinarla via e la caricò in macchina.

“Vuoi un passaggio?” mi chiese.

“No, tranquillo, abito qui dietro”.

“Ok Ele, ‘notte”.

“Notte”, dissi e feci un passo indietro mentre la macchina si allontanava.

Mi misi le cuffie nelle orecchie e accesi l’Mp3. Infilai le mani in tasca per proteggerle dal freddo della notte e mi avviai a passo spedito verso casa.

Non vedevo Vero da due giorni, così il lunedì finita la scuola, provai a chiamarla. Mi rispose quando stavo per riagganciare e mi dette una spiegazione evasiva per la sua assenza.

“Strano”, mi dissi. In genere non si tratteneva mai dal sommergermi di dettagli.       Ma di nuovo i miei pensieri furono interrotti dall’arrivo di un pacco che aspettavo da settimane.

Veronica e le sue stramberie potevano aspettare.

La vidi il mercoledì della stessa settimana mentre attraversava la strada.

La chiamai più volte, meritandomi gli sguardi indignati di due vecchiette che mi passavano vicino.

“Vero!” Urlai correndole dietro. Quando infine riuscii a raggiungerla le posai una mano sulla spalla, facendola voltare.

“Ti sto chiamando da un’ora!”

“Scusa, avevo la musica nelle orecchie”, si giustificò.

In effetti sentii un fruscio uscire dagli auricolari che le ricadevano sul petto.    Riconobbi quella che lei avrebbe definito una “musica per ragazzine brutte e depresse”.

In quel momento non ci feci molto caso. “È solo una canzone” mi dissi: “smettila di fare la paranoica”.

Forse non avrei dovuto ascoltarmi.

Ancora non riuscivo a parlarle come prima. La chiamavo e non mi rispondeva.       Le mandavo messaggi e nulla. Non volli andare da lei. L’orgoglio mi fermava.     “Se non vuole sentirti, peggio per lei”, mi dicevo.

Ma la notte avevo paura di averla persa. La notte anche il mio orgoglio taceva e pensavo a tutto quello che potevo aver fatto per farla arrabbiare con me. E tutte le notti mi addormentavo risoluta ad andare da lei.

La mattina successiva, però, la rabbia mi dominava, e arrabbiata con il mondo iniziava per me un’altra giornataccia.

“Che hai Ele?” Mi chiedeva mia madre quando mi sedevo a tavola per la colazione, grigia in volto.

“Niente ma’”, la mia solita risposta.

“E togliti quei capelli dagli occhi che sembri una disperata…”

E i miei pensieri vagavano mentre sentivo mia madre farmi la predica.

“E ti lascio il pranzo nel forno, riscaldalo quando torni…”

Avrei scherzato di lì a poco con Vero su quanto fossero noiosi a volte i genitori. O meglio, lo avrei fatto se ci fossimo parlate.

“… E non te ne dimenticare, capito?”

“Sì, mamma…”

Due secondi dopo avrei scoperto di non ricordare una parola.

Quel giorno arrivai a scuola prima del solito. Speravo di vederla passare.

La aspettai a lungo. La vidi arrivare avvolta in un cappottino bianco da cui spuntavano solo le magre gambe avvolte da un paio di leggins.

Guardai rapida l’ora e mi sistemai meglio la borsa sulle spalle mentre passavo nell’altra mano il pesante vocabolario di latino.

“Ehi!” le dissi quando le fui davanti.

“Ciao Ele” mi rispose con un sorriso.

“Che fine hai fatto?” provai a chiederle. La vidi rabbuiarsi.

“Niente” mi dissi “ho avuto da studiare”.

No, non ero convinta della sua risposta, mi stava mentendo, ma non avevo tempo per indagare ancora.

“Ti va di andare a fare un giro con gli altri domani sera?” le chiesi quasi arrossendo.

“Non so se riesco Ele. Ho promesso a mamma che…”

“Oh ma dai, lascia stare tua madre!” dissi fingendo un’allegria che non avevo.

“Ok, vedrò di esserci allora” mi disse avvicinandosi per darmi un fugace bacio sulla guancia.

Non sarebbe venuta. E non aveva messo il suo profumo.

Passai quel giorno indecisa e preoccupata. Ero così distratta a scuola che le mie interrogazioni andarono malissimo. Sconsolata per quei risultati che avrebbero messo in crisi la mia media uscii da scuola con mille pensieri che mi ronzavano per la testa, mentre camminavo a testa bassa per proteggermi dal freddo pungente. Leggere gocce di pioggia iniziarono a bagnarmi il viso e schizzarmi gli occhiali. Presto mi ritrovai fradicia. Mi venne in mente quella volta che io e Vero eravamo andate al mare ed eravamo state colte da un temporale che ci aveva costrette a correre per non so quanto prima di trovare un riparo.

Per fortuna pioveva anche adesso, così nessuno fece caso ai miei occhi rossi e alle lacrime calde che si mischiavano ai solchi fatti dalla pioggia sul mio viso pallido.

Mi bloccai improvvisamente con un nodo in gola, trattenendo a stento le lacrime.

Tenevo gli occhi bassi, fissando le mani che tenevo intrecciate sul grembo.

“E poi che successe?”, mi chiese una voce riscuotendomi dalle mie fantasticherie.

No, non volevo raccontargli altro. Non avrebbe capito.

Sentivo le lacrime inumidirmi gli angoli degli occhi e lottai con tutta me stessa per respingerle. Sospirai.

“Poi sono stata una stupida. Io sapevo tutto, ma ho avuto troppa paura per ammetterlo…”

Lasciai la frase in sospeso perché con quello sfogo anche le lacrime iniziarono a sgorgare copiose, distruggendo quel minimo di autocontrollo che mi era rimasto.

Lui aspettò che mi fossi calmata, che il mio respiro fosse tornato regolare, che il mio cuore avesse ripreso il suo ritmo.

“Continua”, mi disse. Non era un ordine, ma un consiglio.

Conoscevo Veronica praticamente da sempre. Io per lei ero la sorella che non aveva avuto. Ero tutto per lei, e lei era tutto per me, ma non si sarebbero potute incontrare due amiche più diverse di noi, a partire dalle nostre famiglie.

Veronica viveva in una villetta appena fuori città, un posto molto tranquillo, sola con sua madre Sally.

Sally era un’ex modella, con un corpo statuario e morbidi capelli biondi che si buttava in relazioni incerte. E proprio da una di queste era nata Veronica.

L’aveva cresciuta da sola, ritirandosi dalla sua carriera di indossatrice e dedicandosi solo a qualche servizio fotografico.

Sally aveva trasmesso a sua figlia tutte le sue passioni, quelle che mia madre avrebbe giudicato completamente immorali.

Fin dalle elementari Veronica, però, era sempre stata la più bella di tutte, grazie alle attenzioni che le dedicava la madre; grazie a tutto il tempo che passava a pettinarle i capelli ramati.

Poi, quando il suo corpo aveva iniziato a lasciare le fattezze della fanciullezza e la madre l’aveva iniziata ai segreti dell’essere donna, era diventata del tutto irresistibile.

Ma io l’adoravo a prescindere, non perché fosse la ragazza più guardata, quella che ad esserne amica si sarebbe potuto ricavarne qualcosa.

Le ero amica perché, nonostante facesse la dura, era sensibile, dolce, e aveva bisogno di me, che l’avrei appoggiata e protetta in qualunque momento, contro chiunque.

Lei era quella che mi faceva ridere, mi strappava sorrisi impastati di lacrime.

Ma alcune volte, neanche io ero in grado di comprenderla fino in fondo, di capire tutte le sue stranezze.

“Stranezze? Cioè, di che genere?”, mi chiese il professore.

Mi ricordo in particolare una sera, qualche anno fa.

Era Luglio inoltrato, faceva un caldo che c’era da strapparsi la pelle di dosso.

Sedevamo pigri, sulle panchine nel parco.

Qualcuno di noi, non ricordo bene chi, propose un gelato.

Fummo tutti d’accordo ed entrammo al bar di fronte. Prendemmo i nostri gelati e iniziammo a gustarli, godendo della frescura che ci davano.

“Tu non l’hai preso?”, chiesi a Veronica notando come evitava di guardarci mentre mangiavamo.

Non mi rispose.

“Dai, prendine un po’”.

Scosse la testa. “Ho un po’di mal di stomaco”.

Lì per lì non ci feci caso, ma quella non sarebbe stata l’ultima volta.

“Capisco”, mi disse sistemandosi sulla sedia. “Quindi tu credi che lei volesse essere più normale, per così dire?”

“Sì. Io credo che quella che rifiutò quel gelato non fosse la vera Veronica. E credo che io lo sapessi, o che almeno avrei dovuto capirlo…”

Sentii che stavo per piangere. Ancora.

Dal gelato si passò alla pizza. Poi alla cena. La colazione la mattina. E il pranzo? Sì, una barretta energetica.

La guardavo mentre davo un morso al mio panino al prosciutto.

“Dovresti mangiare qualcosa di solido”. Le dicevo preoccupata.

Ma non più di tanto.

“Dovrei bere di meno invece. Mamma dice che anche l’acqua fa ingrassare”.

Sì. Mi nascondevo dietro alle giustificazioni come: “Sa quello che fa”, oppure: “conosce i suoi limiti”.

Quanto ti sbagliavi Eleonora, quanto.

Veronica non era mai stata tanto lontana da me come in quel periodo e io avevo paura di dire ad alta voce quella parola, come se non pronunciandola fosse meno reale.

Come se potessi far finta di niente.

Anoressica. Anoressia. Cosa significavano per me quei due termini? Che significato potevano avere nella mia vita, bella e piena di cibo, quelle due parole che non mi avrebbero mai sfiorata?

“Ma non finisce qui, vero?”

“No, professore”. Ormai ero completamente assuefatta da quella voce, che tuttavia sentivo così poco. Da quegli occhi che mi scrutavano. Sapevo che mi guardava con attenzione, che non gli sarebbero sfuggiti i miei gesti, che non avrebbe

mancato di notare dove si posava il mio sguardo.

“Stai per dirmi qualcosa di brutto?”

Aveva ragione, ancora una volta. Stavo per farlo. Sentivo ogni muscolo del mio corpo in tensione. Il mio cuore aveva aumentato i battiti. Sudavo freddo e mi tremavano le mani.

Raccolsi le ultime briciole di coraggio e ricominciai a parlare.

Tornavo da scuola. Presi le chiavi di casa dalla borsa e aprii la porta.

“Sono a casa!”, dissi a voce alta.

“Ciao Ele”, mi salutò mia madre, “com’è andata a scuola?”

“Bene”, risposi vaga, gettando lo zaino in un angolo. “Sono anni che non le racconto una mia giornata scolastica”, pensai mentre mi sedevo a tavola per mangiare.

“Ha chiamato la madre di Veronica”.

“Dio”, pensai. “Che voleva?”, chiesi invece.

“Parlare con te, credo. Vai da lei dopo pranzo. Ah, prima lava i piatti”.

No, non era successo niente. E allora perché io mi sentivo così male?

Imboccai il vialetto e bussai al campanello. Non rispose nessuno. Riprovai.    Niente ancora. Mi venne voglia di urlare.

Ero arrivata fin lì e nessuno si degnava neppure di aprirmi?

Riprovai, sperandoci poco. Ma sentii dei passi affrettati dietro la porta.

“Oh, ciao. Prego, entra”.

Guardai Sally. Aveva profonde occhiaie sotto gli occhi e l’aspetto più smunto e malaticcio del solito. Mi fece accomodare in salotto e mi passò un succo di frutta.

Pensai che stesse per scoppiare in lacrime quando si sedette di fronte a me, sulla poltrona grigia.

Restammo, non so quanto tempo, in silenzio.

Cercai di incrociare il suo sguardo per avere una conferma.

Anzi no. Volevo una speranza.

La speranza che non fosse successo niente di quello che mi spaventava.

Fissavo Sally, fissavo il succo di frutta arancione nel bicchiere che stringevo convulsamente tra le mani. Fissavo i soprammobili disposti in file ordinate.

Guardavo fuori dalla finestra, il cielo azzurro della primavera imminente.

Sentii un movimento e con la coda dell’occhio vidi Sally asciugarsi una lacrima che le aveva fatto sbavare leggermente il mascara.

Si schiarì la gola.

“Eleonora…” iniziò.

“No, non dirmelo!” L’urlo disperato che si propagava nella mia testa, sconvolgendomi.

“Ele…Veronica è in ospedale”.

In ospedale. Quella parola era una di quelle che non avevano senso. Ospedale. Medici. Bianco. Tanto bianco.

Veronica odiava il bianco. “È un colore troppo neutro e indifferente”, diceva.

Rimasi in silenzio, nessuna parola sarebbe servita e aspettai che continuasse.

“Sono solo… controlli, degli accertamenti. Si sentiva un po’ debole ultimamente e…”

Pianse senza ritegno davanti a me, facendomi partecipe del suo dolore. Piansi anch’io come non avevo mai fatto. Presto le lacrime divennero singhiozzi disperati e mi trovai tra le braccia di quella donna che non avevo mai veramente stimato. Quella donna che ora mi stringeva come una figlia.

Ma Veronica non uscii da quell’ospedale.

La andai a trovare dopo parecchi giorni, non me l’avevano permesso prima.

La vidi. Era lì, in quel letto bianco. Non era la mia Veronica, non quella ragazza che aveva allietato quasi tutta la mia breve vita. Non quell’amica che mi era stata vicino tante volte.

Quella con cui ridevo, piangevo. Era l’ombra di se stessa, una pallida imitazione.

Entrai in quella stanza verniciata di bianco e iniziai a piangere quando vidi la flebo che la teneva ancorata alla vita e i fiori sul comodino, l’unico tocco di colore in quella stanza indifferente.

Volevo che si alzasse, che mi corresse incontro.

Volevo abbracciarla, stringerla a me, ma era così effimera, così indifesa, così vulnerabile. Non potevo proteggerla, non questa volta.

“Ele…”

Altre lacrime. Altro dolore. “Veronica”, dissi in un sussurro che conteneva tutta la mia disperazione.

“Veronica, che hai fatto?”

Provò a dire qualcosa, ma fu interrotta da un eccesso di tosse.

Mi sedetti sull’unica sedia della stanza. Anche quella era bianca. Già la odiavo.        Le presi la mano e mi sembrò cartapesta.

Non volevo chiudere la mia per paura che si sgretolasse.

“Veronica…”

Mi limitai ad accarezzarle dolcemente le dita, il viso, gli occhi. Mi chinai verso di lei e le stampai un leggero bacio sulla guancia, talmente pallida che quasi vedevo il segno lasciato dalle mie labbra.

“Veronica…”

Con l’ultimo barlume di forza e lucidità, chiuse le dita della sua mano intorno alle mie.

“Come sei bella Ele, bellissima”.

Non riuscivo a smettere di piangere né di sussurrare il suo nome.

“Perché l’hai fatto? Perché ti sei ridotta…”

“Almeno ho reso orgogliosa di me mia madre. E a Matteo piacerò di certo”, disse chiudendo gli occhi.

“No Vero. Vero? Non dormire!”

“Sono stanca Ele, lasciami riposare”.

La vidi sorridere, un sorriso che non vedevo da tanto, che mi mancava.

“Veronica?”,chiamai, “Veronica!” Ero sempre più disperata.

Sapevo cos’era successo. La sua vita era scivolata via, davanti a me. Il suo cuore aveva ceduto ma io lo sapevo da sempre.

La odiavo. Odiavo quel corpo davanti a me che ancora mi stringeva la mano.

Odiavo sua madre che l’aveva spinta a questo. Odiavo        Matteo, il ragazzo secondo il quale non era bella abbastanza.

Odiavo me. Soprattutto me, per non averla tenuta in vita, accanto a me.

“Veronica”.

Mi accasciai sulla sedia, priva di forze. Nient’altro.

Veronica, la mia ultima parola per settimane.

“Questo è tutto professore”.

“No, non è tutto. È solo una parte, quella più brutta. Ma ci sei ancora tu”.

“Sì, ci sono ancora io”.

“Tu non vuoi morire, vero?”

“No, non voglio. Voglio vivere e voglio farlo anche per lei. Lei è qui lo sa?” dissi indicando il mio cuore. “La sento. È proprio qui. E ci resterà per sempre”.

No, non volevo seguirla nell’inutile tentativo di sanare i miei sensi di colpa. E non volevo neppure che sparissero del tutto perché rendevano Veronica presente, mi aiutavano a ricordarla. L’unica cosa che feci fu odiare il bianco. E lo odio ancora adesso. Il bianco, il colore che mi ricordava quello che avrei potuto fare e che, per paura, non avevo fatto.