I racconti del Premio letterario Energheia

La farfalla pesante_Benedetto Mortola, Camogli(GE)

 _Racconto finalista ventesima edizione Premio Energheia 2014.

YEMEN-POLITICS-UNRESTDue linee nere e sottili.

Sullo schermo del PC, le linee sottili proseguono diritte e precise, fino ad intersecare una linea circolare.

La luce vivida dello schermo splende tra le volute di fumo che salgono dalla sigaretta che un uomo fuma mentre tiene gli occhi fissi sul file dove sta lavorando.

Aspira una boccata di fumo e si ferma a contemplare il disegno particolareggiato di una struttura meccanica che sta realizzando.

Per l’occhio di una persona normale potrebbe trattarsi di un mini elettrodomestico, di un ferro da stiro, di una pentola a pressione. L’idea che emana è quella di essere un oggetto che deve contenere qualcosa.

L’uomo, immobile, continua a fissare lo schermo e a fumare.

Scrive rapidamente qualcosa a penna sopra un foglio sulla scrivania. Poi torna a fissare lo schermo lucente.

 

Lucente, il sole scende lentamente lontano tra le montagne, e illumina i tetti delle povere case del villaggio.

Due bambini si rincorrono accanto ad una donna che porta una grossa tanica gialla che un tempo conteneva kerosene, e che ora è piena d’acqua.

Si alza il vento leggero del tramonto a far tintinnare gli utensili appesi ai muri esterni delle case.

Le chiome alte dei pochi alberi si muovono, mentre intorno gli uomini tornano dal lavoro in mezzo a greggi di pecore.

Il vento disperde adagio le voci e i rumori. Lontano sale la luna e cominciano a brillare le prime stelle.

La donna arriva alla sua piccola casa uguale alle altre. I bambini sempre intorno a lei, giocano, ridono, saltano, corrono, si contendono un pezzo di spago.

La donna entra in casa per preparare la cena. Versa l’acqua nella pentola sul fuoco.

Una volta cotto, mette il cibo davanti ai bambini e al suo uomo. Poi gli siede accanto.

 

Accanto al PC acceso, l’uomo tiene un telefono cellulare di ultima generazione sull’orecchio.

Parla, mentre fuma un’altra sigaretta e si muove avanti e indietro lentamente. La sua voce esce insieme al fumo: “Sì. Diciamo che anche l’ultima parte è finita… Ho trovato un meccanismo nuovo, più adatto di quello che usiamo che, lo hai detto anche te, ormai è sorpassato.”

Si ferma ed ascolta quello che gli dice l’interlocutore, prima di riprendere a muoversi e a parlare tra il fumo.

“Ma sì, ti ho detto che l’ho finito! Ma la cosa più importante è che adesso possiamo contare su un nuovo dispositivo, più affidabile, diverso, quindi anche più difficile da neutralizzare…”

Si interrompe per il tempo necessario ad ascoltare, mentre il suo viso si apre lentamente in un sorriso sottile tra il fumo che esce dalla bocca: “Finalmente una buona notizia! Avete già fatto il versamento?”

Raggiante, continua ad ascoltare tra il fumo della sigaretta che ora sembra essersi dimenticato tra le dita.

“Ma hai capito? Ti rendi conto che il dispositivo nuovo che sono riuscito a fare adesso è superiore a quello delle farfalle?” La sua voce sorride tra il fumo che sale.

 

Il fumo che sale dai camini delle case si allarga adagio nell’aria. La notte è arrivata anche stavolta a coprire il villaggio, le case con i magri cortili che luccicano sotto la luce della luna. Nel gelido silenzio notturno della montagna, un cane abbaia e poco lontano un altro gli risponde.

Le luci nelle case sono spente, tranne una.

Qualcuno prega, qualcuno piange, qualcuno fa l’amore. Quasi tutti dormono stanotte.

Un uomo anziano è alla finestra e osserva il cielo senza nuvole. Guarda, ma sembra non vedere.

Una donna, in casa, lavora a pulire la verdura che l’indomani il marito porterà a vendere al mercato, quattro chilometri a sud.

I bambini dormono, uno vicino all’altro, su vecchi materassi di paglia. Si sentono respirare nel sonno profondo.

Mentre la notte avanza. Nel gelo spietato che avvolge uomini, animali e cose.

Solo qualche uccello notturno fa sentire il suo verso.

E poi torna il silenzio di sempre.

 

Sempre accanto al PC e sempre in piedi, l’uomo digita sul cellulare e poi se lo porta all’orecchio.

“Ciao, amore. Mi hanno appena pagato l’ultimo lavoro. Sono riuscito a fare una cosa meglio delle farfalle. Non sto scherzando! Quindi ora ce ne andiamo a fare il giro alle Maldive che ti dicevo. Dillo ai ragazzi. Saranno contenti.”

L’uomo ascolta al telefono. Spegne la cicca nel portacenere. Si passa il cellulare sull’altro orecchio.

“Ah, ma è meglio che non lo sai cosa sono le farfalle. lascia perdere, amore. Dì ai ragazzi che partiamo tutti e quattro insieme. Finalmente un bel giretto per il mondo!”

L’uomo ascolta tenendo il cellulare tra spalla e guancia, mentre sfila dal pacchetto un’altra sigaretta e se l’accende.

“Sì, certo, amore. Anch’io, amore… No, io più di te, amore… Almeno stiamo un po’ di tempo insieme… Sì, a presto, amore… Ciao, amore…”

Butta il telefono sulla scrivania e guarda lo schermo del PC, con la sigaretta in bocca, e l’espressione del viso invasa da un’euforia lenta.

 

Lenta arriva l’alba. Il villaggio si risveglia in un clamore di voci e rumori che si allarga sempre di più, insieme alla luce che invade tutto e accende i colori.

I bambini corrono sulle stradine di terra battuta.

Le donne hanno già sulle spalle il carico di un altro giorno di duro lavoro.

Gli uomini partono con le greggi. Ci sono anche dei bambini che mandano avanti a loro le bestie per portarle al pascolo.

Alcuni uomini, armati di seghe e accette, partono per i boschi della valle a tagliare qualche pianta. Legna da bruciare nelle notti fredde.

A gruppi, anche diverse donne vanno via.

Cariche di taniche da riempire d’acqua all’unico pozzo distante quasi due chilometri.

Tre uomini se ne vanno con un carro di legno trainato da un asino. Sul carro alcune ceste piene di verdura e di formaggi da vendere sul mercato del paese vicino. Tra un po’ lasceranno carro e mulo all’ombra degli alberi e prenderanno lo stretto sentiero che scende al paese, portando le ceste a spalla.

Alcune donne si avviano, con i bambini per mano, a lavorare piccoli pezzi di terra rubati alla montagna, poco sopra il villaggio. Zappano con arnesi arcaici e rimestano le zolle sotto il cielo azzurro e grandi nubi bianche.

 

Cielo azzurro e grandi nubi bianche sopra l’aereo che scende a incontrare la pista dove si ferma dolcemente.

Le strade pulite, le case linde, i turisti, la spiaggia, la felicità negli occhi di una ragazzina e di un bambino che camminano con i loro trolley colorati accanto alla donna e all’uomo verso l’insegna di un albergo di lusso. L’aria frizzante di vita e di denaro, di non preoccupazioni, di vacanza infinita, di pace ritrovata. Anche se intorno recitano lo stesso ruolo centinaia di altri turisti alla prese con prenotazioni, cambio valute, passaporti, imprevisti da ricchi, telefonate varie da cellulari stretti tra mani sudate.

La hall dell’albergo accogliente ed emozionante, preludio della bellezza del luogo. Camere spaziose, bagni pulitissimi e dorati, sala da pranzo incredibilmente grande con camerieri in livrea di gala, cibi sopraffini. “Tutto quello che desidera, signore.”

Piscina coperta da urlo.

E fuori gli incredibili panorami e le spiagge sotto il sole, con di fronte il niente da fare, tranne divertirsi.

 

Divertirsi è semplice per un bambino del villaggio. Basta poco. Un ramo, un sasso, una foglia intrecciata diventano un giocattolo come quelli visti di corsa nelle vetrine impolverate del paese.

I due bambini che corrono nelle radure fuori del villaggio arrivano fino a dove inizia il sentiero che porta sulla montagna. Corrono e scherzano, ma sanno che tra poco dovranno tornare a casa. I massi di pietra più vicini diventano cavalieri immaginari, un ramo diventa una spada, i sassi lanciati nell’aria sono stelle cadenti.

Trovano una farfalla. Se la contendono, finché resta nelle mani di uno dei due. L’altro fa il broncio, improvvisamente triste, mette le braccia conserte, cerca di prendere la farfalla con uno spintone, ma l’altro bambino la tiene stretta tra le dita e non la molla. Tornano a casa, non parlano, non scherzano. Corrono e ogni tanto si fermano. Il bambino guarda la farfalla che tiene in mano. La farfalla è bella. La farfalla è verde. La farfalla è grande. L’altro bambino sbircia, vuole vederla anche lui, ma quello che la tiene in mano la nasconde, si volta, si ritrae. Tornano a casa, senza più guardarsi negli occhi.

 

Occhi che guardano questo mondo splendido, nuovo, affascinante, delizioso. Il bambino corre e salta di gioia per la strada, accanto all’uomo che fuma una sigaretta e alla donna, mentre la ragazzina osserva gli abiti luccicanti nelle numerose ed esclusive boutique.

L’uomo e la donna si fermano sul bordo della strada, dove inizia la spiaggia e guardano figlio e figlia che si spogliano frenetici, restano in costume e si tuffano nell’acqua cristallina.

La donna si stringe all’uomo che l’avvolge nel fumo della sigaretta.

“È splendido qui, vero, amore?”

“Bellissimo. Hai avuto una buona idea a scegliere questi posti. Finalmente una vacanza come si deve, ma…”

“Ma?”

L’uomo guarda la donna negli occhi e ripete: “Ma?”

“A volte, mi sembra di non meritare tanta felicità. Mi sento come in colpa.”

L’uomo dà un altro tiro alla sigaretta: “Per che cosa in colpa? Per il lavoro che faccio? Ma guarda che se non lo faccio io questo lavoro, lo fa un altro.”

 

Un altro giorno finisce con gli uomini che rientrano dal pascolo insieme alle greggi.

Il sole tramonta in mezzo alle montagne lontane e immense.

La gente del villaggio si ritira nelle povere case. Qualche pecora bela dietro allo steccato.

Le stelle cominciano a splendere nel cielo terso e freddo.

Dai camini esce il fumo dei fuochi accesi dalle donne. La cena insieme, accanto al calore del focolare e poi il letto per riposarsi dalla fatica.

Anche il bambino con la farfalla va a dormire.

La farfalla è splendida.

Il bambino la nasconde sotto il materasso dalla parte dove dorme lui. Nessuno deve vederla. Se uno la trova, se la porta via per sempre. La farfalla è preziosa e rara. La farfalla ha le ali grandi, verdi e una è morbida. La farfalla è sua. Solo sua.

Il bambino si addormenta felice. Sogna di volare tra cento farfalle colorate, gialle, rosse, bianche, arancioni, azzurre, verdi…

 

Verdi i prati, gentile l’aria, soffice la sabbia, azzurro il mare.

L’uomo e la donna, seguiti dalla ragazzina e dal bambino, tornano verso l’albergo. Sono stanchi e felici, la pelle un po’ arrossata dal sole al quale non sono ancora abituati, ma si abitueranno presto.

L’uomo fuma la solita sigaretta e guarda lontano.

La doccia porta via stanchezza e i ricordi che intanto adesso non servono. La tristezza se ne va tutta via insieme all’acqua.

Si rinasce dentro gli asciugamani profumati da aromi esotici, con i problemi affondati lontano.

La cena in allegria, nella meraviglia di piatti appetitosi, accompagnati da vino pregiato. Le bibite gassate – uguali in tutto il mondo – per i ragazzi.

La notte ha il silenzio delle cose fatte bene. Il vento sottile dietro le finestre spalancate sulla notte affacciata sulla baia luccicante.

Il respiro vicino di un uomo e di una donna che si ritrovano insieme in un mondo nuovo, distante anni luce da quello che si sono lasciati dietro. L’amore in attesa dell’alba.

 

L’alba arriva fredda e silenziosa sul villaggio immerso ancora nel sonno e sovrastato dal fumo dai camini.

Un’altra giornata che si sveglia, mentre le prime donne escono per il lavoro di sempre.

Poi gli uomini partono con le bestie. Il belare che attraversa le stradine verso i pascoli a valle e sui monti. I bambini si affacciano dalle porte. Anche loro hanno qualcosa da fare. Nessuno sta con le mani in mano.

La farfalla gioca nelle mani del bambino che segue altri bambini che vanno a prendere la legna tagliata il giorno prima. Il sole è già alto. Mettono insieme i piccoli legni tagliati in modo che possano portarli anche dei bambini.

Così tornano al villaggio, ognuno con il suo mucchio di legna. Ognuno lo deposita davanti alla sua casa e poi riparte per un altro viaggio.

Il bambino tiene la farfalla nascosta sotto la giacca. Vorrebbe farla volare. Ogni tanto la guarda, la tocca, la sente muoversi tra le sue dita.

 

Tra le sue dita i capelli fini di lei, l’uomo si sveglia e sbadiglia, salta giù dal letto, spalanca le tende e il sole invade la stanza. La donna si copre gli occhi con le mani contro quel bagliore grande e improvviso.

Fuori la luce splende sulle stradine affollate, sulle vetrine dei negozi esclusivi, sulle spiagge lambite dall’azzurro del mare, sui passi gioiosi di una famiglia di quattro persone in vacanza.

L’uomo coricato sulla spiaggia, all’ombra, fuma e beve un whisky, mentre la donna, allungata vicina, un cocktail.

La ragazzina guarda i costumi delle ragazze che sembrano sfilare sopra un’immaginaria passerella sulla sabbia.

La donna, ogni tanto, lancia un’occhiata al bambino che continua a restare in acqua.

Il tempo sembra esserci fermato.

La donna allunga le gambe al sole: “Indimenticabile”.

L’uomo accenna di sì con il capo, aspira dalla sigaretta e poi lascia che il fumo si disperda nell’aria.

“Mamma! Mamma! Papà! Ehi! Guardate!”

La donna guarda il bambino che è salito su un trampolino e si prepara a tuffarsi nell’azzurro del mare.

L’uomo si scherma gli occhi con le mani, si mette gli occhiali da sole, saluta con la mano il bambino e continua a fumare.

Il bambino si tuffa felice.

 

Felice il bambino, chiama gli altri, si fermano in un angolo. Lui tira fuori la farfalla e muove le ali. Gli altri bambini guardano ad occhi spalancati quel meraviglioso giocattolo. Poi la farfalla esplode.

Un rombo sordo nelle orecchie e schegge conficcate nelle mani e nel viso. Il bambino resta immobile per qualche istante, mentre si copre di sangue.

Anche alcuni altri bambini vengono colpiti dalle schegge, ma in modo più lieve.

L’allarme nel villaggio corre in un attimo. Il bambino piange e sanguina. Lo avvolgono in un panno, cercano di levargli qualche scheggia, ma è impossibile.

Qualcuno urla che era tanto tempo che non succedeva più una cosa del genere. Un altro scuote il capo e ripete a tutti che, anche se ne hanno tolte tante, di quelle bombe fatte a farfalla qualcuna è rimasta.

Improvvisano una barella con legni e coperte, poi sul carro con l’asino fin dove arriva la stradina e poi in due, uno davanti e l’altro dietro, sullo stretto sentiero che scende verso il paese. Corrono, si danno il cambio, sanno che il bambino sta perdendo sangue, che non può resistere a lungo.

La strada, però, è scoscesa ed è lunga, troppo lunga.

Poi un rumore lontano che si avvicina sempre di più e, in un frastuono che piega gli alberi, nel cielo appare un elicottero.

I ragazzi che sono corsi subito in paese hanno dato l’allarme e indicato con precisione il sentiero al pilota che ora sceglie il punto aperto dove poter calare il medico e la barella.

Dopo pochi minuti, il bambino che è ormai allo stremo, è in un pronto soccorso di Emergency.

 

Il bambino si salverà.

Le bombe PMF 1, di fabbricazione russa, che sono state utilizzate in Afghanistan, hanno due alette ed assomigliano ad una farfalla colorata. Lanciate dagli elicotteri, restano sul terreno e incuriosiscono i bambini. Non esplodono subito, ma solo dopo che viene esercitata una certa pressione su una delle alette. Non sono fatte per uccidere, ma solo per ferire, mutilare, rendere invalidi.

Il bambino vivrà senza una mano e senza un dito dell’altra, cieco da un occhio, e con il viso sfregiato.

Sarà un nemico di meno e, dato che qualcuno dovrà accudirlo, i nemici di meno saranno due.