Premio Energheia Cinema 2014 – K.O. di Gino Falorni_Roma

_Premio Energheia Cinema 2014_Miglior soggetto per un cortometraggio.

 

Un'immagine del cortometraggio "Boschi"
Un’immagine del cortometraggio “Boschi”

Roma. Un tardo pomeriggio estivo. Un signore sui settanta, dall’aspetto malmesso e trascurato, sta tornando a casa. Mentre cammina in un vicolo vede un manichino buttato vicino ad un secchione della spazzatura. Si avvicina e lo mette in piedi. Il fisico perfetto del fantoccio gli ricorda subito lui da giovane, quando era un pugile professionista forte e bello. Per questo motivo, dopo aver dato una triste occhiata al suo braccio ormai raggrinzito (sull’avambraccio si legge la parola tatuata K.O.) gli viene naturale prenderlo e portarselo a casa.

 

Con il manichino sotto il braccio e un po’ affaticato il vecchio attraversa l’ampio cortile del lotto condominiale e raggiunge il portone del suo palazzo. Nello stesso cortile in quel momento giocano a pallone alcuni ragazzini. Il vecchio gli rivolge un rapido e anonimo sguardo. Poi infila le chiavi nel portone ed entra.

 

Una volta in casa (una casa modesta) poggia il manichino al centro del soggiorno e va in camera da letto. Apre l’armadio, prende una vecchia borsa, la apre, tira fuori due guantoni logori, un paio di pantaloncini, un paio di stivaletti da pugile, torna in soggiorno e li mette al manichino. Dopo la vestizione lo guarda soddisfatto alcuni secondi. Poi va in cucina a bere un bicchiere d’acqua, e quando torna, la sorpresa: il manichino ha preso le sembianze umane di un ragazzo.

 

– Vieni avanti nonné – lo sfida subito quest’ultimo con malignità e strafottenza – fammi vedere come mi metti K.O.

 

Gli istinti del vecchio si riaccendono in un attimo, e non si fa ripetere l’invito due volte: gli si avvicina e inizia a saltellargli davanti. Fa partire due colpi, ma sono lenti e fiacchi, e il ragazzo li schiva con estrema facilità restando fermo e muovendo solo il collo. Ci riprova ancora, e ancora, ma è la stessa storia, e alla fine, senza mai essere stato colpito, si inginocchia a terra stremato dai dolori e dalla fatica.

 

– Ah nonnè – rincara a quel punto il giovane ridendo  – lo sai dove ti vedo bene? Vicino la spazzatura dove m’hai raccolto.

 

Il vecchio alza gli occhi verso di lui, che nel frattempo è tornato manichino. Con enorme fatica si alza e raggiunge il divano. Si siede, guarda il soffitto e inizia a piangere. Qualche lacrima, poi si  rialza, e sconsolato riesce di nuovo.

 

I ragazzini giocano ancora. Il vecchio apre il portone e attraversa il cortile. Ha fatto pochi passi, quando la palla gli sbatte sulla gamba e gli si ferma a pochi centimetri. Uno dei ragazzini si fa avanti.

 

– Palla nonno! – gli dice – E mi raccomando fai piano sennò ti rompi!

A quel punto tutta la comitiva inizia a ridere, provocando nel vecchio un’incontrollabile rabbia. Guarda la palla furioso, e lanciando un grido la colpisce con estrema violenza. La sfera s’alza, e conclude la parabola proprio sulla sua finestra, mandando in frantumi il vetro ed entrando dentro.

 

Ogni cosa nel soggiorno è rimasta intatta e non è caduta a terra. Ogni cosa, tranne il manichino. Il fantoccio è steso vicino ad una gamba del tavolo e tra mille pezzi di vetro. Il vecchio riprende il pallone, si avvicina alla finestra rotta e guarda i ragazzi giù, ora seri e silenziosi; quindi si volta, fissa il manichino a terra e inizia lui a ridere. Prima piano, poi sempre più forte e di gusto. E questo mentre l’immagine si sposta dal suo viso al suo avambraccio, dove ritroviamo la parola K.O.