I racconti del Premio letterario Energheia

La caduta del Cuore, Federica Prato_Stella(SV)

Racconto finalista venticinquesima edizione Premio Energheia 2019

I palazzi grigi si erigono imponenti, sbucando da un asfalto ormai consunto dal viaggiare di vecchie auto e camion che hanno percorso innumerevoli chilometri solo per riempire di fossi una strada trafficata: fossi che ora sono pozzanghere profondissime scavate goccia dopo goccia, costantemente straripanti di acqua sporca e fredda che si abbatte anche sul mio povero e misero ombrello. Il vento sferzante mi ha pietrificato le dita sull’impugnatura di quel riparo ridicolo e per nulla resistente, mentre sono costretta a zigzagare sul marciapiede per evitare altri frenetici fuggitivi come me. I capelli continuano a finirmi in faccia fradici e fastidiosi, ma non ho mani libere per domarli e sgombrare una visuale compromessa da troppo movimento; e, come se non bastasse, una folata improvvisa d’aria ghiacciata che arriva dal basso spiega con violenza le aste dell’ombrello, obbligandomi a fermarmi e a ricevere sulla testa una colonna d’acqua impetuosa.

Vorrei che tutto questo gelo riuscisse a spegnere il mio cervello in fiamme, a lenire il bruciore di ferite brutalmente riaperte, a lavare quest’anima devastata da mille tormenti e pensieri che la investono senza pietà. E invece sono costretta a consumare le scarpe e la pazienza per tornare verso un luogo che dovrebbe essere casa mia, ma non è altro che un patetico rimpiazzo, un rifugio distante ricoperto di menzogne.

Freno i singhiozzi e mi lancio in una corsa disperata, ad ogni passo col terrore di ritrovarmi inginocchiata a terra e colta dal pianto; ma più avanzo, più ho l’impressione di allontanarmi dal mio appartamento e in pochi attimi un senso di smarrimento mi travolge, mi calpesta, mi ruba il fiato che ancora ho. E che motivo c’è, ora, di fuggire da un aggressore di cui non mi sono mai sbarazzata dal primo momento che l’ho incontrato, fuori da quel bar maledetto? Che motivo c’è di scappare da un mostro che non ho le forze di scacciare via, che s’è impossessato di me solo guardandomi? Che motivo c’è di odiarti quando tu probabilmente hai rimosso ogni ricordo di me, di noi? Che motivo c’è?

Getto l’ombrello nel bidone della spazzatura che mi sta accanto e penso che trarrei più soddisfazione dal gesto se sapessi che quella stupida e inutile cosa me l’avessi regalata tu.

Giro le chiavi nella toppa e, priva di forze, mi trascino dentro l’appartamento vuoto, avvolto dal silenzio e da una triste penombra. La gravità si fa sempre più vincolante, pesante, rumorosa, potente e io divento solo un misero corpo in preda allo spazio, al tempo; un essere insignificante senza emozioni né pensieri. L’apatia sta cercando di proteggermi costruendo una scatola attorno al pulsante del dolore, prima che sia troppo tardi, prima che la mia mente ci si accanisca disperatamente tentando di salvare l’orgoglio. Ma la gelosia è un veleno più rapido di ogni previsione ed esplode in una folle danza insieme allo struggimento e alla sofferenza, ripescando dalla mia memoria immagini su immagini, forti fitte di frustrazione come onde che non cessano di abbattersi su una spiaggia desolata.

Ti sto perdendo.

Il tuo viso, la tua voce, il tuo tocco… tutto di ciò che sei stato sta sbiadendo senza riuscire a trattenerti, nemmeno con la parte di me illusa che, forse, in fondo, anche solo per un istante, tu mi abbia amata. È una lotta spietata che sparge sangue su un campo di battaglia ormai inerme spettatore, ovvero questo mio corpo smembrato e senza vita, il quale lascia che altri dettagli si confondano con l’abisso profondo dell’oblio.

Eppure dall’oscuro fondale riemergono i sentimenti puri di un cuore immacolato, violato e oltraggiato per la prima volta dall’amore che non ammette mai mezze misure e pretende tutto da chi non sa ancora quanto valga. E io l’ho capito tardi.

Qui, immersa in questa valle di tristezza, sto per essere investita dalle poche emozioni rimaste che parlano di te; dopo non mi tormenterai più, né io verrò a cercarti ancora. Ti lascerò scivolare per sempre. E mi sentirai con la voce tremante scossa da sussulti e singhiozzi, mi vedrai con un viso trasfigurato dal dolore, un’ultima volta prima dell’addio. Dopo sarai libero di odiarmi, di dimenticarmi anche tu, di abbandonarmi in quest’intima solitudine; potrai permettere che questo muro d’acqua e gelo ci separi definitivamente, che anestetizzi il dolore. Ti prego solo di restare ancora un po’ e poi sarai libero di andare via.

Di nuovo.

– A che pensi? –

I miei occhi rovistano curiosi dentro i tuoi, cercano di trasmetterti la gioia rumorosa di cui traboccano.

– Perché lo vuoi sapere? -, mi guardi stranito.

Sposto lo sguardo, mina vagante nello spazio che ci circonda: il mio cuore è inevitabilmente scoperto, vulnerabile.

– Be’, sono cinque minuti buoni che non dici niente. Se ti stai annoiando, possiamo anche andare via… –

Mi difendo, provo a raggirare il colpo; ma la tua risposta è più rapida, impetuosa, priva di paura, sincera.

– Hai paura del silenzio? –

Mi spiazzi. Il punto interrogativo è inghiottito dalla mente, rielaborato, trasformato, riassunto in un’espressione di stupore che non sa spiegare tutto ciò che prova e che teme di svelare al mondo. Prendo tempo.

– Dovrei? -, la mia voce muove passi incerti.

– No, per niente – sposti le mani sull’erba e appoggi su queste il peso del tuo corpo, prendendoti più spazio, – al contrario, credo che il silenzio ci renda più forti. –

Non riesco a far altro che a fissarti ed esplorare la tua pelle, dal momento che non posso entrarti nella mente; hai occhi come fessure che fendono il cielo e che trovano quello che desiderano nell’aria fresca e leggera, pulita. Pendo dalle tue labbra e da ogni tuo sospiro.

– L’uomo nel silenzio affronta due nemici: l’altro, che è impegnato a combattere a sua volta, e se stesso. L’altro può essere una o più persone, vicine, lontane, definite o meno, ma c’è sempre… Perché il silenzio si condivide. Si condividono i dubbi, le paure, quelle cose che col pensiero non riusciamo a spiegare. È per questo che il silenzio “vale più di mille parole”, perché dentro ci siamo noi, integri o a pezzi, sani o feriti, allegri o tristi. I discorsi ci vincolano; il silenzio ci libera. –

– Sai, a volte le parole non sono così male. – trattengo a stento un sorriso.

– È perché da piccola ti avranno corrotta con “Il piccolo principe” o ti sarai fatta abbindolare dalle poesie. –

Mi giro verso di te che scuoti la testa fintamente sconsolato e mi metto a fissare una nuvola che passa, accennando una risata.

– Sai perché ho paura del silenzio? –

Non ti vedo, ma sento il tuo sguardo posato sul mio volto, attento.

– Ho il terrore che l’altro mi abbandoni mentre sto lottando con me stessa. I miei pensieri sono un esercito indomabile, non so se sono abbastanza forte per conviverci… –

Ti avvicini un po’ con sguardo comprensivo.

– S’impara, col tempo. –

Abbasso lo sguardo, non ancora del tutto soddisfatta dalla risposta.

– Non voglio rimanere sola. –

Il tuo viso s’illumina nel sorriso più dolce e angelico che abbia mai visto e le parole che pronunci suonano come un sussurro lontano.

– Non sarai mai sola. Mai. –

Provo a non annegare nei miei pensieri, ma sembra tutto così dannatamente pesante: una maturità imminente con scelta dell’università annessa; genitori che sanno soltanto ascoltare se stessi e che vivono sotto lo stesso tetto come dei perfetti sconosciuti; sentimenti talmente potenti da bruciare anche ciò che gravita attorno a loro, stelle sempre ardenti. Il cuore sta gridando aiuto perché non è in grado di sostenere un corpo preso dalla frenesia e l’ansia, è pieno fino all’orlo e trabocca. Vorrebbe versare tutto e lasciare che scorra via, distante; ma non ce la fa. Assorbe, trattiene disperato con avidità istintiva, trae piacere dal rischio di essere continuamente al limite e avere il potere di non raggiungerlo mai.

Sto soffocando.

Afferro il telefono con urgenza e lo chiamo. Forse la sua voce mi aiuterà a ritrovare la calma.

Uno squillo.

Sì, a lui posso spiegare tutto.

Tre squilli.

Magari viene qui da me.

Cinque squilli.

Oppure vado io da lui, così esco da questa gabbia di paure.

Non risponde.

Lo chiamo un’altra volta con il cuore che prova a uscire dal petto, in cerca di aiuto.

– Chiara, puoi chiamarmi dopo? Sono impegnato, ora. –

Di colpo il muro di speranze si frantuma e mi ritrovo senza appigli, brancolante nel buio, come qualcuno che tenti di tornare a galla e abbracci l’acqua invano.

Una voce femminile e sconosciuta spezza il silenzio.

– Amore, chi è? –

La mia presa s’irrigidisce, la frustrazione e la rabbia mi scuotono violentemente e mi spingono a richiudere quella breccia nella fragile barriera che cinge le emozioni: non voglio essere ferita e offesa oltre.

Scaglio il telefono in un punto a me sconosciuto della trapunta, mi rannicchio abbracciando ogni ferita e mi cullo in un soffice ma pungente letto di sofferenza, incomprensione, timore. Con le mani mi stringo, esploro i centimetri di pelle lesa, lacerata, indifesa; le dita vagano tra capelli ammassati, sporchi di bugie, intrisi di preoccupazioni pressanti. Il respiro è un destriero impazzito, rapido, frenetico: la mia mente viene travolta da una tempesta rovinosa che non sa gestire, ha perso le redini e le ha date in pasto al vento dell’ansia, tagliente e senza scrupoli.

Ho provato a non annegare nei miei pensieri, ma mi hanno presa.

Ho lasciato che mi raggiungessero e non li ho fermati. Non ho più vie di scampo.

– Ho bisogno di restare un po’ da solo per pensare. Ultimamente sono incasinato e ho mille cose per la testa. Quando sto meglio ti cerco io, ok? –

Non volevo vederti lì.

Non dopo giorni di silenzio, incomprensioni, litigi finti e privi di rabbia. Avevi abbandonato i discorsi quasi non valesse la pena lottare, come fosse inutile tentare di sistemare quella situazione per me divenuta intollerabile; avevi rinunciato senza neppure provare una volta.

E ti trovavo a qualche passo da me, con il volto rilassato, le mani in tasca. Mi domandavo incessantemente per quale motivo quei nostri attriti distruggessero me ma non scalfissero per nulla te, non mi davo pace e continuavo a fissarti sperando ti voltassi e rispondessi.

In realtà ero perfettamente cosciente di cosa mi facesse soffrire a tal punto, sapevo benissimo quale muro ti impedisse di struggerti proprio come me: l’indifferenza. Se io trascorrevo anche giornate intere a immaginarti, sfiorarti con la fantasia e rimpiangere di non poterti avere per davvero, tu con ogni probabilità mi consideravi un’amicizia superficiale tra tante. E mentre t’inseguivo, ti soccorrevo, guarivo e prevenivo qualsiasi tua ferita, non facevi altro che allontanarmi con la freddezza, provando a spegnere i miei sentimenti che avevi tragicamente spezzato. Mi avevi ricoperta d’insulti per averli celati, protetti dal tuo raggio d’azione; senza un minimo di pietà mi avevi condannata per la più umana delle colpe: amare. Ma tu ti concedevi di riempire di attenzioni liberamente chi il tuo cuore aveva scelto.

Una ragazza ti veniva incontro, raggiante e sorridente, e ti vidi brillare di gioia, palpitare solo per lei; io mi sentivo morta. Non potevo più mantenere la promessa di volerti sapere ad ogni costo felice anche se la tua felicità mi avesse dovuto ferire. Non potevo. I miei occhi ardevano fissando le vostre figure, provavano a cancellarle con un velo di lacrime, ma ero sempre abbastanza sconvolta per ammirarvi, abbracciati, avvinghiati, maledettamente innamorati e ricambiati. Il cuore sapeva di aver sbagliato, di aver commesso un errore riparabile soltanto con un’onta di tristezza e delusione, ma si aggrappava con forza a te, sperando la abbandonassi lì e ti avvicinassi alla mia anima distrutta. A quell’organo folle sarebbe bastato uno sguardo di scuse e forse ti avrebbe perdonato e amato comunque.

Inutile dire che non ti sei mai voltato.

Mi rigiro nella trapunta.

Continuo a ripetermi che se smettessi di vederti, anche la sofferenza cesserebbe. Allora perché ho dei coltelli nel petto che mi tolgono il respiro? Perché mi sembra di annegare, di non riuscire a incamerare aria o ad afferrarti? Perché stai scivolando via? Perché ti sei appena fidanzato con una ragazza del genere? Perché lei? Perché non io? Cosa mi manca per essere abbastanza, per venir considerata da questo mondo cieco? Perché ho degli amici così pessimi da avermi inviato una vostra foto schifosamente tenera? Perché ho voglia di piangere e di gridare fino a perdere i sensi e la voce? Perché non riesco a cancellarti dalla mia vita senza morire ad ogni tentativo?

Perché non mi lasci in pace? Perché non riesco a dimenticarti?

Perché volersi far del bene è così complicato? È forse sbagliato provare a sopravvivere senza soffrire?

Il cellulare cade per terra. Il vetro è percorso da linee impazzite che saettano in ogni direzione, mentre una frase che mi opprime il petto squarcia il silenzio.

“Possiamo vederci?”

Corro come una forsennata sotto il diluvio; non riesco a fermarmi. A dire la verità non so nemmeno dove io stia cercando di fuggire: ho la sensazione che nessun luogo sia più sicuro, che il dolore dentro di me traspaia chiaramente e urli al mondo quanto mi stia logorando.

Ho la mente in fiamme. I pensieri scorrono: sono un fiume in piena, benzina che alimenta l’incendio scaturito da un’innocua scintilla.

Un “Ti amo” alla persona sbagliata.

L’acqua ha raggiunto ogni centimetro della mia pelle e mi ha stampato i vestiti addosso; mi sembra di soffocare. Percepisco a malapena le mani, le gambe ad ogni appoggio si fanno sempre più incerte e paiono pronte a cedere sotto il peso di un’anima sofferente. Ma non ho la forza di arrestare la mia corsa, non ho il coraggio di affrontare la realtà: posso solo continuare a scappare nella desolazione di questa strada angusta e buia, sotto la pioggia che mi avvolge in un abbraccio pieno di scuse.

Eri a pochi metri da me, dentro al nostro bar, mano nella mano con lei. Le emozioni si confondono, si uniscono, come schegge impazzite vagano in un corpo paralizzato dall’odio e la rabbia.

Sembra che tu ti sia scordato di tutto: di come ci mettevamo alla finestra per osservare la pioggia battente con un auricolare a testa e della leggerezza con cui i problemi evaporavano nell’aria umida e ghiacciata, quasi non fossero mai esistiti. E se non ci trovavamo a casa, ci fiondavamo lì, in quel bar, per sfuggire alle regole del tempo e al suo ticchettio incessante. Ci sei tu che mi sorridi e mi folgori con uno sguardo innocente, di gioia sincera; ci sono gli occhi della prima volta che siamo usciti insieme. C’è ancora, nel mio cuore, quella gelida ma dolcissima mattinata di novembre. Mi sembra di sentire il vento che mi scompiglia i capelli e mi congela le guance, l’anima scaldata dall’emozione di starti vicina e condividere un pezzo di vita con te.

Ma ora cosa mi rimane di tutto questo? Cosa resta dopo che hai deciso di rovinare e devastare qualunque immagine felice che avevo conservato con ardore e cura? Cosa devo fare se non scappare via come se fossi io la vigliacca, la sbagliata, quella di troppo? Cosa devo fare?

Forse dovrei alzarmi. Sono naufraga su questo letto da un po’, ma non so da quanto. Mi chiedo se dopo tutto ciò che è successo il tempo valga ancora qualcosa per me.

Piove ancora. Sta diluviando da secoli, ormai. E tu, che ti sei legato ad ogni parte della mia mente tramite i ricordi, affiori in questo mare di pensieri anche ora che vorrei solo non averti incontrato.

Non so se tu riesca a sentirlo, ma ti assicuro che il mio cuore ovunque tu sia, chiunque tu ami, sta battendo per te. Vorrei chiederti di prendermi le mani come hai fatto con lei e di tenerle strette, senza mollarmi mai: perché forse non sei la persona che più mi ama al mondo, ma sei in assoluto quella da cui preferisco ricevere affetto. E anche adesso che siamo lontani, adesso che c’è un invalicabile monte di freddezza a dividerci, ti chiedo soltanto di non lasciarmi sola su questo letto per sempre. Non sono abbastanza forte, non sono in grado di lasciar andare via la tua comparsa dal palco della mia vita, perché se ti penso con qualcun’altra accanto la gelosia mi accartoccia il cuore nel tentativo di soffocarlo; perché sapere che nessuno potrà amarti come faccio io ma avrà l’onore di averti comunque mi manda in bestia, mi inietta rabbia e frustrazione nelle vene peggio di una sostanza tossica alla quale esiste rimedio, antidoto sufficientemente efficace.

Ma ormai è finita, ti lascio andare. Tu non mi sei mai appartenuto, e in fondo è giusto così.

La solitudine sarà una degna sostituta e l’unica a mantenere la tua promessa.

Non sarò mai sola.