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L'angolo dello scrittore

L’arte della letteratura corre il rischio di estinguersi?

Alcune considerazioni sull’appiattimento linguistico e il livellamento tematico che connotano oggi la gran parte dei ‘prodotti’ letterari che invadono il mercato. I meccanismi economici dell’attuale editoria sembrano prescrivere l’esclusivo ricorso a tematiche ‘leggere’ e facilmente comprensibili, che richiedano un bassissimo grado d’attenzione per essere immagazzinate e immediatamente metabolizzate, da parte di un pubblico frettoloso e, spesso, disinteressato. In tale panorama la ricerca artistica è ormai un atto superfluo.

di Francesca Fiorletta

 Così come la procedura critica, dunque, ça va sans dire, anche la specifica produzione dell’idea letteraria, e la sua fattiva realizzazione compositiva, è bene che si attengano a precisi e indefessi canoni etici e formali, al fine precipuo di preservare quanto più possibile intonsa l’essenza stessa del dato artistico, allontanandone le risultanti pratiche dal rischio, tutt’altro che peregrino, della mistificazione politicizzata e della strumentalizzazione coercitiva d’intenti.

Uno degli obiettivi che si prefigge lo scrittore odierno, è, ricordiamolo, un guadagno rapido e facilmente raggiungibile, sia in termini strettamente monetari, sia agendo egli nella peculiare ottica della gratificazione personale, generata dalla conquista della fama popolaresca e dal conseguimento di un più largo successo mediatizzato.

Purtroppo, oggi, per far breccia in questi due settori della società, ossia per agire da un lato sull’aspetto specificatamente economico, e dall’altro orientandosi verso l’àmbito più strettamente comunicativo, appare indispensabile una sorta di passivo ricorso al compromesso ideologico, tendente all’appiattimento linguistico e al livellamento tematico più propriamente intesi.

Solo all’apparenza, infatti, queste due categorie possono sembrare disgiunte e diseguali tra loro, idealmente trovandosi, esse stesse, ad appartenere a due determinazioni differenti del vivere comune: l’una, quella monetaria, concernerebbe, quindi, la materiale accezione sovrastrutturale, placidamente riconducibile al concetto primo di prassi; l’altra, quella comunicativa, alimenterebbe l’evoluzione dell’atto espositivo in nuce, di tendenza ingenerato, più strutturalmente, da una forte componente teorica.

 Nella moderna società capitalistico-borghese, però, vige una similarità fuorviante e spesso effimera, che mira al controllo deregolamentato, settario ma indistintamente agglomerante, tanto dei comportamenti umani quanto dell’ordinamento più propriamente politico e, diremmo, mercimonioso, dello Stato stesso.

Ne risulta, dunque, svilita e deprivata di sé la plausibile articolazione di un linguaggio completamente sincero, ideologicamente autonomo e non concorde al compromesso storico dell’epoca, con conseguenti riverberi mistificatori, che si rifrangono, allora, tanto sul gesto comunicativo interpersonale, quanto – e soprattutto – sull’esigenza creativa artistica.

Contrariamente ad ogni sano rigor di logica, per dir così, etico e professionale, assistiamo allora, da più parti, ad una corsa indiscriminata verso l’immediato successo politico e letterario, che privilegia la celerità sincronica della scalata, poniamo, alle moderne – e pur espugnabilissime – vette editoriali, ostentando e stendardizzandone la risultante fortemente empatica, conferita loro dall’impiego di veicoli mediatici portatori di un cospicuo impatto visivo e soprattutto emozionale.

Questa deriva sub-senziente sembra oggi, invece, proprio l’imperativo categorico al quale lo scrittore è tenuto a prestare attenzione, esercitando un atto di fede, quasi strettamente misticheggiante, nei confronti di un meccanismo malsano di livellamento ragionativo, indottrinante e dogmatico, che investe tanto le categorie gnoseologiche dell’apprendimento culturale, quanto l’affinamento stilistico della concezione stessa di un qualunque gusto estetico.

Il dettato odierno della mondanità modaiola, e quindi consumistica – ergo, altamente remunerativa, perciò esaltata e liberalizzata quale unico feticcio rapsodico, globalizzante e misterico, in grado di restituire la giusta dignità all’istanza artistica, pardon, al “prodotto” letterario – prescrive l’esclusivo ricorso a tematiche “leggere” e facilmente comprensibili, che richiedano un bassissimo grado d’attenzione per essere immagazzinate e immediatamente metabolizzate, da parte di un pubblico frettoloso e, spesso, disinteressato.

Il problema è che, quand’anche questo fantomatico pubblico massificato di fruitori del prodotto letterariamente confezionato – ma culturalmente e ideologicamente camuffato, vilipeso, offeso mortalmente – volesse porre attenzione all’opera in questione, si ritroverebbe, ormai, immancabilmente, deprivato degli opportuni strumenti critici, materialistici e finanche etimologici, atti a coadiuvare un auspicabile processo conoscitivo disvelante e (auto)cosciente dell’oggetto artistico stesso.

 A causa di questa ignoranza conclamata e indotta, intesa proprio quale endemica impossibilità conoscitiva nei confronti delle determinazioni filosofiche e critiche che soggiacciono al procedimento di qualunque creazione, meramente artistica o pragmaticamente comunicativa che sia, continua, oggi e sempre più spesso, a proliferare l’ostentazione coatta di un modello espositivo massificante e corrotto, facilitato e omologante, ozioso e deculturalizzante.

È dunque un processo auto-reversibile, nutrito scambievolmente dalle pessime conseguenze di un’erratica causa scatenante, frammista di pigra disattenzione e di oziosa malignità, quello che sta attanagliando l’esercizio culturale odierno, il quale, così ridotto e, ancora una volta, auto-eliminantesi, si ritrova, oggi, a correre il serio rischio di estinguersi programmaticamente, proprio in virtù – e, quindi, ai danni – della sua stessa, ontologica esistenza.