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L'angolo dello scrittore

In tutta l’Africa aumentano i prezzi degli alimenti di base e le popolazioni si ribellano: un’altra faccia della guerra del petrolio?

Il cibo per poveri cala, mentre i poveri aumentano. Dacci oggi il nostro pane. Un po’ meno caro

 Amani – 25 Febbraio 2011 di Diego Marani

 L’Africa ha fame non solo perché è povera – questa non sarebbe una novità – ma anche perché chi avrebbe i soldi per comperarsi il cibo non ci riesce: i prezzi sono aumentati troppo. In Costa d’Avorio il riso a marzo 2008 era aumentato più del doppio rispetto allo stesso mese del 2007. lo stesso per il prezzo del grano nel Senegal, dove anche il sorgo è rincarato del 56%. In Somalia il costo della farina è triplicato in un anno: e questo nel Nord, dove esiste qualcosa di simile a uno stato, non nella Mogadiscio dilaniata dalla guerra civile. A Karthoum, capitale del Sudan, il prezzo del frumento a febbraio era cresciuto del 90%. In Uganda quello del mais del 65%, mentre in Etiopia era raddoppiato e a Maputo, in Mozambico, era aumentato del 43%. E in questi ultimi mesi, la situazione non è migliorata. L’aumento dei prezzi dei cereali viene indicata come uno “tsunami silenzioso”. Perché l’inflazione del prezzo del cibo ormai è diventata una crisi mondiale: i prezzi dei generi alimentari, secondo alcuni analisti, sarebbero i più alti a partire dalla seconda guerra mondiale.

Molti accusano i biocarburanti di essere la causa indiretta della speculazione sui prezzi del cibo di base: nei paesi del Sud del mondo (ma non solo), si destinano porzioni sempre più vaste di terreno per coltivazioni che possono successivamente essere utilizzate nella produzione di carburanti. Questo provocherebbe una riduzione delle colture destinate all’alimentazione e quindi un aumento dei prezzi di frumento, riso, mais. Secondo questa teoria la crisi dei prezzi agricoli sarebbe, dunque, una variante della crisi petrolifera.

Alcuni analisti sono scettici sulle reali cause del rialzo dei prezzi e ipotizzano, piuttosto, eccessive speculazioni di borsa. Così, quale che sia la causa di tutto questo, in molti paesi africani è esplosa la rabbia. Ci sono state rivolte in Egitto, Camerun, Costa d’Avorio, Senegal, Burkina Faso, Etiopia e Madagascar. In più di un’occasione è dovuta intervenire la polizia per sedare la popolazione che chiedeva una cosa assai semplice: di poter comprare da mangiare.

L’esperto della Fao, Henry Josserand spiega: “L’inflazione dei prezzi degli alimentari colpisce soprattutto i poveri, perché gran parte delle loro entrate viene spesa per nutrirsi”. Secondo la Fao quello per il cibo, rappresenta tra il 10 e il 20% delle spese nelle nazioni industrializzate, ma tra il 60 e l’80% della spesa nei paesi in via di sviluppo. Molti di questi, inoltre, sono costretti a importare il cibo. Insomma, si ripete la solita storia: c’è abbastanza cibo per tutti, ma non tutti hanno abbastanza soldi per poterlo comprare.

In principio era stata la guerra della tortilla: alcuni anni fa in Messico era successo qualcosa di molto simile alla crisi globale dei prezzi dei cibi di prima necessità, che in questi mesi sta sconquassando il mondo e particolarmente l’Africa. Il prezzo della tortilla in Messico era aumentato a dismisura: perché? Secondo un editoriale del quotidiano La Jornada, firmato da Luis Hernandez Navarro, in primo luogo a causa “dell’accaparramento e della speculazione del mais, da parte dei grandi monopoli agroindustriali”. Poi per il fatto che il grano veniva sempre più utilizzato per produrre combustibile, infine per l’aumento del prezzo mondiale del grano, dovuto al boom dell’etanolo (un biocombustibile). Eppure il Messico è il quarto produttore mondiale di grano. Al di là di questo precedente, in ogni caso l’Africa non può sempre vivere in una situazione di emergenza cronica, la quale, oltre a essere una contraddizione in termini, non è una soluzione al problema.

In un articolo apparso sul quotidiano francese Le monde, Stephane Hessel e Robert Lion, a nome dell’organizzazione non governativa Agrisud, indicavano quello che ritenevano la vera causa della crisi: In Africa sta scomparendo la piccola agricoltura destinata all’autoconsumo e ai mercati locali, soppiantata dalla grande impresa che punta ad esportare arachidi, caffè, cacao, cotone, caucciù…

Inoltre in Africa, le abitudini alimentari – specialmente nelle città – sono cambiate; il pane, per esempio, è divenuto un alimento di base, e quando non c’è abbastanza farina, bisogna importarla, costi quel che costi. Il miglio, il sorgo, la manioca, sono considerati cibo per poveri e vengono sempre meno consumati e coltivati. Il cibo per poveri, dunque, cala; i poveri, invece, aumentano e, visto che non ci sono nemmeno le brioche da dare al popolo affamato, gli africani si ribellano. Magari, non faranno – almeno nel breve periodo – un’altra rivoluzione francese, ma intanto chiedono di mangiare. Anzi, di poter coltivare quello che mangeranno.