Un bicchiere d´acqua, per favore, Julia Nausner
Menzione Premio Energheia Austria 2025
Traduzione a cura di Cristina Cappellari
Suonano alla porta. Il nostro campanello fa un rumore come un annuncio alla stazione. O come la campanella della mia vecchia scuola. Nessuna delle due associazioni è delle migliori quando sei comodamente seduta sul divano con una tazza di tè. Eppure mi ci sono abituata. Proprio come alla porta della mia stanza, che non si chiude bene, alla zuppa marrone che scivola lungo il muro della cucina quando piove, e alle finestre, dove giorno dopo giorno compare sempre più muffa. L’appartamento non è in condizioni perfette eppure paghiamo un affitto troppo alto. La colpa è del mercato immobiliare teso e del capitalismo.
Con i miei pantofole da mucca trascino i piedi fino alla porta. Il citofono ronza. Passi nel corridoio. Guardo confusa fuori dalla mia porta, ignara di chi stia arrivando. Immagino il nostro vicino, alle prese con il tetto che perde. Ma è una giovane donna dai capelli mossi. Lo sguardo timido e fisso allo stesso tempo. Un presagio di quello che verrà.
Mi torna in mente la visita dell’appartamento. A gennaio una delle camere era libera e la donna era la nostra potenziale futura coinquilina.
Entra, saluta con gentilezza, si fa mostrare l’appartamento. Fa domande sulla stanza, sulla vita in comune, sui miei amici. Ci sediamo in salotto, le offro un bicchiere d’acqua. Racconto tutto ciò che potrebbe interessarle: i danni nell’appartamento, lo stress con i proprietari. Non voglio nasconderle nulla. Lei invece resta per lo più in silenzio. La voce è bassa e timida, le mani tremano. Nei suoi occhi si riflette la luce della lampadina sul soffitto. Sembrano formarsi lacrime.
Ci alziamo. Sono stanca e voglio passare la serata da sola. Lei vuole ancora bere, così le riempio il bicchiere in bagno. Lo stringe quasi tra le braccia, resta immobile nel corridoio. Mi racconta delle difficoltà a alzarsi, della mancanza di motivazione, della disperazione, della solitudine. Chiedo delicatamente se sia già seguita da uno psicologo. Racconta di una brutta esperienza con una terapeuta. Lo capisco. Le consiglio comunque di rivolgersi a qualcuno, le racconto la mia storia, le mie esperienze, i miei fardelli.
Mi chiede se so come procurarsi rapidamente un’auto. Non ho nemmeno la patente, quindi nego.
Mi chiede come comunico con gli amici per organizzare qualcosa: se faccio pressione o cedo subito. Mi chiede se sono soddisfatta della mia vita. La testa mi fuma. Le spiego che non sono nelle condizioni di parlarne e che ho bisogno di un po’ di pace. Lei vuole ancora bere.
Torna dal bagno con il bicchiere vuoto. Le gambe dondolano impazienti, i denti mordono le labbra fino a farle sanguinare. Le ripeto che non ho energie per parlare. Lei dice che possiamo anche stare in silenzio. Le rispondo che non la conosco ancora. Lei dice che possiamo rimediare in fretta, conoscerci, diventare amiche.
Divento sempre più irrequieta e non capisco cosa stia succedendo. Lei racconta di non avere più una famiglia, di non avere nessuno che la aiuti, di sentirsi persa, di avere bisogno d’amore. Posso comprendere le sue parole, eppure non si adattano al qui e ora. Le dico che non sono la persona che può darle quell’amore ora. Dice che deve finalmente arrivare da qualche parte, non vuole ricominciare continuamente. Dice che ogni persona ha il diritto fondamentale di essere amata. Le spiego che non può pretendere che tutti la amino, che prima bisogna stare bene con se stessi per sperimentare il vero amore. Non nego che gli amici siano un grande aiuto e importantissimi in questo percorso. Lei insiste che ha bisogno dell’amore degli altri per accettare se stessa. La nostra conversazione gira in tondo.
La testa mi scoppia. Le dico che voglio restare sola e le chiedo di andarsene. Chiede un altro bicchiere d’acqua. Il bicchiere torna vuoto. Le ripeto di andarsene. Lei resta ferma, chiede se davvero voglio così. Confermo con fermezza e le chiedo ancora di uscire. Non so più cosa fare. Vuole ancora bere. Le strappo il bicchiere di mano, le metto davanti le scarpe e le indico la porta. Lei resta ferma. Minaccio la polizia. Resta ferma. Estraggo il telefono e compongo le tre cifre. Le mani tremano. Alla fine cede, dice che non è necessario chiamare la polizia. Lentamente si infila le scarpe e chiede se davvero voglio davvero lasciarla uscire da sola. Le dico che non posso fare altro che accompagnarla all’ambulatorio psichiatrico. Lei rifiuta. Non vuole nemmeno considerarlo. Dice che preferisce fare sport piuttosto che un ricovero. Faccio notare che è possibile anche in clinica, ma resta ferma. Le dico che non posso fare più nulla. Lei dice che possiamo ancora parlare. Le chiedo di nuovo di andarsene. Vuole ancora bere.
Disperata, sto nel corridoio, incredula per quanto sta succedendo, indecisa sul da farsi. Almeno cinque volte le ho chiesto di andarsene, almeno dieci le ho consigliato di cercare aiuto professionale. Torna di nuovo col bicchiere vuoto. La prego ancora di andarsene. Resta lì. Chiede se questo è davvero ciò che voglio. Confermo chiaramente e le chiedo ancora di uscire. Non so più cosa fare. Vuole ancora bere.
Le strappo il bicchiere di mano, le metto le scarpe davanti e le indico la porta. Resta immobile. Estraggo il telefono e compongo la polizia. Le mani tremano. Alla fine cede: dice che non serve chiamare la polizia. Lentamente si infila le scarpe e chiede se davvero voglio lasciarla uscire da sola. Le rispondo che non posso fare altro che accompagnarla all’ambulatorio. Lei rifiuta. Vuole ancora bere.
Accendo la luce del corridoio, la spingo verso la porta. Lei dice che le è piaciuto. Io le dico che mi sento a disagio. Le lacrime mi rigano gli occhi. Esce, chiudo la porta e crollo su me stessa. L’acqua salata scorre sulle guance, il petto trema. Chiamo la mia coinquilina, poi mia madre.
Il giorno dopo ricevo il messaggio: vuole prendere la stanza.





















