Sussurri nel giardino, Sonia Heliott
Racconto Vincitore Premio Energheia Francia 2025
Traduzione a cura di Gino Cervi
Nel Jardin du Luxembourg sentivamo sulle guance una leggera brezza, il bagliore del sole che riscaldava i volti, talvolta tesi, dei passanti, lo stesso bagliore che colpiva il marmo delle statue o le pietre sgretolate del castello. Tuttavia, mentre il vento sollevava una polvere e sabbia dai vialetti inghiaiati, un uomo spiccava tra la folla. Si muoveva dietro a un tavolino traballante che sembrava aver vissuto più di una guerra, con sopra una tovaglia, tre scatole nere come la notte e incise di segni illeggibili, e una clessidra che era stata appena capovolta. Se ne stava lì, quello strano venditore dall’aspetto così esotico ma ignorato da tutti, senza che nessuno lo degnasse di uno sguardo. Audace, forse temerario, parlava a voce alta e forte, un sorriso affascinante, quasi insolente, come se il mondo fosse tutto per lui. Il sole splendeva e lo illuminava, lui e i gioielli che adornavano le sue mani e il suo collo, ogni movimento delle sue braccia produceva un suono mistico, come un’ode a un sonno che neppure Morfeo avrebbe potuto eguagliare, a un mondo di sogni a metà tra il celeste e l’infernale. Colpiva quel silenzio che arrivava ai suoi piedi, come un cliente, il più sgradevole dei silenzi, e che lui accoglieva: quel mutismo, quegli sguardi, diventavano clienti. Anche se nessuno si fermava da lui, tutti erano clienti.
La sua pelle color del legno brillava al sole, si nutriva dei suoi raggi. Era come una duna di sabbia la cui superficie si modificava a ogni movimento di muscolo. La sua voce dolce e suadente, che si potrebbe persino definire incantatrice, faceva a pugni, contrastava con i rumori circostanti, con le grida dei bambini, con la voce dura di quelli che chiamano padri e con quella indolente di quelle che chiamano madre. A dispetto del rumore delle auto e dei passi frettolosi dei parigini, la sua voce risuonava appena, e attraversava il vento senza riuscire a fermarsi per sussurrare sogni alle orecchie di coloro che avrebbero avuto la fortuna o la pena di ascoltarla. Sapeva già tutto, conosceva perfettamente quell’ignoranza che cessava verso sera, quando gli sguardi si volgevano finalmente verso di lui. Ma lui non mollava mai, sperando forse che una voce rispondesse alla sua, supplicando di sognare in pieno giorno. Sotto i pallidi bagliori delle nuvole d’inverno tirate dal vento gelido dentro l’azzurro celeste di un cielo che sembrava uno scherzo d’estate. I sogni non hanno confini, l’unica frontiera era quella di tuffarcisi dentro.
«Daquès».
Tenera, sommessa, un soffio di sogno alle sue orecchie.
Gli sembrava di non aver sentito quella voce che lo aveva chiamato, e così continuava ad attirare a sguardi e a parole gli sguardi ostili, o in rari casi velati di pietà.
Un bambino seduto su una panchina, con in mano un piccolo veliero giallo. Il vento gli scompigliava i capelli e gli faceva chiudere le palpebre. Se avesse potuto sognare in pieno giorno, avrebbe forse visto la sua barchetta navigare tra le foglie degli alberi o volare verso un mare dove le nuvole erano le onde della sua immaginazione? Le grida dei compagni lo richiamarono invitandolo alle avventure sullo specchio d’acqua di una fontana. Il bambino si alzò, si fermò per volgere lo sguardo verso la figura del mercante. Si tolse una scarpa e la capovolse: ne uscì una piccola, fastidiosa cascata di sabbia sottile. Fu uno scambio silenzioso, dopodiché ripartì, la scarpa al piede e la barca a vela in mano.
«Lo sai, vero, quanto è dolce la tua voce?»
Ciò che si ripeté ancora una volta finì per attirare la sua attenzione; si voltò nella direzione da cui proveniva quella melodia, con il respiro corto, discreto, quasi per non disturbarla nel canto delle sue parole. Non l’aveva mai notato, eppure era lì da ore, invisibile a lui come era invisibile a coloro che non volevano vederlo.
C’era quella statua, bianca, quasi perfetta. Le sue forme sembravano levigate, arrotondate. Fu il primo dettaglio a coglierlo di sorpresa, ineludibile ma cieco. La sua mano si protese verso di essa, sollevandosi verso il marmo e le sue crepe grigie, simili a un fiume su una pelle perfetta. Con quella mano alzata, quelle dita trattenute, non osava posarvi la sua pelle ardente, come se il suo semplice tocco avesse il potere di sporcare un santuario sacro. Quel marmo era così bianco, perfetto, la sua pelle invece era nera e segnata da secoli di sogni e incubi. Le sue pupille risalirono le sue curve, avventurandosi su ogni piega del suo drappeggio che appariva come una seconda pelle nuda, passando per il suo seno scoperto per poi arrivare al suo viso. Come descrivere tutto questo? Lui, che pure aveva parole e immaginazione, non ne era in grado. Un naso dritto, severo, labbra carnose, tenere, zigomi sporgenti, placidi. I capelli raccolti, fieri. Indietreggiando, si era anche allontanato, inciampando nel suo piccolo tavolino improvvisato, la clessidra rovesciata, la sabbia immobile. Il sole tramontava, il vento faceva oscillare lentamente il fogliame degli alberi e dava loro un sibilo, il cielo era blu e i raggi rosso-arancio dell’astro del giorno apparivano come un fascio di luce. Era un miracolo, mentre lui era il grande custode dei sogni e del sonno.
Il suo stupore era così forte da immobilizzarlo, in attesa di una parola. L’aspettava con un devoto.
«Ho visto cose di questo mondo, in questo giardino. I bambini che correvano verso la fontana con le loro barchette a vela tra le mani. Ho visto orrori, il sangue è schizzato sul mio marmo, incrostandosi nelle mie fessure. Il mio nome è stato infangato, disprezzato, ma il titolo di Messaggera non mi è mai stato tolto. Io, portatrice di armonia, un tempo l’ho intravisto».
Il suo marmo, il suo candore, la sua voce. Tutto, tutto aveva improvvisamente estasiato Daquès. Chi avrebbe potuto lasciare che il sangue scorresse sulla sua pelle? Immobile, non poteva fare nulla, se non osservare come si svolgeva il mondo, come avanzava il tempo senza che lei potesse avanzare con esso. Ignorata da una folla, come se la sua pelle non fosse reale. Una macchia in un paesaggio che correva via. Gli uomini che l’avevano eretta, simbolo di armonia, di tranquilla serenità, gli stessi l’avevano disprezzata, resa invisibile ai loro sguardi. La serenità non era più nelle menti di coloro a cui il mondo non concedeva un istante di tregua. I sogni non esistevano più, solo frammenti di immaginazione perduti in pensieri sospesi.
«Oh, mia grande disperazione, giorno e notte ti ho aspettato, ho desiderato la tua voce con febbre e ardore. Dammi i tuoi sogni se nessuno li vuole».
Un calore si diffondeva lentamente nel corpo di Daquès, una sensualità sconosciuta che non aveva mai provato prima. Colpito da quelle dolci parole come se fossero un pugnale, incantato da quella creatura immobile ma affascinante. La sua voce era giunta all’orecchio risvegliato, invitandolo a sognare. Non era un essere né una forma insignificante. Quella che implorava la sua immaginazione, la sua arte delle illusioni, era anch’essa simile a lui, aspetto della natura, presente ma assente.
«La tua tenerezza e il tuo calore mi liberano dalle mie catene, posso finalmente vedere ciò che ho sempre voluto sentire».
Senza parole, il cuore del mercante di sabbia batteva, le parole si facevano labbra. Non a caso, sentì come un abbraccio avvicinarsi a lui, un corpo morbido di donna avvolgere il suo, un seno schiacciarsi contro il suo petto, un respiro caldo contro il suo collo e una testa pesante posarsi sulla sua spalla. Il suo corpo fu travolto da quell’abbraccio di mito, da quel gesto e da quelle parole che nessuno gli aveva mai rivolto. Chiuse gli occhi, scomparendo volontariamente dallo sguardo degli uomini per avvolgere con le braccia l’estasi della statua, alzando la voce pensierosa. L’aveva aspettata per tutto il tempo che la sua clessidra gli aveva concesso.
«Credo di avere della sabbia negli occhi… Hai mai sognato?».




























