Sottovoce, Morena Terenzi_Roma
Vincitore Premio Energheia Cinema 2025, un soggetto per un cortometraggio.
Elia ha dieci anni e vive in una grande città fatta di rumori, clacson e conversazioni affrettate. Lui, però, nel rumore non ci entra mai. È muto dalla nascita. Non parla, non urla, non canta. Comunica con lo sguardo, con le mani, con i silenzi. I suoi genitori lo amano profondamente, ma il mondo spesso gli gira attorno senza accorgersi di lui. A scuola i compagni lo rispettano, ma non lo cercano. È presente, ma invisibile.
Elia ha imparato a osservare. È un artista dello sguardo. Quando esce, ha sempre con sé uno zaino rosso con dentro un piccolo taccuino, penne colorate e una scatola di foglietti. Li usa per scrivere pensieri sparsi, piccoli segreti, emozioni, o anche solo domande senza risposta. Poi li lascia in giro: sotto i tergicristalli delle auto, appesi a un ramo, tra le pagine dei libri in biblioteca.
“Anche il cielo ha dei giorni no?”
“Mi chiedo se i piccioni abbiano un posto preferito dove andare.”
“Secondo te, la gentilezza può cambiare il mondo?”
Non firma mai. Non si aspetta nulla in cambio. È il suo modo di parlare a un mondo che spesso non lo ascolta.
Un giorno, però, succede qualcosa. Seduto in metropolitana, apre il suo taccuino e trova qualcosa infilato tra le pagine: un foglietto piegato, scritto a mano. “Anche io vedo le nuvole come balene.” È una delle frasi che aveva lasciato giorni prima su una panchina. Ma questa volta, qualcuno gli ha risposto.
Da quel momento in poi, comincia uno scambio muto ma intenso. Elia lascia nuovi biglietti e, quasi sempre, trova una risposta nel taccuino. A volte è una riflessione, a volte un disegno, una poesia, una parola sola. L’autore resta anonimo, ma presente. Il dialogo cresce, con la delicatezza di chi non vuole farsi vedere, ma desidera essere trovato.
Elia cambia. Diventa più sicuro. A scuola inizia a sorridere di più. Si ferma più spesso nei luoghi pubblici, non più solo per osservare, ma per partecipare. I suoi messaggi diventano più profondi, più coraggiosi. Scrive: “Mi sento solo anche in mezzo alla gente.” E riceve: “Anche io. Ma oggi meno, grazie a te.”
La città, da grigia e indifferente, si trasforma in una mappa piena di possibilità. Ogni angolo può contenere una nuova voce, una nuova emozione. Elia non sa chi sia il suo interlocutore. Potrebbe essere un coetaneo, una donna anziana, un barista, uno sconosciuto qualsiasi. Ma sente, per la prima volta, di avere un posto nel mondo.
Poi, il silenzio. Nessuna risposta. Passa un giorno. Due. Una settimana. Elia continua a lasciare i suoi foglietti, ma non trova più nulla. L’attesa diventa delusione. Poi tristezza. Poi rabbia. Chiunque fosse, se n’è andato.
Finché una mattina piovosa, in un parco deserto, vede un barattolo trasparente sotto una panchina. Dentro, un solo foglietto. Lo apre con mani tremanti. Legge: “Grazie, Elia. Ora tocca a te.”
Elia resta fermo, sotto la pioggia. Non piange. Sospira. E sorride.
Il giorno dopo, riempie lo zaino di foglietti bianchi. Inizia a scrivere messaggi non più per cercare risposta, ma per offrirla. “Non sei invisibile.” “Anche la tristezza ha bisogno di compagnia.” “Ci sei, e questo basta.” Li lascia nei posti in cui va, e anche in quelli in cui non era mai stato.
L’ultima scena mostra persone comuni — un anziano che cammina da solo, una madre distratta, un giovane chiuso in sé — che trovano uno dei foglietti di Elia. Alcuni lo leggono e sorridono. Altri lo conservano. Qualcuno scrive qualcosa su un altro pezzo di carta.
Il silenzio di Elia è diventato parola. E la sua voce, finalmente, ha trovato casa nel cuore degli altri.




