Salvare i pony!, Marie-Amélie Huard de Jorna
Premio Energheia Sorbona 2025
Traduzione a cura di Antonietta Dartizio
Tutto è incominciato un mezzogiorno di primavera, al giardino del Luxembourg, quando gli alberi si vestivano con una nuova vegetazione. La temperatura offriva un momento piacevole agli escursionisti ed eravamo ancora in quel periodo in cui la luce è bella senza che il calore opprima chi voglia approfittare della calma del giardino.
La folla si ammassava alla porta Gay Lussac, creando un effetto di movimento permanente di andirivieni al momento del suo arrivo.
Non avevo rimesso piede al Luco da quando lavoravo con Peter, Sylvain e altri. Una passeggiata creativa e ispirante tra gli alberi, le statue, i visitatori e fotografi alla ricerca dello scatto perfetto del Senato. Ho trascorso la mia infanzia a gironzolare alle Tuileries e al Louvre e, senza vergogna, confessavo di non conoscere tanto bene il giardino del Luxembourg. C’era tuttavia sul posto un qualcosa che scoprivo col passare del tempo e che alimentava la mia voglia di andarci in modo più regolare.
Ciò nonostante, questa volta non ci andavo per fare una passeggiata. Ripensavo a quelle parole lasciate alla mia attenzione la sera prima: “È scomparsa, non posso niente senza di lei. Aiutatemi a ritrovarla, vi supplico”. A metà giornata, avevo appuntamento sul posto per chiarire questa scomparsa. Un certo Karl, che non conoscevo, mi aveva contattato tramite alcuni intermediari affinché l’aiutassi a ritrovare quella senza la quale non poteva finire la commedia di cui aveva iniziato la scrittura. Doveva trattarsi, probabilmente, della scomparsa della sua ispirazione. Situazione incongruente ma non sconosciuta alla mia esperienza per aver già reso un tale servizio, che mi piacerebbe raccontare volentieri un’altra volta. Mi ero recata, dunque, sul posto senza apprensione e con una certa curiosità.
Portavo un berretto per proteggere i miei occhi dalla luce. La musica nelle orecchie mi permetteva di rimanere nella mia bolla restando vigile a ciò che mi circondava. Ascoltavo una playlist composta per questi momenti di vagabondaggio di Max Richter del quale apprezzavo in modo particolare la sensibilità musicale. Le sue composizioni mi apportavano un nuovo sguardo sul mondo. Lasciavo allora schiudersi i miei pensieri al ritmo dei violini del suo Spring, riscrittura al contempo viva e rilassante della Primavera di Vivaldi, un poco come immaginavo i giovani fiori sbocciare nelle aiuole del giardino. In quel periodo lavoravo su una storia che occupava i miei pensieri alla minima occasione, quella di un drammaturgo svedese, Per O. E., che scriveva un’adattazione di Fedra e, preso da un dubbio infinito sulla comprensione del suo personaggio, era costretto a rivedere incessantemente la sua commedia fino al momento di un declino inatteso. Il vero soggetto del mio testo era più la fretta del drammaturgo nella sua propria creazione che la commedia che si sforzava di scrivere.
All’entrata del giardino, la gente mi passava attorno come i mulinelli dell’acqua intorno ad una roccia in mezzo ad un fiume mentre i miei piedi sfioravano il cemento chiaro del viale dell’ingresso del giardino. In mezzo a questa illusione di tumulto, entravo dal cancello. Il mio progetto di scrittura portava le mie idee verso voglie di cambiamenti, di trasformazioni. Mi occorreva una nuova ispirazione, un’energia che mi trasportasse. I miei passi mi guidavano inconsciamente a sinistra e prendevo un viale obliquo ricoperto di piccola ghiaia rotonda, che rotolava sotto i piedi. La folla vi era anche meno concentrata. Accerchiata dalla mia musica, respiravo a pieni polmoni i profumi che mi circondavano. I passeggiatori preferivano seguire l’asse principale verso la grande vasca davanti al Senato e mi lasciavano avanzare senza ostacolo su questo viale abbandonato. Questo spazio che mi si offriva seduceva il mio bisogno di isolarmi e di riflettere sul mio progetto di scrittura aspettando l’arrivo del mio appuntamento. Non era stato fissato nessun luogo preciso ma il messaggio indicava che avrebbe saputo trovarmi intorno alle 13.00. Era mezzogiorno. Avevo tempo davanti a me. E poi non avevo cercato di saperne ulteriormente tanto più che il dialogo sembrava compromesso dall’inizio, ignorando come contattare direttamente questo misterioso Karl.
Mentre avanzavo su questo viale, non lontano dalla statua di Georges Sand, è passata una coppia di corvi all’altezza del mio sguardo. Hanno volato ancora qualche metro e poi hanno posato le loro zampe più lontano sulla spalliera di una panchina sotto i castagni, prima di andarsene quasi subito verso destra in fondo al mio viale. Ho apprezzato questa traiettoria come un invito a seguirli. Mi hanno spesso ripetuto che nelle aree urbane si trattava di cornacchie ma a me piace credere che sono proprio corvi!
I giochi d’ombra creavano un’atmosfera spettrale tra gli alberi. I due corvi si posero più lontano su un grande anello di catena spezzata. Questa scultura ha sempre prodotto un’eco in me. Da una parte si allontanava dal classicismo delle altre statue del giardino e dall’altra evocava la lotta di individui condotta per la loro libertà (credo d’altronde che si parli di un memoriale). E ancora di più, il suo nome “le cri, l’écrit” mi ha fatto sempre pensare a Munch e ovviamente al processo più personale della scrittura. Si fanno a volte delle associazioni divertenti. Tra la lotta per la libertà e la presa di coscienza del grande grido infinito della natura, il mio gusto per la lotta e il mistero ha segnato nella mia memoria questo luogo scoperto un po’ prima nella mia vita. Superavo questo grande pezzo di catena spezzata e continuavo dritto la mia strada. La coppia di corvi mi passava di nuovo davanti. Non era più un caso, era un segno. Continuai dunque il mio cammino. Ero sulla buona strada. Verso cosa? Non lo sapevo ancora ma continuavo con il mio slancio. E in quel momento una statua di bronzo apparve davanti a me. Era un giovane uomo quasi nudo, in piedi in mezzo alle maschere situate ai suoi piedi. Che strana scultura! Mi intrigava. Si trattava del commerciante di maschere di Zacharie Astruc. Cercavo di scrivere sulla metamorfosi del mio drammaturgo da personaggio e questo incontro con questa statua in mezzo al giardino non mi sembrava affatto banale. Queste maschere arrivavano miracolosamente per i miei progetti poiché il mio testo doveva portare il nome di “Grimnir, colui che porta una maschera” anche se esitavo ancora a intitolarlo “Alla ricerca di Fedra”, ma avviserò più tardi su questo punto. Parlando di maschere, Odin mi ispirò subito e pensavo a queste numerose trasformazioni nella mitologia nordica. Questa situazione era buffa, i corvi erano capaci di informare il dio degli dei in questa stessa mitologia. Si mettevano sulle sue spalle e nel linguaggio degli uccelli bisbigliavano alle sue orecchie ciò che avevano visto durante i loro voli. Ringraziamenti interiori riempivano il mio cuore che rivolgevo in silenzio a quei due corvi, poiché ne ero sicura, si trattava proprio di corvi, i famosi uccelli di Odin. Ho sempre amato i corvi e la parte mistica che li circonda.
Il vento soffiava tra le foglie degli alberi circostanti. Faceva bellissimo tempo e questa arietta fresca faceva tanto bene che prendevo il tempo di sedermi su una delle panchine che circondano la statua alle maschere, con la musica a ripetizione nelle mie orecchie. In ogni modo, a questo appuntamento per il quale ero venuta si doveva arrivare più tardi. Avevo dunque tempo per approfittare dei luoghi e osservare la zona circostante. Tuttavia, questa scultura non mi piaceva veramente. Era strana e perfino un po’ lugubre. Queste maschere sembravano figure mortuarie. Era a dir poco macabra. A contemplarle troppo a lungo, potrebbe suscitarne un certo malessere. Cambiavo allora panchina per darle le spalle. Tuttavia, un sentimento strano mi attirò di nuovo verso di lei e preferivo ritornare al mio posto e guardarla ancora. Pronta ad affrontarla. Decisamente, qualcosa di ipnotico mi legava a questa statua, per quanto fosse strana. Lo sguardo delle maschere mi disturbava in modo particolare. Mi interrogavo su questa attrazione che aveva in sé quando le 13,30 vibrarono al mio orologio. Avevo passato così tanto tempo seduta là?! L’appuntamento misterioso non sembrava deciso a mostrarsi. Poco importava dopo tutto. Il vento soffiava dolcemente al di sopra di me e le foglie degli alberi incominciarono a ondeggiare con delicatezza. Che contrasto tra questa natura viva e vibrante e la freddezza di queste maschere che facevano parte del paesaggio.
Nel frattempo, una folla di uomini, di donne e di bambini si formava dall’altro lato del giardino, verso il grande viale che conduceva ai campi da tennis. Una folla che non aveva notato.
Una certa tranquillità animava la gente intorno alla mia panchina. Un poco più lontano quattro persone di un’età rispettabile avevano messo intorno ad una panchina doppia quattro sedie del giardino per poggiarvi i piatti di un pic-nic amichevole e sicuramente delizioso. Prestavano un’attenzione particolare a pranzare, dedicando tutta la loro concentrazione ai loro piatti. Più lontano sulla sinistra in fondo al viale della statua delle maschere appariva un barboncino reale. Aveva l’andatura di un manichino che ha l’abitudine di prendere una pausa ogni passo e ha incominciato a fare salotto in mezzo ad un gruppo di turisti giapponesi trasportati da una gioia improvvisa e una voglia irrefrenabile di fotografarlo da ogni angolazione. La sua padrona manifestava per questo entusiasmo lo stesso interesse del suo compagno bianco e tolettato elegantemente. La scena durava da alcuni minuti. Tutti e due sembravano abituati e soprattutto rapiti. Era molto divertente da osservare. Lo sguardo dei turisti cercava quasi di accarezzare l’animale con le fotografie che gli scattavano. Ero così seduta sulla mia panchina, a guardarli, quando un altro individuo attirò la mia attenzione. Un uomo sulla sessantina, con un bel paio di scarpe ai piedi e di un cuoio perfettamente lucidato che offriva bei riflessi mogano. Certamente inglesi. Leggeva un settimanale che avvertiva in copertina dei rischi degli schermi e dei formati corti sui social media. Gli studi verificavano il loro impatto notorio sulla bassa attenzione dei numerosi utenti e ancora di più sui bambini.
Questi momenti di contemplazione della vita mi aiutavano molto a scrivere. Mi occorreva prendere il tempo di immergermi e la carta faceva poi affiorare ogni tipo di idee per i miei racconti. Mi sentivo pronta e serena, la storia che stavo per scrivere stava anche per nutrirsi di ciò che avevo vissuto oggi e mi piaceva molto questa idea di trasferire su carta la vita che ci circonda. Questa storia sarebbe in un certo senso anche la somma di questi momenti condivisi in questo giardino con degli sconosciuti che hanno scelto di venirvi o semplicemente di passarvi.
Era ora di alzarmi dalla mia panchina per fare qualche passo e rientrare a trovare il comfort del mio tavolo da lavoro che mi aspettava per scrivere la commedia. Aveva trovato di cosa servirsi dal mio arrivo in questo giardino. Avevo il mio argomento, ero pronta a investirmi in pieno. Con le mani appoggiate attorno a me sul legno dipinto di verde mi toglievo le cuffie e stavo per lasciare la statua con le maschere come la calma del giardino quando la coppia di corvi ritornò ancora più vicino. Seguendo con lo sguardo il volo di questi uccelli di seta nera li vedevo allontanarsi verso sinistra. Conducevano la mia attenzione verso la scalinata al di là della parte bassa del giardino, dove la vasca faceva sognare i bambini del quartiere che si immaginano marinai di acqua dolce il tempo di far galleggiare le piccole barche a vela di un bel blu reale o di un rosso carminio. La vasca accoglieva d’altronde parecchie piccole imbarcazioni in miniatura che navigavano con il vento. Nel frattempo, i miei corvi attirarono ancora di più il mio sguardo qualche metro oltre la scalinata dove si radunava una piccola folla. La mia curiosità era stata stuzzicata. Mi alzavo e attraversavo il centro del giardino per raggiungere questa folla. Quando arrivavo all’altezza di questa massa di genitori accerchiati dai loro bambini, una viva emozione si impadronì delle mie viscere.
In questo istante, l’orizzonte del personaggio si deforma. Si delinea allora una oscura visione della società, davanti alla quale non può restare cieca e impassibile.
Affronto una fila di pony in attesa di soddisfare i capricci dei bambini che li dimenticheranno appena messo piede a terra, al massimo qualche minuto dopo la passeggiata prevista per tenerli un po’ impegnati. Nei loro occhi sento una tale angoscia. Uno di loro ha lo sguardo meno spento degli altri e ho l’impressione che le sue pupille cercano una via di fuga. L’innocenza di questi pony si confronta con i capricci dei bambini e mi fa appannare gli occhi. Non posso restare inerte difronte a questo uso che viene loro inflitto. Sono scrittore e drammaturgo e la commedia che cercavo fin qui è pronta a nascere sotto la mia penna ma oggi, una consuetudine aberrante di una società individualista ed egoista in male di natura devia ogni mia energia. Un senso di urgenza percuote il mio battito cardiaco. Il mondo si mette a girare improvvisamente intorno a questi pony e mi viene in testa la necessità di far cessare questa pratica assurda e indegna. Una nuova missione mi si impone: bisogna salvare i pony!





















