Noi due, Veronika Köster
Menzione Premio Energheia Germania 2025
Traduzione a cura di Cristina Cappellari
sulla parte di me contro cui, a quanto pare, sono impotente
Ti ho visto, mentre stavi sotto il sole accecante, tremante e madida di sudore.
Sono passati tre anni da allora – o quattro?
In ogni caso, è passato molto tempo. Per entrambi.
Per me, perché non tolgo mai la maschera.
E per te, perché tu sei la maschera.
Ti ho portato con me per tutto il tempo, dall’ombra tiepida al sole rovente,
e tu hai pianto spesso, e spesso hai avuto freddo.
Ma non mi hai mai ringraziata.
Mi hai solo detto quanto ti dispiaceva,
sempre e ancora, come se tu stesso non ci credessi,
ma lo volessi più di ogni altra cosa.
Forse hai dimenticato quanto fossi felice prima di conoscerti,
quanto fossi libera.
O forse l’ho rimosso, come tutto e tutti intorno a noi.
Stiamo bene insieme, io e te:
tu, il peso legato alla caviglia,
io, la debole sconfitta che se lo trascina dietro.
“La debole sconfitta”… se solo fosse così semplice.
No, non sono sconfitta. Non ancora.
Lascio solo che lo sembri, perché è più facile
e perché è così che mi sento,
ma non sono ancora sconfitta.
E tu puoi anche essere oscuro e pesante,
la maschera e il macigno alla caviglia,
ma sono comunque libera di praticare dei buchi nella maschera
e di spezzare il peso per poterlo portare.
Sì, ne sono libera. Io sto libera,
in piedi sulle mie gambe.
E con ogni certezza ho causato io stessa tutto questo,
quando, per paura di fare la cosa giusta,
ho fatto quella sbagliata
e ti ho chiamato amico,
te, che sei sempre solo.
Non ricordo più con precisione il giorno in cui ti ho visto per la prima volta,
ma ricordo come tremavi
e come il calore tremolante ti spingeva le lacrime agli occhi,
perché eri così solo.
Sono venuta da te perché, stupidamente, pensavo di poterti aiutare,
o forse perché anche io ero sola
e avevo paura che tu fossi l’unico che avrei mai potuto amare.
E tu mi hai sorriso, mi hai preso tra le braccia,
e ho sentito il tuo tremito
e il freddo pulsante
che in tutti questi anni è stato il tuo unico regalo per me.
Ero tra le tue braccia,
ma eravamo entrambi soli,
e per questo inseparabili.
Siamo caduti a terra,
ed è stato allora che ho capito
di essere la tua preda,
fin dall’inizio.
Mi sono rialzata e ti ho aiutato a rimetterti in piedi,
e mi è stato chiaro che non avremmo camminato insieme,
mai.
O da quel momento in poi ti avrei portato io,
oppure avrei dovuto perderti per sempre.
E sappiamo entrambi
che questo, adesso, non posso ancora farlo.
Ma forse un giorno ci riuscirò.
Spero presto.
Allora ti lascerò nella polvere,
ti lascerò cadere per poter stare dritta,
prima che entrambi, soli,
ci congeliamo sotto il sole.





















