Niente è stato – niente è dovuto, Dylan Lyons_Irlanda
Racconto vincitore Premio Energheia Irlanda 2025
Traduzione a cura di Cinzia Astorino
L’arancione del sole morente proiettava una sfumatura umiliante attraverso gli alberi alti e sul suo viso. Giaceva immobile, sdraiato su una sedia reclinabile del patio, assorbendo tutto.
Il tempo quel giorno era stato fantastico. Ventuno gradi, niente male per il primo giorno di un’estate irlandese. Il fresco del tramonto inondava il giardino, tra i bassi muri che lo circondavano, il caldo comfort del Chianti Riserva portava appagamento e, con esso, i ricordi del periodo trascorso nella dolce vita in Italia. Il debole suono della campagna solitaria echeggiava in sottofondo, mentre gli storni cinguettavano e le taccole ululavano, tutte dirette ai loro nidi. Che giornata.
Che vita, finora.
Quanto era privilegiato a essere così in pace… così presente.
Quella ragazza della sua città natale, di cui un tempo era stato infatuato, dov’era ora? Il suo migliore amico del college? Quella dolce ragazza che aveva incontrato un’estate nella Terra del Sorriso. Sperava che tutti i suoi vecchi insegnanti stessero bene e che sentissero la sua mancanza, come a lui mancavano quei giorni. Quella ex quasi suocera che forse amava più di sua figlia… dov’era ora? Gli avrebbe ancora augurato il meglio?
Aveva viaggiato in lungo e in largo e intrapreso strade che i suoi genitori non avevano esattamente elogiato, ma in quel momento tutto gli era sembrato giusto. Così come nel presente.
C’era ancora così tanto da vedere e da fare, e quanto era fortunato, ancora giovane, con così tanta vita davanti a sé.
Oh, avere così tanto tempo.
I cuori doloranti in sottofondo erano attutiti da un leggero fruscio, come una cascata lontana. Inclinò leggermente la testa e i suoi occhi vagarono oltre il perimetro dei Ray-Ban. Un aereo commerciale volava sopra di lui. Presto sarebbe stato lui, pensò, guardandolo con infantile stupore. Dove stavano andando quelle persone? A matrimoni? Funerali? Un semestre all’estero? Il loro primo viaggio zaino in spalla? L’ultimo? Oh, quanto lo desiderava, anche se non doveva aspettare a lungo.
Solo venticinque giorni prima di salire su quell’aereo, diretto a ovest per quattro mesi; sei se avesse gestito bene il budget.
Mentre l’aereo si allontanava, riconobbe quanto fosse fortunato. Che privilegio essere così giovane, così sano e con così tanto tempo ancora da vivere, per vivere tutto questo.
Per godersi ogni momento.
Tanti avrebbero sognato questo: avere così tanto tempo a disposizione.
La condensa ora ricopriva il suo bicchiere, il vino si stava raffreddando leggermente, così come le sue gambe scoperte. Non importava, aveva proprietà riscaldanti. E poi, non poteva entrare in casa. Il tramonto aveva ancora vita. Come l’avrebbe assaporato, proprio come avrebbe assaporato ogni goccia di rosso. L’aveva sempre fatto, come se ogni sorso fosse l’ultimo.
Ma non sarebbe successo. Sorrise, espirando dolcemente.
Fissando l’arancione, notò che lo stesso suono zampillante era tornato. Un altro aereo, pensò, anche se questo sembrava diverso. In qualche modo, sembrava più vicino.
Si tolse le cuffie per valutare meglio il rumore. Sembrava più forte di prima. Le sue orecchie erano state così ovattate prima? Aveva davvero ascoltato?
Il bicchiere di vino mormorò al tavolo rotondo di vetro su cui era appoggiato, esprimendo la sua preoccupazione mentre tintinnava e oscillava. Il brontolio del cielo aveva una qualità tridimensionale.
Alzò lo sguardo e vide l’aereo: questo era più grande del precedente.
O… era più vicino?
Poteva volare così basso? Era permesso?
Sempre reclinato, inclinò l’orecchio sinistro verso il cielo, gli occhi ora svolgevano un ruolo di supporto. Il rumore era aumentato a tal punto che le sue ossa potevano sentirlo.
L’aereo non stava scomparendo come l’ultimo. Anzi, si stava avvicinando. Rapidamente. Con il muso in avanti.
Coda.
Ala destra.
Ala sinistra rovesciata.
Di nuovo il muso.
Stava arrivando, sicuro come il tramonto, ma con convinzione.
Più veloce.
Più buio.
Per una frazione di secondo, tutto si fermò, il suo respiro si bloccò tra le costole. Come a svegliarsi da un sogno a metà caduta, il tipo in cui non si tocca mai terra, solo che questa volta era il terreno a precipitare verso di lui.
L’aereo aveva esaurito il suo spazio e lui… sfortunato.





















