I racconti del Premio letterario Energheia

L’ultimo giorno, Gemma Fundoni_Buddusò(SS)

Finalista Premio Energheia 2025 – sezione giovani

La luce del mattino filtrava timidamente tra le tende, creando un insieme di giochi di ombre proiettate sulle pareti della piccola stanza. Mi svegliai lentamente con il corpo stanco, ma la mente già in movimento, e pensavo.

Da mesi mi ritrovavo a rincorrere il tempo, come se fossi sempre stato intrappolato in questo circolo vizioso. Ogni giorno mi svegliavo, andavo in ufficio, rientravo a casa esausto ed andavo a dormire.

I momenti per me, per riflettere erano sempre più rari. La vita mi sembrava quasi un continuo oscillare tra doveri ed impegni senza mai riuscire a fermarmi davvero.

Una mattina, mentre preparavo il caffè, guardavo un piccolo quadro appeso alla parete della cucina.

Era un regalo di Sofia, una vecchia amica: era un dipinto di un albero che si piegava dolcemente al vento, ma che rimaneva saldo alle sue radici.

La frase scritta sotto, “L’equilibrio non è mai una conquista, ma una continua ricerca” mi fece riflettere a lungo. Durante tutto il tragitto per andare in ufficio, in tram, pensavo alla parola “Equilibrio”: non avevo mai davvero riflettuto su cosa significasse vivere con equilibrio.

“L’equilibrio è una ricerca costante”, ovvero una danza tra opposti che si intrecciano e si risolvono in un punto di sintesi. In natura, come nella vita, ruota tutto intorno a questo concetto: bilanciare le forze, saper dosare le emozioni, le energie, i pensieri, le necessità.

Senza equilibrio, la nostra esistenza sarebbe un continuo oscillare tra estremi, tra il caos e l’ordine, tra il troppo ed il troppo poco.

Basti pensare al corpo umano: un piccolo spostamento può rovinare la nostra postura, una mancanza di armonia tra i muscoli e le ossa può provocare dolore. Eppure la bellezza di questa macchina perfetta risiede nella sua capacità di trovare il giusto punto di appoggio, di regolare il movimento, di resistere alla forza di gravità.

In maniera simile, l’equilibrio emotivo ci permette di non cedere all’esagerazione, di non perderci nella rabbia, nel desiderio o nella tristezza. Ci consente di mantenere la lucidità e di affrontare le sfide senza perdere la bussola.

Le relazioni umane sono forse il campo in cui l’equilibrio gioca con maggiore intensità. Mantenere il giusto spazio tra sé e gli altri, dare senza sacrificarsi completamente, ricevere senza egoismo, è una delle sfide più grandi

Troppo spesso ci lasciamo trasportare dalla necessità di compiacere o di imporre le nostre idee, dimenticando che un rapporto sano nasce dalla reciprocità, dal rispetto e dall’ascolto.

In un momento casuale alzai il polso, guardai l’orologio ed ero così preso dai miei pensieri che non mi ero accorto di essere in ritardissimo, erano già le 8:40, io ero ancora alla fermata del tram e l’ufficio distava circa 1,5 km. L’unica cosa da fare era correre. Allora iniziai a scivolare tra le persone, quasi a fluire, con le gambe che non riuscivo più a fermare.

Mentre correvo mi sembrò di sentire il mio nome, perciò mi girai ma, in una frazione di secondo, mi trovai steso a terra insieme ad una ragazza, non ebbi nemmeno il tempo di chiederle come si chiamasse, data la sua bellezza, l’unica cosa che riuscii a dire fu “la prossima volta non farò cadere nessuno, giuro.” e ripresi a correre. Durante quella corsa contro il tempo, mi resi conto della stronzata che avevo detto pochi secondi prima. Quale ragazza in questo mondo anche solo sorriderebbe pensando ad un ragazzo che, dopo averti scaraventato dall’altra parte del marciapiede, non ti chiede nemmeno scusa. Che figura di merda.

Appena fui arrivato davanti all’ingresso dell’edificio, mi fiondai nell’ascensore e, mentre premevo ansiosamente il tasto, vidi la ragazza del marciapiede dietro di me, indaffarata nel rimettere in ordine le scartoffie che io le avevo disfatto, anche lei aspettando l’ascensore.

Avrei dovuto chiederle scusa? O fare finta di niente? Nel momento in cui mi stavo quasi per girare, pronto a chiederle scusa o anche semplicemente a salutarla e basta, l’ascensore si aprì e dentro c’era il mio capo, sempre con la tazza di caffè in mano e a puzza di sigaretta. Uno stronzo.

-Romano, come al solito sei in ritardo, muoviti a salire in ufficio e a mettere il culo sulla sedia o giuro che questa è la volta buona che ti licenzio!

In preda al batticuore e alla vergogna per la ragazza che era dietro di me, abbassai semplicemente la testa ed entrai nell’ascensore. Premetti il pulsante numero quattro e aspettai di arrivare a destinazione, guardandomi allo specchio che stava davanti a me, ma ad un certo punto il mio sguardo si spostò sul bel viso di quella ragazza, quei lineamenti delicati che, messi in una persona, creano un quadro che potrebbe ammaliare ogni uomo dotato della capacità di fare il più elementare ragionamento, quindi di comprenderne la semplice bellezza, quella che lascia spiazzati.

Entrai in ufficio e la prima persona che vidi fu Sofia, che con un sorriso di scherno mi disse:

-Buongiorno André, anche oggi in ritardo, vero?

-Sí, anche oggi ritardo del tram.

Io e Sofia siamo amici da sempre, le nostre madri erano amiche d’infanzia e ci hanno fatto crescere insieme, lei si comporta sempre da dura, non ha mai avuto peli sulla lingua, soprattutto quando deve prendere in giro qualcuno, però io lo so che ha un cuore d’oro, nonostante si comporti male con tutti.

Anche se la maggior parte delle persone a cui lo dicevo non approvavano, io penso solo che sia stata la vita ad averla rovinata. Ricordo ancora quando lei e la madre, zia Anna, venivano a dormire a casa perché suo padre era ubriaco, quindi quasi sempre.

Una volta ho letto che esiste il mimetismo batesiano, è un tipo di adattamento in cui una specie innocua imita una specie pericolosa o velenosa per evitare di essere mangiata dai predatori, imitandone certi segnali visivi e certi atteggiamenti. Il mimetismo batesiano, nella sua essenza, può essere visto come una sorta di “adattamento sociale”: ed era ciò che vedevo ogni giorno, soprattutto quando guardavo Sofia negli occhi.

Quegli occhi chiari come il cielo non rispecchiano per niente né il suo passato né il suo atteggiamento, combinati con quei capelli biondissimi e morbidissimi, come se fossero di seta, la rendono una creatura così angelica.

A lavoro, cercavo di adattare il mio approccio. Da poco avevo compreso che non sono una macchina che deve produrre ininterrottamente, ma una persona che sta imparando ad essere: anche se il mio capo non sembra comprenderlo.

La mattina passò relativamente in fretta; mentre compilavo pile di scartoffie non facevo altro che pensare alla ragazza del marciapiede, penso proprio che questo sia stato un “colpo di fulmine”. Si tratta di un momento in cui l’inconscio percepisce qualcosa o qualcuno in modo tale da suscitare una reazione emotiva che annebbia il lato razionale delle nostre menti.

È semplicemente un incontro casuale, come se fosse un “incontro con il nulla”, ma carico di significato emotivo, quasi come se l’universo stesso ci stesse segnalando qualcosa di fondamentale per la nostra esistenza.

-Andrea, andiamo a pranzare?

Alzai lo sguardo e la vidi, Sofia, il mio disequilibrio, ciò che mi ricorda che la vita non va sempre al passo con i tuoi piani, l’unica in un mondo di donne che riesce a darmi una scossa al cuore, a risvegliare il mio lato bambinesco.

-Certo, arrivo subito, aspettami all’ascensore.

Mente la vedevo allontanarsi, misi tutte le scartoffie nella cartella e, girandomi, vidi un bambino insieme alla madre seduto nella sala d’attesa che giocava con un Hulk giocattolo, mi fece tenerezza e gli sorrisi.

Chissà se avrò mai dei figli, con la mia ex moglie Sara ci avevamo pensato, ma ci siamo lasciati prima di poter commettere quest’errore.

Arrivati al ristorante ci sedemmo e poco dopo ordinammo, Sofia mi chiese:

-Che fai domani?

-Vado in stazione per andare a Sassuolo dai miei, mi hanno invitato proprio l’altro ieri, tu?

-Penso che andrò dalla mamma: non ci sentiamo da molto, voglio vedere come sta.

Pranzai di fretta e, dopo aver pagato, uscii subito dato che alle 15:00 avevo l’incontro con la mia terapeuta, ed erano già le 14:50.

Appena arrivato lì mi sedetti nella sala d’attesa: si trovava in una stanza alta e luminosa, ma con delle sedie di plastica che facevano venire in mente un ospedale.

-Romano? È il suo turno.

-Arrivo.

Quando entrai mi sedetti nella solita poltrona ed iniziai ad accarezzarmi nervosamente le cosce mentre guardavo la pelle rugosa e i capelli disfatti della dottoressa Russo.

-Bene signor Romano, le sta prendendo le pillole?

-Sì le sto prendendo.

I nostri discorsi erano sempre così, una sorta di botta e risposta continuo, che agli occhi degli altri sarebbe potuto anche sembrare una litigata.

-Senta, per lei oggi ho solo una domanda, Andrea, lei chi è?

Feci un risolino quasi isterico, mi guardai un attimo intorno.

-Come chi sono? Non starà impazzendo anche lei?

E continuai a ridere.

-Non mi sta capendo, lei chi è? Chi è il suo Io più profondo?

Mi guardai un attimo nel riflesso della finestra spalancata. Il tempo sembrava passare sempre più velocemente, eppure, mi sembra che tutto ciò che ho vissuto, tutte le scelte fatte, fossero molto lontane da ciò che avrei voluto essere realmente.

Come son finito a vivere una vita non mia, inseguendo i sogni altrui?

Mi sono sempre detto che dovevo fare questo, diventare quello, conquistare quei traguardi, senza mai fermarmi davvero a chiedermi cosa io desiderassi nel profondo.

Ho corso dietro ad un’idea del successo che non mi apparteneva, ad una vita che mi è stata imposta da aspettative, dalle parole degli altri, senza mai mettere realmente a fuoco il mio “Io più profondo”. E ora mi ritrovo a fare i conti con la solitudine, con un futuro che non sembra poi così brillante.

Iniziai a piangere come un bambino. Cosa mi era sfuggito? Cosa non ho visto mentre cercavo di accontentare tutti tranne che me stesso?

La seduta finì alle 16:30.

Uscito dallo studio, con gli occhi ancora gonfi, decisi di andare ai Giardini Margherita, il parco più grande di Bologna.

Mentre camminavo, guardavo tutto ciò che mi circondava, tra il verde e palazzi che precedevano l’ingresso ai giardini. Se solo tutti questi palazzi potessero parlare, forse parlerebbero di storie d’amore infrante, o di grandi personaggi come Giosuè Carducci o Giovanni Pascoli, però sicuramente non parlerebbero di me.

La mia mente iniziò a viaggiare. A volte credo che vorrei solo riuscire a sentirmi intero e vivo senza dovermi spezzare ogni volta.

È come se ogni scelta, ogni emozione, ogni relazione mi chiedesse un pezzetto di me in cambio. Ed io continuo a darli via, pezzo dopo pezzo, fino a rimanere vuoto, fino a guardarmi allo specchio e a non sapere più nemmeno chi io sia sotto la maschera.

Provo a non sentire, a distrarmi, a convincermi che io possa essere impermeabile a tutto, impenetrabile. Ma poi arriva il silenzio, quel maledetto silenzio che mi taglia dentro come un urlo sordo. Ogni vuoto che cerco di ignorare diventa una voragine pronta ad inghiottirmi e che grida molto più forte di ogni mio pensiero.

E io resto sempre fermo lì, avvolto dall’indecisione tra proteggere ogni mio pezzetto o di seguire quel bisogno disperato di lasciarmi andare, di sentire davvero.

Ma cosa resta se, ogni volta che sento, crollo?

Continuo a dirmi che resistere è forza, o forse, nel profondo, è solo paura?

Paura che, se cedo, se mi permetto di sentire tutto fino in fondo, non riuscirò più a tornare su. Che se affronto quel dolore, quella confusione, scoprirò di essere più fragile di quanto sembri.

A volte sento come se stessi vivendo la vita di qualcun altro: come se ogni gesto fosse una risposta preimpostata, ogni sorriso un riflesso e non una reale emozione. Sono stanco di fingere di non aver bisogno di niente e nessuno, di sembrare forte mentre dentro implodo.

E poi arriva quel pensiero, quello che se non affronto me stesso, se continuo a seppellire ciò che provo, un giorno mi risveglierò in una vita di qualcun altro, ed è questo ciò che temo maggiormente.

Non la solitudine, né il dolore… ma l’indifferenza verso ciò che ero e ciò che sarei potuto diventare.

Ad un certo punto mi fermai, mi sedetti sul marciapiede tra due macchine parcheggiate e ripresi a piangere, uno di quei pianti isterici in cui non riesci nemmeno a controllare il respiro, e guardando l’orologio, vedendo che era già un’ora che camminavo e piangevo, decisi di rientrare a casa.

Arrivai a casa verso le 18:00 , e dopo aver temuto di aver perso le chiavi su quel marciapiede, finalmente le trovai e aprii la porta.

In balìa di emozioni che non riuscivo a controllare né a comprendere, mi buttai sul divano, ancora sudato dalla giornata estiva fin troppo calda, presi il telecomando e accesi la televisione. Dopo poco più di un ora mi stancai di guardare sempre i soliti programmi e, in preda ad uno scatto d’ira, iniziai a perdere il controllo e a picchiare tutto ciò che avevo intorno. Prima toccò al divano: iniziai a strappare le fodere dei cuscini con le lacrime agli occhi, con quella sensazione di un’ondata rovente che si stacca dal petto e sale al cervello, dando un morso alla gola e travolgendo ogni pensiero.

Quella sensazione di martellamento al cuore, come se volesse sfondare le costole, con le mani serrate a pugno pronte per distruggere, la vista che si restringe, ogni suono che si ovatta.

Come se esistesse solo quella rabbia viva, pulsante, che non lascia spazio a dubbi o a freni. Mentre distruggevo piatti e mensole era come se una parte antica e feroce della mente avesse preso il comando, schiacciando tutto il resto.

Pronto a dare l’ennesimo pugno, mi girai verso il quadro regalatomi da Sofia, e mi arrivo una scossa interiore che mi fece fermare di scatto.

Dopo, rimase solo una sensazione di vuoto e quel silenzio che mi accompagnava nel mentre che rimanevo seduto su una sedia di legno a guardare tutto ciò che c’era d’infranto dentro quella casa, e dentro di me.

Non c’è ordine, né logica ma solo macerie… e io in mezzo, come un estraneo nella mia stessa vita. Le mani tremavano ancora, ma era il vuoto dentro a fare più rumore.

Distrutto, andai in camera mia e, dopo essermi coricato per almeno una mezzora a guardare il mio soffitto bianco e privo di emozioni, andai a farmi una doccia.

Seduto sul piatto doccia mentre vedevo le gocce dell’acqua fresca rigarmi il viso, pensai a ciò che ero diventato: l’acqua scendeva ma non lavava via niente.

Sto qui come un animale bagnato, sul piatto di questa cazzo di doccia, e non sento neanche più il freddo. Forse merito tutto il disastro dentro di me. Forse serve a tenermi vivo, perché se mi fermo, se chiudo gli occhi, ho paura di vedere ciò che ho fatto. Di vedere me.

Tutto distrutto. Ogni stanza della casa portava le mie impronte, come se la mia rabbia avesse lasciato graffi ovunque.

E Sara, la mia ex moglie… lei ha fatto bene a scappare da me, non posso più raccontarmi la favola che era colpa sua, che non mi capiva. Capiva fin troppo bene e fin troppo a fondo.

Ha visto il mostro che c’è dentro me prima che riuscissi a vederlo io.

Dopo un’oretta trovai il coraggio di alzarmi, di vestirmi, di pulire tutta la merda che avevo fatto e di cenare.

Non avevo nemmeno le forze di preparare qualcosa, quindi scaldai gli avanzi del pollo della cena del giorno precedente e mi ingozzai come un maiale. Non riuscivo a smettere di mangiare, era come se fosse l’unica cosa che poteva darmi un po’ di sollievo.

Andai in camera mia e, dopo aver preparato la valigia per il giorno dopo, caddi in un sonno profondo.

2 Agosto 1980; 10:00

Era una mattina come tante, la solita routine e come sempre ero in ritardo. Il treno passava alle 10:20 e ero ancora a casa. Perciò, con la valigia in mano, mi diressi verso la stazione.

Arrivato, mi aggirai tra i binari, erano le 10:15 e il treno non avrebbe dovuto tardare ad arrivare ma nel mentre che immaginavo già come sarebbe stato il mio ritorno a casa, con il viso dolce di mia madre e gli abbracci calorosi di mio padre, si erano già fatte le 10:25.

Allora, infastidito, mi sedetti in una panchina: nessuno, quel giorno, avrebbe mai potuto immaginare che il mio viaggio finiva qui.

Un rumore all’improvviso, uno squarcio nell’aria, un’esplosione che inghiottì la stazione. In un istante la vita che conoscevo diventò un inferno. Il dolore, il fumo, la confusione. Mi guardai intorno, cercai una via di fuga mentre sanguinavo da una gamba, ma i corpi morti a terra, le grida, tutto era un caos senza senso.

Non capisco cosa stia succedendo, so solo che sto lottando per restare qui, per restare vivo.

Poi, il buio. Una calma inquietante che mi avvolge e, in mezzo a tutto questo, solo dubbi. Cosa ho lasciato dietro di me? Cosa sarebbe successo se non fossi partito oggi ma ieri? Cosa sarebbe successo se il treno fosse arrivato in tempo? Sarei sopravvissuto?

Ma ormai non c’è più tempo. La mia storia, la mia vita, si sono spezzate in un attimo, in un’esplosione.

Spero solo che chi mi amava non mi dimentichi, che il mio ricordo resti, nonostante tutto, come una piccola luce in mezzo all’orrore.

Il 2 Agosto 1980, alle 10:25 del mattino, Bologna fu colpita da una tragedia che avrebbe segnato per sempre la sua storia e quella dell’intero Paese.

Una bomba esplose nella sala d’attesa di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna, provocando la morte di 85 persone. La più piccola era Angela Fresu, di soli 3 anni. L’attentato fu il più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra.

L’orologio di quella stazione si fermò alle 10:25, come molte vite.

La memoria di quel giorno vive nel cuore di Bologna e di tutta l’Italia intera, come monito contro l’odio e la violenza.