Lo stato dell’arte dei Beni Comuni: Parco Murgia, Sassi e Centro Storico. Seminario di Legambiente. Intervento di Michele Morelli
In questa breve comunicazione si tenterà di fare il punto su quanto è accaduto e sta accadendo nel Parco
regionale della Murgia materana, nei Sassi, nel nostro Centro Storico.
Il nostro obiettivo è informare la cittadinanza, nella speranza che tutto ciò possa servire al dibattito e fermare la deriva del pubblico.
Premessa
Da mesi, alcune associazioni sono impegnate insieme all’Amministrazione comunale per l’approvazione del Regolamento Comunale per l’Amministrazione condivisa, con la speranza che ciò sia sufficiente a garantire partecipazione e gestione condivisa dei Beni Comuni. Un regolamento che, in attuazione dei principi di autonomia e sussidiarietà orizzontale, già presenti nella nostra Costituzione, disciplina, attraverso patti di collaborazione ordinari e complessi, co-progettazione, la gestione di patrimoni materiali e immateriali di natura e interesse pubblico (aiuole, parchi, edifici scolastici, beni culturali, impianti sportivi di prossimità, cultura, inclusione sociale, beni pubblici cosiddetti residuali… ). Nella speranza che il Regolamento sia condizione sufficiente a garantire partecipazione e
condivisione dei processi decisionali. In realtà le Amministrazioni possono già farlo da tempo, la nostra Costituzione, la legge 241/90, gli articoli 55 e 56 del Decreto Legislativo n. 117/2017, gli stessi Statuti comunali offrono ampio spazio alla partecipazione e al coinvolgimento della cittadinanza nel governo delle città. Servirebbe un cambio profondo di visione che la nostra classe dirigente non ha e non è in grado di offrire. È un problema di cultura politica che a tutt’oggi manca. Quello che sappiamo, di certo, e che il Regolamento Comunale per Amministrazione condivisa, ammesso che si riesca ad approvarlo, non contempla moltissimi altri argomenti che investono la pubblica amministrazione e la vita delle città. Argomenti tabù come ad esempio i piani urbanistici, il piani casa, la rigenerazione urbana, il consumo del suolo, la mobilità sostenibile, i lavori pubblici, le politiche di inclusione sociale, l’immigrazione, il lavoro, overtourism…. ).
Al momento registriamo grandi “pasticci” e scarsa visione strategica nel governo dei Beni Comuni. Pensiamo alla eredità dei Sassi, al Parco Murgia, ai meccanismi di nomina negli Enti strumentali, all’uso dello spazio pubblico nel centro storico, alle politiche sociali, alla gestione degli impianti sportivi (sempre più scarsi rispetto alle necessità), alla cultura, al verde urbano….
È necessario che l’attuale Amministrazione dica cosa intende fare, se continuare o meno a gestire tutto questo patrimonio in modo “disordinato” e “confuso” e, soprattutto, con logiche privatistiche.
Per quanto riguarda i contenitori di proprietà pubblica (beni culturali diffusi, casini di campagna, piccoli e grandi teatri, sale cinematografiche , auditorium, complessi rupestri, edifici pubblici di rilevanza storica, centri di quartiere, impianti sportivi, centri socio educativi, palestre scolastiche…) è necessario cambiare passo. Dotarsi, prima che sia troppo tardi, di un PIANO Quadro di Gestione che faccia da guida all’attività Amministrativa al fine di non derogare (come spesso gli capita) a quelli che sono i principi fondamentali dell’ordinamento della pubblica amministrazione (economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza nelle procedure).
Un PIANO CHE RILEVI I PATRIMONI, CIRCOSCRIVA I VALORI, CARATTERIZZI LE PROCEDURE E REGOLE DI GESTIONE.
Un Piano che distingua :
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I Beni di rilevanza economica (il cui uso necessita capacità economica finanziaria e logica competitiva tipica dell’appalto di servizio); beni che puntano a migliorare l’offerta culturale e turistica.
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I Beni il cui uso mira a soddisfare bisogni sociali no-profit (il cui uso fa venir meno la rilevanza economica).
Si tratta di Beni quest’ultimi che accolgono e compongono il mosaico dei servizi fondamentali per le politiche di welfare al servizio della comunità (parchi e giardini a scala di quartiere, corridoi ecologici, piazze, centri sociali, orti urbani, casini e complessi rupestri diffusi sul territorio, immobili confiscati, pezzi di archeologia industriale, piccoli contenitori culturali, biblioteche di quartiere, impianti sportivi di base, centri socioeducativi… ).
Beni tangibili (per quantità e qualità) che concorrono al benessere individuale e collettivo, la cui cura non può che essere condivisa con i cittadini , la cui gestione necessita di procedure e criteri di valutazione non legati al profitto (il riconoscimento sociale supplisce al “fatturato”/ il portafoglio creativo ai “ricavi” /il peso del volontariato e il progetto sociale agli “interessi di parte”).
In passato si è tentato con il PQSC (Piano Quadro dei Sistemi Culturali) di censire questa enorme quantità di Beni, indicare regole d’uso e di gestione, ma come spesso capita nelle pubbliche Amministrazioni, dopo l’adozione nel 2002, tutto è finito nel dimenticatoio.
Il Parco della Murgia Materana e la svendita dei patrimoni
A trent’anni dalla legge istitutiva dell’Ente Parco insistono ancora numerose criticità che più volte abbiamo evidenziato. In tutti questi anni non sono mancati cattivi interventi e spreco di danaro pubblico.
Si è iniziato con i lavori di disinquinamento del torrente Gravina e Jesce, oltre 10 milioni di euro per realizzare impianti di sollevamento e di post-trattamento delle acque reflue che non hanno mai funzionato.
Si è finito con il «Parco della storia dell’uomo», lavori per lo più inutili e dannosi che si sono consumati su Murgia Timone, alla vigilia di Matera Capitale. Oltre 4,5 milioni di euro di fondi trafugati alla 771/86. Lavori programmati dall’Amministrazione comunale, condivisi dall’Ente Parco e dalla locale soprintendenza, eseguiti da Invitalia.
Lavori che, insieme alla realizzazione del “ponte tibetano”, hanno contribuito a far crescere l’interesse speculativo su quest’area. Bisogna anche ricordare come le denunce alla magistratura per danno ambientale non abbiano avuto nessun esito.
(Le foto sono parte dell’esposto – Codice21)
A luglio del 2023 l’Amministrazione comunale (Sindaco Bennardi) avanzò la richiesta alla Regione Basilicata di “riperimetrazione” e “declassamento” di parti consistenti di territorio del Parco. Si parla di circa 50 ettari, da Murgia Timone a Murgecchia, da contrada Colangiuli al Parco delle Cave. Tutto questo per superare gli attuali vincoli ambientali per manifestazioni varie, concerti e fuochi d’artificio. In quella occasione chiedemmo all’Amministrazione comunale di ritirare la richiesta (cosa che non è mai avvenuto) e avviare un serio dibattito sul futuro del Parco anche in considerazione del rinnovo delle nomina del Presidente del Parco.
Si invitava l’allora Amministrazione di fare il possibile per indirizzare l’Ente Regione verso una scelta di professionalità, competenza e soprattutto di sperimentata e documentata esperienza in campo ambientale e di difesa dell’ambiente naturale.
Di tutta risposta, a settembre del 2023 il Consiglio Regionale di Basilicata procederà alla nomina del nuovo Presidente dell’Ente Parco in palese violazione alla legge istitutiva del Parco (L.R. 7 gennaio 1998, n. 2, artt. 5 e 6) e alla Legge regionale in materia di nomine (L.R. 5 aprile 2000, n. 32).
Anche in questa circostanza il silenzio della società civile e dei partiti di opposizione è stato imbarazzante.
Il tema della governance, nonostante le norme che ne individuano caratteristiche e iter procedurale, continua a rappresentare uno dei principali punti di criticità.
Nel 2025 con il nuovo governo del Parco si procederà alla pubblicazione del bando per la esternalizzazione/privatizzazione di parte del territorio di Murgia Timone, Jazzo Gattini, Masseria Radogna, complessi rupestri, villaggio trincerato, tratturi e sentieri prospicenti gli antichi rioni Sassi.
La privatizzazione del patrimonio pubblico non è una novità nella nostra città.
È già accaduto con le subconcessioni del patrimonio immobiliare demaniale dei Sassi , in deroga agli strumenti di piano.
È accaduto:
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trent’anni fa per i cineteatri comunali Guerrieri e Kennedy;
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un decennio fa a Casa Cava.
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qualche mese fa a Palazzo Malvezzi ad opera dell’Amministrazione Provinciale, dando l’impressione (quest’ultimo) di non saper cogliere il valore e la funzione strategica del palazzo, situato nel cuore antico della città, uno dei pochi edifici storici di proprietà pubblica.
Un’ennesima iniziativa, di dismissione del patrimonio pubblico, adottata senza il coinvolgimento della comunità locale e dell’Amministrazione Comunale.
Anche in questa circostanza il silenzio della società civile oltre ai partiti di governo e di opposizione è stato imbarazzante.
È quanto potrebbe accadere al Teatro Quaroni di La Martella o ad altri contenitori ad uso culturale/sociale o sportivo, se si continuerà a insistere con procedure “privatistiche”, secondo le logiche del Codice degli Appalti.

Le premesse ci sono tutte. Abbiamo di fronte Amministrazioni che non vedono l’ora di “privatizzare” e “monetizzare”.
Con queste Amministrazioni non sono a rischio solo gli immobili. È a rischio la città, il paesaggio urbano e periurbano, per effetto del piano casa e delle continue deroghe ai piani urbanistici. Il silenzio del palazzo di città su quanto è accaduto a piazza M. Bianco, con il sequestro dei cantieri da parte della magistratura, ha un sapore amaro.

Il nuovo skyline
La nuova edilizia residenziale in zona agricola
È a rischio il suolo, l’area e l’acqua, lo stato di salute dei nostri torrenti, dalla Gravina di Matera allo Jesce, dalla Gravina di Picciano al Guirro, e, più in generale, è a rischio l’intero patrimonio immobiliare pubblico. Beni sottratti alle politiche di welfare, alla fruizione e al godimento pubblico, beni utili e necessari per soddisfare bisogni sociali e culturali di prossimità.
Casino Padula

Cineteatro Kennedy
Sono a rischio i beni culturali diffusi. Non sappiamo che fine abbia fatto il circuito urbano delle chiese rupestri, il complesso rupestre dei Cappuccini, Santa Barbara, il convicinio di Sant’Antonio. Così come non sappiamo i contenuti del protocollo di gestione del complesso di Madonna delle Virtù, anch’esso privatizzato.
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La privatizzazione di Murgia Timone
La privatizzazione di Murgia Timone ha a che fare con il bando per la “gestione innovativa” del Centro Visite. In più occasioni abbiamo segnalato la scarsa attenzione alla fragilità dei luoghi, l’approccio privatistico del bando tendente ad esaltare agli aspetti economici:
– fatturato (patrimonio netto di 500.000 euro e ricavi complessivi annuo di pari importo);
– tariffe di accesso (da applicare anche ai residenti se pure al 50%);
– royalties sul fatturato (derivante dalla bigliettazione e dai cosiddetti “servizi straordinari o aggiuntivi” che naturalmente non vengono declinati).
Abbiamo segnalato la scarsa attenzione al ruolo del CEA e del Centri Visita di masseria Rodogna e Jazzo Gattini, così come prescritto dalle Norme di Gestione del Parco (art. 17, 19 e 20) dove si ribadiscono le attività principali da svolgere, dalla didattiche alla ricerca scientifica, luoghi di documentazione e promozione di progetti educativi.
Abbiamo denunciato la durata eccessiva della concessione (20 anni) difficile da giustificare. Periodi così lunghi generano spesso contenziosi a vantaggio dei privati, con rischio reale di sottrazione dei beni all’uso collettivo e al controllo democratico.
(In merito alle tariffe di accesso per i residenti, per il momento è stato sospeso in via sperimentale e non oltre l’annualità 2026, delibera n. 6 del 2 marzo 2026) .
Non sappiamo se il Comune di Matera, proprietario della totalità dei beni oggetto della concessione, sia stato coinvolto nelle scelte adottate dall’Ente Parco.
Le critiche sollevate al bando di gara è stata anche l’occasione per ribadire l’importanza strategica dell’ex Convento di Santa Lucia alla Civita la cui apertura rimane un mistero.
Il Piano del Parco destina l’ex Convento di Santa Lucia alla Civita a Centro Direzionale e Centro Visita del Parco.
Il Piano Generale di Recupero di cui alla legge 771/86 non fa altro che confermare tale destinazione d’uso.
L’ex convento di Santa lucia alla Civita, secondo quanto stabilito dal Piano del Parco, avrebbe dovuto ospitare gli uffici del Parco, la biblioteca/archivio, il centro studi, un piccolo museo, una sala convegni, una reception per ospiti e servizi vari.
L’apertura del Centro di Santa Lucia alla Civita avrebbe risolto, tra l’altro, una gestione più ordinata del sentiero 406 (la porta di accesso al Parco). Avrebbe risolto il problema della gestione del sito archeologico di Porta Pistola, scoperto nel 2021 durante i lavori di pavimentazione dell’area, a tutt’oggi in stato di abbandono.
Da decenni sul sito web ufficiale del Parco si annuncia l’imminente apertura del Centro Visite https://www.parcomurgia.it/centri-visita.php.
Attualmente il complesso risulta abbandonato e in parte utilizzato da privati, con quale modalità non è noto.
Quest’anno (2026) è stata attivata anche la procedura di bando per la privatizzazione a lungo termine di Parco dei Monaci, del Centro Visita di Pianelle, dell’ex casello ferroviario FAL e del sentiero 410.
Anni fa, dopo gli investimenti realizzati grazie al progetto InngreenPAF della Regione Basilicata, la struttura di Parco dei Monaci è stata abbandonata. Sono state disattese le linee programmatiche per la realizzazione del “Centro Studi e Conservazione della Biodiversità” in collaborazione con l’Università di Bari. La Guida all’Entomofauna del Parco, commissionata dall’Ente Parco al Dipartimento di Scienze del Suolo, delle Piante e degli Alimenti, curata dall’Università di Bari, consegnata nel dicembre 2022, attende ancora di essere presentata al pubblico. I volumi stampati (a spese della collettività) giacciono attualmente nell’incuria più totale a Parco dei Monaci, dove, senza manutenzione, stanno deteriorandosi anche le strutture del Centro Studi, rimasto solo sulla carta.
Si tratta di una procedura di gara aperta a operatori economici con un patrimonio netto di 300.000 euro e ricavi complessivi di pari importo. Il bando ricalca quello per la gestione di Murgia Timone (durata, tariffe di accesso, percentuale sui biglietti e sul fatturato derivante dai cosiddetti “servizi straordinari o aggiuntivi”).
In merito alla durata della concessione, valgono le stesse considerazioni espresse per la concessione dei beni di Murgia Timone, cioè il rischio più che reale di sottrazione di beni pubblici all’uso collettivo e al controllo democratico.
La “Porta dei Parchi”
Circa un anno fa è stata inaugurata, presso il Palazzotto del Casale (concesso per l’occasione dal comune), la “Porta dei Parchi”, iniziativa promossa dall’Ente Parco, dall’APT e dalla Regione Basilicata. L’iniziativa mirava a connettere le aree protette lucane con la città dei Sassi.
Peccato che, dopo poche settimane dall’inaugurazione, la struttura sia rimasta chiusa per gran parte dell’anno. Dopo la chiusura, in queste ultime settimane l’Ente Parco ha attivato un tavolo di co-progettazione con il Consorzio della “Città Essenziale” per la gestione del Palazzotto del Casale e del “Giardino del Silenzio” (area verde ai piedi del complesso di Sant’Agostino).
Anche in questo caso, ci si domanda se la Giunta e il Consiglio comunale abbiano condiviso tale scelte, atteso che gli immobili risultano di proprietà del Comune.
Il Comitato tecnico-scientifico
Una scelta funzionale alla modifica del Piano del Parco
Mesi fa, sembrava una buona notizia quella diffusa dall’Ente Parco in merito alla volontà di quest’ultimo volta a (ri)costituire il Comitato Scientifico del Parco previsto dall’art. 23 dello Statuto. Si tratta di un Organismo consultivo composto da nove membri, scelti tra studiosi e specialisti di varie discipline che qualificano le ragioni del Parco.
Leggendo il dispositivo amministrativo di nomina (delibera n. 42 del 30/12/2025) si apprende, invece, che si tratta di nomine incomplete e a dir poco discutibili (per metodo e merito). Si tratta di nomine che mirano ad un altro obbiettivo e cioè quello di incaricare i neonominati ( quattro professionisti – due architetti urbanisti e due esperti di diritto amministrativo) di redigere la relazione preliminare per l’aggiornamento del Piano del Parco.
La mission del Parco della Murgia Materana è tutelare e valorizzare l’integrità del patrimonio naturalistico, storico-archeologico e paesaggistico del territorio, coniugando la conservazione della biodiversità con uno sviluppo sostenibile. Esso funge da laboratorio a cielo aperto che connette l’ambiente rupestre e le civiltà che l’hanno attraversato con la fruizione consapevole. La missione del Parco è dunque custodire le risorse e i contesti ambientali e culturali per le future generazioni.
Il Piano del Parco risponde a questa esigenza.
In tutti questi anni è mancata una gestione attiva ed equilibrata di questo territorio e soprattutto sono mancate le RISORSE (economiche ed umane). Le poche risorse messe a disposizione dalla Regione sono servite a malapena alla sopravvivenza dell’apparato burocratico amministrativo. Una gestione che non è stata capace di assicurare la salvaguardia e conservazione degli ambienti naturali, storici e culturali. Sono mancate persino le idee. La ricerca scientifica, la divulgazione didattica ed educativa del tutto insufficiente. È mancata la politica di acquisizione di territori e complessi rupestri. Sono mancati gli incentivi per sostenere le imprese agricole insediate. Sono mancate le risorse per il restauro di Jazzi e masserie storiche. Sono mancate le bonifiche (della vecchia discarica di San Vito, della Calcestruzzi, delle aie di Colangiulli…). Nessun ripristino ambientale delle vecchie cave di calcare dismesse. È mancato il monitoraggio sulla qualità dell’area e dei corsi d’acqua.
A più di trent’anni dalla nascita del Parco, se si escludono le chiese che insistono su Murgia Timone, il resto del patrimonio, per buona parte di proprietà privata, è in stato di abbandono ed è inaccessibile al pubblico.
L’archeologia rimossa, uno degli aspetti fondativi del Parco, basti pensare a Serra d’Alto e ai tanti villaggi trincerati la cui tutela e valorizzazione risulta inesistente.
La questione del GeoParco sembra non interessi a nessuno.
Così come l’ampliamento di aree da sottoporre a tutela (da Serra d’Alto al Guirro alla Contrada di San Francesco) o l’idea stessa del pre–Parco, stralciato dal Piano nel 1997. Tutti argomenti fuori dall’agenda politica dell’Ente Parco e dell’Amministrazione comunale.
Affidare la redazione del documento preliminare per la revisione del Piano del Parco ad uno pseudo Comitato Scientifico, un gruppo ristretto di professionisti con competenze limitate, confinate in aspetti del tutto marginali rispetto ai bisogni e alle emergenze del Parco, appare una scelta molto, ma molto, discutibile.
Trent’anni fa, l’Amministrazione comunale affidò la redazione del Piano a figure di altissimo profilo, capaci di rappresentare tutte le emergenze che insistono nel territorio del Parco: da Cosimo Damiano Fonseca a Raffaele Giuralongo, da Mario Tommaselli a Federico Boenzi, da Franco Tassi a M. G. Canosa, da Marcello Tropeano ad Antonio Sigismondi, da Gigi Parentini a Rita Pomarici, da Giuseppe Gambetta a P. Medagli, da F. Angelini a S. Bruno.
Sconcerta, anche in questa circostanza, il silenzio delle istituzioni democratiche, si mette mano ad una parte consistente del nostro territorio senza il coinvolgimento del Consiglio Comunale.
È probabile che con la revisione del Piano del Parco si cercherà di dare risposte a progetti di trasformazione, come quello presentato d Matera Inerti, già oggetto di conferenza di pianificazione, dove si propone di trasformare una cava di calcare in fase di dismissione, a due passi dal Cementificio e dal Villaggio Neolitico di Murgia Timone, in un grande resort di lusso (circa 200 camere, un centro congressi, centro benessere con piscina relax, vasca idromassaggio, massaggio, sauna e bagno turco). Il tutto mascherato da Parco tecnologico green (giardino dei sensi, torre dell’energia, sistema di recupero acqua).
Vivere i Sassi
Se dovessimo indicare una data per significare il passaggio alla mercificazione dei Sassi e del Centro Storico la si può legare alla vicenda dell’ex scuola Garibaldi, con lo sgombero del Teatro dei Sassi (dicembre 2007), una delle realtà più interessanti del panorama culturale della città dei Sassi.
Lo sgombero del Teatro Sassi e la contestuale modifica del regolamento sulle subconcessioni segnarono la fine della pianificazione e la rinuncia definitiva alla programmazione e alla selezione critica degli interventi.
Alla subconcessione diretta dell’intero Ambito 23 di Vico Mannese, seguirono le subconcessioni a Rione Vetere, San Pietro Barisano, Rione Civita.
All’indomani della nomina di Matera2019 la dissipazione del Patrimonio immobiliare dei Sassi continuerà all’interno dell’Ambito 22, destinato ai servizi a supporto del museo demo-etno-antropologico, in Vico Solitario, nei pressi dell’Ospedale Vecchio e nell’ex comparto dell’Habitat Rupestre. Tutto questo in difformità ai programmi biennali di cui alla legge 771/86.
Rimangono invece sospese vicende che si trascinano da decenni come quella dell’edilizia sperimentale (L.179/1992) o della Cooperativa Malve (la prima esperienza abitativa di manutenzione civica nata negli anni Settanta a valle dello sfollamento totale degli antichi Rioni). Osservando lo stato di fatto dei Sassi emerge come ben poco sia stato rispettato rispetto ai programmi di recupero. La legge 771/86 è stata disattesa. Oggi facciamo i conti con uffici tecnici privi di personale, depotenziati e deprofessionalizzati (Soprintendenze/ufficio Sassi).
Ricomporre il tutto non sarà facile. L’attuale Aamministrazione dovrà misurarsi con questa eredità.
A meno che decida di comportarsi come le passate Amministrazioni, lasciare che il tutto scorra e non fare nulla.
Dovrà misurarsi con un nuovo programma, fare i conti con vecchi e nuovi fabbisogni, definire le risorse finanziarie necessarie. Affrontare il tema delicato delle sub-convenzioni scadute o di prossima scadenza. Aggiornare i regolamenti e gli schemi di convenzione. Affrontare la questione patrimoniale e, se necessario, proporre alcune modifiche alla legge 771/86. Programmare opere infrastrutturali e servizi di prossimità (parcheggi e trasporto pubblico). Riammodernare la rete dei sotto servizi, separare le acque nere da quella meteoriche, garantire una elevata capacità di depurazione, evitare i sovraccarichi negli impianti di sollevamento. Affrontare la messa in sicurezza del patrimonio e mitigazione dei rischi derivanti da calamità naturali (la storia dei Sassi è anche storia di crolli e sprofondamenti). Affrontare il tema della riqualificazione energetica, programmare il processo di de-carbonizzazione del patrimonio. Garantire la manutenzione continua del connettivo (percorsi, vicinati, giardini…). Allestire un minimo di arredo urbano coerente con il contesto (panchine, fontane, verde, cestini… ) e servizi igienici adeguati. Pianificare la bonifica dei siti (…. ex discarica di San Vito, ex Calcestruzzi). Portare a termine la vicenda dell’edilizia residenziale pubblica della L.179 /92 (evitando cambi di destinazione d’uso). Favorire l’insediamento di presidi sociali, creativi e culturali (sostenendoli con i fondi di bilancio L.771). Prima che sia troppo tardi, pensare ad un modello di gestione strategica del patrimonio culturale che non snaturi la pubblicità dei beni (cioè la loro natura di bene pubblico, accessibile e fruibile da tutti), che deve basarsi su una governance partecipativa, un partenariato pubblico-privato sostenibile, in linea con l’Articolo 9 della Costituzione (dal DEA, al Centro di documentazione della città, al teatro Duni, al circuito urbano delle Chiese rupestri, a Palazzo Malvezzi, agli Ipogei di Piazza V. Veneto…). Siamo fortemente in ritardo. Questa riflessione avrebbe dovuto avviarsi all’indomani della nomina di Matera Capitale (se non prima). Se si decide di esternalizzare il sistema, si provi almeno a immaginare un soggetto unico partecipato – come avrebbe dovuto essere Zetema al momento dell’emanazione della Legge regionale e non è stato – o come potrebbe essere la Fondazione 2019 se riformata nella sua missione (riflettere sarebbe opportuno).
Pensare, per quel poco di patrimonio immobiliare pubblico ancora disponibile, ad un uso sociale e culturale (destinare, ad esempio, il complesso del Casale ad piccolo studentato/a residenze artistiche/o all’alta formazione).
A proposito di 179…
UNA MANIFESTAZIONE DI INTERESSE RIVOLTA A QUANTI DESIDERANO ABITARE I SASSI
Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una narrazione secondo la quale nessun cittadino materano, residente o domiciliato che sia, non sarebbe interessato ad abitare negli antichi Rioni. Questa narrazione, mai dimostrata nei fatti, ha orientato le politiche d’uso dell’imponente patrimonio demaniale in concessione al Comune di Matera, trasformando gli antichi Rioni in un grande albergo e servizi di somministrazione.
Eppure la legge speciale 771/86, che ha permesso il trasferimento dei beni immobili di proprietà dello Stato al Comune, auspicava il recupero abitativo. A Quaranta’anni dalla Legge speciale, saranno solo tre i programmi dedicati alla residenza, due dei quali gestiti, in forma diretta, dal Comune.
Il primo dedicato a giovani coppie, pubblicato nel 1993, ha riguardato la subconcessione di circa 20 alloggi localizzati presso il Rione Pianella nel Sasso Caveoso. Il secondo, finanziato dalla Regione Basilicata nel 1994, dedicato a categorie sociali a basso reddito, si poneva come obiettivo di recuperare per mano pubblica un numero di circa 70 alloggi. A distanza di Trent’anni dall’avvio del programma, dalla relazione del Commissario ad acta, nominato dalla Regione Basilicata, si evince che gli alloggi disponibili sarebbero scesi a 40, di cui solo 7 potranno essere destinati al programma di edilizia sperimentale. Ne rimarrebbero così a disposizione del Comune circa 33 alloggi. Preso atto che non vi sono più le condizioni per portare a termine il programma di edilizia sperimentale (L. 179/1992), si chiederà all’Amministrazione comunale di confermare la destinazione d’uso abitativo dei 33 immobili residui del programma e procedere, tramite bando pubblico, alla subconcessione degli stessi.
Al fine di sostenere questa nostra proposta, nelle prossime settimane sarà resa pubblica una manifestazione di interesse rivolta a quanti desiderano ABITARE negli antichi Rioni e che sarebbero interessati a partecipare ad un eventuale bando pubblico promosso dal Comune di Matera per l’assegnazione di immobili in sub-concessione ad uso abitativo, ricadenti negli antichi rioni Sassi.
Alla manifestazione di interesse possono partecipare cittadini (italiani, di uno Stato UE o cittadino straniero con permesso di soggiorno, con regolare attività lavorativa) residenti o domiciliati nella nostra città o già residenti negli antichi Rioni (interessati ad ampliare la propria abitazione), in forma singola /coppia.
Per partecipare alla manifestazione sarà sufficiente comunicare il proprio interessamento ai promotori dell’iniziativa (fornendo alcune informazioni base: nome, cognome, età, in forma singola o coppia, professione). L’esito della manifestazione, se partecipata così come si auspica, sarà trasmessa all’Amministrazione comunale con l’invito a procedere in questa direzione evitando il cambio di destinazione d’uso abitativo degli immobili.
L’obiettivo della MANIFESTAZIONE DI INTERESSE è conoscitivo e non ha nessun altro scopo. Le associazioni promotrici si impegnano a garantire la privacy dei partecipanti.
Il nuovo regolamento sull’arredo urbano nel centro storico
Il carattere principale della città storica “non staziona solo nei monumenti”, ma nel complesso contesto edilizio, nei cosiddetti “vuoti”, nell’articolazione organica fatta di vicinati, piazze, giardini, strade e percorsi pedonali, di successione compatta di stili, di continuità dell’architettura del Piano.
Tutto ciò costituisce l’ambiente vitale della città storica.
Secondo gli autori del Manuale del Recupero “laddove l’adeguamento funzionale diviene rinnovamento, il paesaggio, inteso come insieme di parti, rischia di perdere un suo essenziale connotato di qualità e quindi il suo valore costitutivo… se ciò accadesse, l’intervento risulterebbe non auspicabile” .
Se queste erano le premesse e le preoccupazioni a distanza di un quarto di secolo dalla legge 771/86, il quadro che abbiamo difronte pone molti dubbi sull’identificabilità del “bene”.
Nell’ultimo ventennio, con un’accelerazione impressionante all’indomani della nomina di Matera a Capitale Europea 2019, la città storica diviene oggetto di interessi economici che inducono a importanti cambiamenti della scena urbana: “turistificazione”, mercificazione dello spazio pubblico, “brandizzazione” dell’immagine urbana, espulsione degli abitanti, sottrazione dei luoghi simbolici .
Si assisterà, in questi anni, ad Amministrazioni comunali che hanno equiparato la urbs a merce, la civitas a public company, la polis a negoziazione mercantile.
Raramente gli interventi che si sono succeduti (sia di iniziativa pubblica che privata) hanno dimostrato di aver colto l’essenzialità del “paesaggio” e di contribuire, con la dovuta attenzione, ad un principio di salvaguardia.
Lo spazio pubblico ridotto a merce, i luoghi più rappresentativi devoluti progressivamente a funzioni commerciali e turistiche.
Il nuovo “regolamento sull’arredo urbano” approvato dalla passata Amministrazione, la cui attuazione continua ad essere rinviata, non affronta il tema nella sua complessità.
Il regolamento non ha fatto piazza pulita di tutte quelle targhe e targhettine ricordo.
Il ricorso a “ceramiche dipinte, anche di gustosa raffinatezza, non è certamente consono all’austerità del contesto” e se le mattonelle risultano incongre, la “fontana dell’amore” voluta dall’ex Sindaco è qualcosa che va ben oltre.
La Cattedrale, ad esempio, è oramai da tempo “musealizzata”, sottratta al ruolo di alfabetizzazione culturale e civile, invasa da pannelli direzionali che indicano il nuovo ingresso e soprattutto la biglietteria.
Il tema più delicato, tuttavia, rimane senza dubbio l’uso dello “spazio pubblico” (inteso come bene comune per eccellenza). Se prendiamo ad esempio i gazebi, gli ombrelloni, le pedane e soprattutto il dehors, nel loro complesso tali elementi possono essere considerati incongruenti con la storia del paesaggio.
Così come oggi si presentano dimostrano l’incapacità del privato (e dell’Amministrazione comunale) di pervenire a quella silenziosa regola del “pubblico che, se percepita con consapevolezza, consentirebbe il non dover imporre regole”.
Questi elementi, sebbene significativi della fruibilità dello spazio all’aperto (la cui precarietà o il discrimine fra temporaneo e definitivo diventa sempre meno percettibile) hanno determinato una profonda trasformazione del centro storico.
La privatizzazione attuata con pedane, ombrelloni e dehors ha reso residuale lo “spazio pubblico”, sovente limitato alla funzione circolatoria. In questo contesto il cittadino è ridotto allo status di consumatore.
In riferimento agli obiettivi di rigenerazione della città storica, si raccomandava di operare in termini di “minimalità“. Cosa che non è successo e né si può sperare che succeda con il nuovo Regolamento (l’ennesimo adottato nel 2023 e approvato dal Commissario nel 2025), anche se questa volta, a differenza del passato (aggiungono i più fiduciosi) sono stati introdotti i cosiddetti CONI VISIVI (coni visivi che non modificano lo stato di fatto).
In verità i coni visivi erano stati già introdotti nel precedente Regolamento 2002.
Coni visivi risicatissimi, alcuni dei quali ridotti rispetto ai precedenti del 2002, del tutto insufficienti, che riducono al minimo la “visuale” e la “fruibilità” dello “spazio pubblico”.
Regolamento 2023/’25
Regolamento 2002
Il vecchio Regolamento prevedeva l’obbligo per gli esercenti di presentare progetti unitari in ambiti omogenei.
Il nuovo Regolamento NON prevede l’obbligo di progetti unitari in ambiti omogenei, l’obbligo diventa una FACOLTA’ dell’Amministrazione (facoltà che l’Amministrazione non ha ritenuto necessaria avvalersi per piazza Sedile, intanto le occupazioni nella piazza non si fermano). Sia nel vecchio che nel nuovo Regolamento si dichiara che la superficie complessiva occupata non può superare il 40% della superficie totale dello spazio pubblico disponibile (detratta la superficie interessata ai coni visivi), la realtà è ben diversa.
Continuare a gestire lo spazio e i beni pubblici in questo modo «disordinato» non fa bene alla città, a chi la abita e a chi la visita.
Noi, adesso, per quanto riguarda il Parco, i Sassi e lo spazio pubblico, siamo così e speriamo vivamente di non peggiorare, ne abbiamo il diritto.
















































