I racconti del Premio letterario Energheia

Limbo, Irene Coldani_Milano

Finalista Premio Energheia 2025 – sezione giovani

Il signor Crespi si risvegliò in un luogo rumoroso, pieno di luce: una luce biancastra di quelle industriali.

Era in piedi, come se si fosse appena riscosso da un breve sogno ad occhi aperti. Non sapeva dove si trovasse, perché si trovasse lì, che ora fosse.

Man mano che i suoi sensi cominciavano a rispondere all’ambiente, iniziò a sentire un ritmico “bip” e un brusio di voci tutto attorno.

Si trovava in fila, con un carrello vuoto avanti a sé e qualche altra persona che lo precedeva. Gli altri avevano grossi carrelli ricolmi di cibo e oggetti per la casa.

Si guardò meglio attorno: era in un supermercato, precisamente in fila per la cassa. Dai colori, sembrava proprio l’Esselunga sotto casa sua. Il bip veniva dai prodotti passati sul lettore per i codici a barre.

Con preoccupazione crescente, fece per mollare la presa sul carrello vuoto e cercare un’uscita, ma una mano si posò sulla maniglia accanto alla sua, come se a mollarlo sarebbe scivolato in avanti investendo qualcuno.

Sobbalzò e fece un passo indietro, allontanandosi da quella figura, che gli era apparsa accanto senza che la sentisse arrivare. Si voltò a guardarla, più disorientato che mai.

Era una donna distinta, con capelli castani rigati di grigio e raccolti in una crocchia un po’ arruffata. Aveva un viso allungato, in cui spiccavano grandi occhi come incurvati all’ingiù.

“Lei chi è?”

La donna parve contrariata dalla domanda brusca. Si raddrizzò, aumentando la distanza tra loro, e lo esaminò da capo a piedi con lo sguardo.

Tra l’ansia e la confusione, si era scordato le buone maniere. “Voglio dire, ci conosciamo?”, si corresse.

Lei non poté celare un sorriso, come se quell’eventualità fosse ridicola. “No, non direi”.

Aveva un forte accento inglese. Anzi, parlava come un’inglese che adattasse il francese per farlo somigliare il più possibile all’italiano. Se non avesse appena ascoltato una combinazione del genere, non sarebbe mai riuscito ad immaginarla.

Pensò che sarebbe stato scortese chiederle subito perché avesse afferrato il carrello quando lui stava per mollarlo.

Si lisciò quindi la camicia con le mani e gliene porse una. “Allora… ehm, piacere di conoscerla. Salvatore Crespi”.

Lo imbarazzava sempre presentarsi, per via di quel nome dal sapore un po’ meridionale.

Lei sorrise educatamente e gli strinse la mano. “Piacere mio, Virginia Woolf”.

Il signor Crespi ebbe una forte sensazione di aver già sentito quel nome, come se dovesse conoscerlo, eppure non gli venne in mente nulla. Del resto, lei aveva quasi riso all’idea che si conoscessero.

Ora non sapeva davvero cosa dire. La signora Woolf poteva aiutarlo?

“Lei lavora qui?”

Gli sembrò il modo più vago per avvicinarsi alla questione del carrello.

La signora Woolf sorrise ancora, un pizzico divertita. “In un certo senso. Diciamo che sono qui per lei, per aiutarla”.

Lui sollevò le sopracciglia, sorpreso. Per un attimo si sentì sollevato, poi ricordò che non era normale svegliarsi in un supermercato senza sapere come ci si era arrivati.

Forse gli era venuto l’Alzheimer e la signora Woolf era la sua badante, pazientemente giunta a recuperarlo.

Però lei non somigliava affatto a una badante. Sembrava più che altro uscita da una di quelle comunità tradizionali in America o da un film in costume ambientato nella Prima guerra mondiale.

Forse la signora Woolf non era sana di mente e ciò che diceva era inaffidabile?

Vedendolo così costernato, gli posò una mano sulla spalla. “Non si preoccupi, tra poco le sarà tutto più chiaro”.

“Lei sa, ehm…”, si sentiva terribilmente imbarazzato, “perché sono in fila con un carrello vuoto? Voglio dire: dov’è la mia spesa?”

La signora Woolf indicò sul fondo del carrello. “Non è proprio completamente vuoto”, disse.

Si riferiva a un pacchetto di mentine e una scatoletta di tonno.

Il signor Crespi li fissò, spiazzato: ricordava con certezza che il carrello fosse vuoto prima, quando aveva guardato.

“Solo questo?”, chiese.

La signora Woolf accennò col mento alle sue spalle. Seguendo il suo sguardo, vide che, sparso sul pavimento dietro di lui, c’era un discreto numero di confezioni. Come una specie di scia di pollicino grossolana. Gli sembrò di vedere un sacco di farina, un pacco da sei uova, del pane, dei biscotti.

Gli altri utenti del supermercato li guardavano con disapprovazione o persino disgusto e andavano a mettersi in fila per un’altra cassa. Una signora molto anziana, col carrello strabordante, passando si fermò e raccolse un cartone di latte. “Questo le serve?”, chiese.

La signora Woolf si fece avanti con un sorriso gentile, ma fermo. Tolse delicatamente il cartone alla signora e disse: “Sì, sono desolata”.

La signora sospirò. “Oh, fa niente, cara” e si allontanò, spingendo lentamente il suo carrello verso la cassa successiva.

Il signor Crespi si fece avanti e cominciò a raccogliere i prodotti per riporli nel suo carrello.

Per ultimo, la signora Woolf gli passò il cartone di latte. A quel punto il suo carrello si poteva dire riempito di un quarto.

“Li ho… ehm” esitò, si schiarì la gola, “li ho buttati io a terra?”

Lei gli rivolse un’occhiata. “Li ha persi per strada. Diciamo che li stava lasciando indietro”.

“Intende dire che sono caduti senza che me ne accorgessi?”

Davvero non riusciva capire. E perché lei non parlava in modo chiaro?

“Sì, possiamo dire così. Ma questo non significa che lei non li abbia mai avuti”.

Il signor Crespi corrugò la fronte.

“Be’, devo ancora pagarli”.

Improvvisamente si chiese se avesse il portafogli in tasca o se il culmine di quella situazione umiliante sarebbe stato abbandonare la spesa perché non aveva nulla con cui pagare.

“Non c’è fretta”, rispose lei, con un’aria improvvisamente malinconica.

Il signor Crespi si guardò ancora una volta attorno: in effetti, anche se avevano raccolto le confezioni dal pavimento, nessun cliente sembrava intenzionato a mettersi in coda dietro di loro. Eppure, lui sentiva una sorta di urgenza nel raggiungere la cassa, come per lasciare il posto a qualcun altro, il più in fretta possibile.

“E il suo carrello?”, chiese, rendendosi conto d’un tratto che non l’aveva. “Lei non prende nulla?”

“Io sono qui per lei”, ripeté semplicemente.

Da una tasca, nascosta tra le pieghe della gonna ampia, estrasse un foglietto ripiegato. Lo svolse: era un lungo scontrino.

“Io ho già superato le casse, tanto tempo fa”, disse.

Cosa stava cercando di dirgli? Chi era quella donna? Come poteva essere sicuro che quella fosse davvero l’Esselunga sotto casa sua?

Il signor Crespi guardò con maggiore attenzione gli altri clienti in fila per le casse. C’erano molti anziani, tra cui un paio di coppie. Poi notò una ragazza con un casco di capelli rosa e molti piercing sparsi sul viso e le orecchie.

Si dirigeva verso le casse quasi passeggiando, con un carrellino di quelli per la spesa veloce, e chiacchierava con un uomo anziano che sembrava uscito dal sequel de Il Gladiatore.

“Seneca”, salutò la signora Woolf, sollevando una mano.

L’uomo ricambiò il saluto con un sorriso cordiale, poi tornò alla sua conversazione.

La signora Woolf sospirò. “E’ la terza volta che torna qui, quella ragazza. Si chiama Lucrezia”.

Il signor Crespi la seguì con lo sguardo, finché non scomparve dietro a un espositore di dentifrici. Dal tono, gli parve che la signora Woolf considerasse molto negativo tornare più volte a fare la spesa in quel supermercato.

“Mi perdoni, ma non capisco. C’è qualcosa che non va in questo posto?”

Più di tutto, voleva sapere se si trovavano in pericolo.

La signora Woolf sospirò di nuovo e lo guardò, con i suoi occhi inclinati verso il basso. “Lei davvero non ricorda perché si trova qui?”

Si strinse nelle spalle. “Speravo fosse lei a dirmelo”.

La donna rimase in silenzio, un silenzio così lungo che il signor Crespi era sul punto di chiedere scusa e congedarsi. Poi, improvvisamente, gli sembrò di intuire qualcosa.

“Qualcuno, ehm… ha fatto lo stesso per lei?”, tentò.

Non sapeva in cosa consistesse quel “fare lo stesso”, lei però parve spiazzata dalla domanda e distolse lo sguardo.

“Una volta, sì, ma non funzionò”, disse. “Avevo molte cose nel mio carrello, e nessuna intenzione di riempirlo oltre”.

“E lei pensa che il mio invece vada riempito ancora?”

Lo sguardo di lei si addolcì. “Io sono venuta qui per farle notare che non era del tutto vuoto e che molte cose le stava lasciando indietro. Più che altro è lei che dovrebbe dirmi se c’è qualcos’altro che vorrebbe metterci ancora”.

Vedeva una sorta di amarezza divorante negli occhi di lei, che poco traspariva dalla voce.

“Lei come faceva a sapere che il suo carrello era abbastanza pieno?”

“Più che altro io non volevo prendere più nient’altro”.

“Quindi anche lei aveva lasciato delle cose indietro?”

“Sì, possiamo dire così”.

“E le ha raccolte?”

“Una parte, la prima volta”.

“E poi?”

“Gliel’ho detto, non volevo più altro. Volevo passare avanti”.

Di nuovo, la signora Woolf volse lo sguardo altrove.

“E non è più, diciamo, potuta tornare a prendere nient’altro?”

“Non ci è dato tornare, una volta superate le casse”, rispose lei.

Il signor Crespi fece per chiedere come fosse possibile allora che la ragazza, Lucrezia, fosse tornata per la terza volta. In quel momento, però, vide un bambino.

Aveva un berretto blu e tirava dietro di sé un carretto di plastica giallo e verde così pieno, che certe confezioni sembravano sul punto di cadere.

“Non va a parlare con lui?”

Un’ombra passò sul volto della signora Woolf.

“Vede, la maggior parte delle… dei clienti non è qui per sua scelta. Non tutti possono tornare indietro”.

“Ma lei ha detto…”

“Chi supera le casse non può tornare. E nemmeno chi non è qui per sua scelta”, tagliò corto la signora Woolf. Sembrava molto turbata, e anche se evitava lo sguardo del signor Crespi, non guardava nemmeno verso il bambino. “Per lei e la ragazza è diverso”.

C’era solo un cliente in fila davanti al bambino, ora. A occhio, doveva avere sei o sette anni.

“Ma lui… ma non può…”

Il signor Crespi non sapeva neanche bene cosa volesse dire, però comprese il turbamento di lei, quando vide che il bambino scompariva dietro al piano della cassa. Solo la cima del berretto e le mani erano visibili, mentre sollevava i prodotti per riporli uno per uno sul rullo.

“Perché io sì?”, mormorò.

Non riusciva a distogliere lo sguardo dal bambino, nonostante il senso di angoscia crescente. I suoi acquisti scorrevano sul rullo e lui si spostava man mano per seguirli.

“Perché… be’, è molto complesso. Diciamo che lei ha scelto di venire qui prima del tempo. Se il suo organismo resiste o se qualcuno la salva, potrà avere un’altra chance”.

Il bambino ripose il suo carretto in cima alla corsia e scomparve alla vista.

“E’ stato Seneca a provare a…”, cercò un’altra parola, ma non la trovò. “a convincerla a restare?”

Virginia sorrise inaspettatamente. “Oh, no”, disse. “Io incontrai un autore medievale, Pier delle Vigne”. Gli rivolse uno sguardo. “Lo conosce?”

“No, mi dispiace”. Si strinse nelle spalle. “Non leggo molti testi medievali”.

In verità, il signor Crespi non leggeva alcunché dai tempi del liceo, ma preferì restare sul vago. Ebbe tuttavia la sgradevole sensazione che la signora Woolf lo sapesse.

“Ma se lei ha scelto di andare alla cassa con quello che aveva e di non tornare a prendere altro”, chiese ancora, “perché io dovrei farlo?”

Lo guardò intensamente. “Mi vengono in mente due motivi”, disse. “Gli antidepressivi e suo figlio”.

Il signor Crespi corrugò la fronte. “Non capisco cosa intende”.

“Lei può curarsi”, lo incalzò. “Se si curasse, sarebbe molto più facile per lei vedere quante cose in più potrebbe contenere il suo carrello, la prossima volta che capita qui alle casse”.

Fece una pausa, poi aggiunse, poggiando una mano sulla sua: “Sa, quelle che ha sottratto a sua madre per venire qui sono benzodiazepine. Sono le stesse medicine che potrebbero usare per curarla. Ai miei tempi, sfortunatamente, non esistevano ancora”.

Il signor Crespi prese un respiro. C’era solo una cosa che gli rimaneva da chiedere.

“Dato che lei ha già superato le casse, potrebbe dirmi… cosa si trova oltre?”

Questa volta, la signora Woolf fece un sorriso indulgente.

“Io sono un prodotto della sua mente, non posso dirle ciò che lei non sa ancora”.

“Ma quindi… quelle cose sul carrello…”

“Nulla che non sapesse già, da qualche parte dentro di lei”.

Finalmente si scambiarono uno sguardo di comprensione, e gli sembrò di vederla per la prima volta.

“Lei è come quei poliziotti che mandano a parlare con la persona che vuole buttarsi dal ponte?”

“Temo di sì”.

Gli strinse ancora la mano. Il signor Crespi, però, si girò a guardare i clienti in fila nelle altre corsie.

“Nessuno verrà a salvarmi, sa? Forse è anche per questo che sono qui”.

Qui con lei, una sconosciuta, pensò, ma non osò dire anche questo.

“C’è ancora tempo”, obiettò la signora Woolf. “Le farò compagnia nell’attesa”.

Esodo

Nonostante tutto l’impegno che aveva messo nella premeditazione, il signor Crespi aveva deciso, senza accorgersene, di tentare il suicidio nel giorno in cui avrebbe dovuto chiamare suo figlio.

Stefania aveva cominciato a insospettirsi già dopo qualche minuto di ritardo.

Salvatore non era un granché come padre, ma portava a termine i suoi doveri con efficienza. Era sempre puntuale nel chiamare, nel venire a prendere e nel riportare suo figlio. Forse con la stessa diligenza abitudinaria con cui andava e tornava dall’ufficio.

Si era detta che non era nulla, che per una volta magari si era scordato o era preso da altro. Poteva essersi addormentato.

Aveva aspettato dieci minuti.

Mattia stava giocando ai videogiochi sulla TV in salotto, apparentemente ignaro del ritardo nella chiamata. Eppure, lo aveva già visto due volte controllare l’orario sull’orologio accanto allo schermo.

Si schiarì la gola. “Tuo papà è in ritardo oggi”, cominciò. “Proviamo a chiamare noi?”

Avevano chiamato due volte.

Alla terza, Stefania aveva proposto di ritentare più tardi.

Qualcosa non andava. Aveva un pessimo e fortissimo presentimento. Salvatore era in pericolo?

Solo com’era, se si fosse sentito male, nessuno se ne sarebbe accorto finché non avessero notato la sua assenza in ufficio.

Forse era successo qualcosa alla nonna Anna ed era impegnato con lei in casa di riposo? Perché non avvertire allora?

Avevano tentato la terza chiamata. Nessuna risposta.

Il fatto che il telefono squillasse indicava che non era spento o scarico. Cosa gli impediva di rispondere quindi?

Mattia le rivolse, un po’ di nascosto, qualche occhiata interrogativa. Ormai erano passati venti minuti. Vide riflessa nel viso del figlio la sua preoccupazione e, in questo modo, non solo ne realizzò l’entità, ma la sentì anche aumentare.

Mattia aveva solo tredici anni, ma conosceva suo padre.

Forse era più ovvio di quanto potesse sembrare.

Stefania indossò in fretta il cappotto, prese la borsa. Diede un bacio sulla fronte a suo figlio mentre usciva.

“Se chiama papà avvisami, mi raccomando. Torno subito”.

Sperò che la fretta e i videogiochi lo distraessero dal chiedersi dove stesse andando. Al contempo, però, che non fosse troppo distratto per ricordare le essenziali istruzioni che gli aveva dato.

L’ansia era tale, che era tentata di chiamare già un’ambulanza, a prescindere.

Cercò di respirare mentre aspettava l’ascensore. Di ragionare.

Aveva chiuso la porta di casa? Sì.

Scese al pianterreno.

Se avesse continuato a telefonare, avrebbe rischiato di occupare la linea in caso Mattia dovesse chiamarla. Decise quindi che avrebbe chiamato a scadenze regolari, e per sicurezza avrebbe anche telefonato a suo figlio per chiedergli se Salvatore si era fatto sentire.

Mentre saliva in macchina, si chiese se, prima di fare follie, ci fosse qualcun’altro da chiamare.

Non l’ufficio: era domenica.

La casa di riposo? Sarebbe senz’altro stato utile.

E se quella telefonata le avesse tolto minuti preziosi per… per…?

Chiamò la casa di riposo: dopo una lunga attesa, le avevano detto che il signor Crespi era passato quella mattina molto presto, ma non si trovava più lì.

Accese la macchina.

Salvatore abitava in un piccolo trilocale a qualche chilometro di distanza, verso la periferia. La casa dove avevano vissuto da spostati era rimasta a lei.

Era stata solo un paio di volte nell’appartamento di lui, per andare a prendere Mattia in anticipo, su sua richiesta.

In quella casa, c’era una stanza anche per lui, con tutti i mobili, ma senza nulla di suo. Una stanza inquietante e impersonale, come una camera d’albergo senza il piacere di essere fuori città, ma neanche di trovarsi a casa propria.

Mattia aveva dormito lì una sola volta, quando ancora passava un weekend sì e uno no con il padre. Non aveva mai più voluto. Ora passava con lui una domenica sì e una no.

Ogni volta che provava a chiedergli cosa facessero per un’intera giornata insieme, lui rispondeva a monosillabi. Davvero non aveva idea di cosa facessero.

Al solo pensiero di passare del tempo sola con Salvatore, le veniva l’angoscia. Come negli ultimi anni da sposati.

Eppure Mattia, anche se non sembrava entusiasta di andare, non si era neanche mai lamentato o rifiutato apertamente.

Nelle domeniche in cui non si vedevano, invece, Salvatore chiamava alle 15, rivolgeva a suo figlio qualche domanda stentata, riceveva in cambio qualche risposta stentata, e la conversazione finiva lì.

Stefania lasciò la macchina con le quattro frecce davanti a un passo carrabile, proprio sotto casa di Salvatore.

Come sarebbe entrata? Non aveva le chiavi.

Per prima cosa, avrebbe citofonato al suo appartamento, anche se, dato che non rispondeva al telefono, non c’era ragione di pensare che avrebbe sentito il campanello.

Non sentì, per l’appunto.

Stefania premette il campanello del primo nome che lesse accanto a “Crespi”.

Fu sorprendentemente facile: il portone si aprì, senza che nessuno chiedesse chi era.

Ebbe qualche difficoltà nel ricordare il piano: settimo? Quinto?

Provò prima col settimo: era quello giusto. Lo capì dallo zerbino blu e anonimo, che gli aveva regalato lei appena si era trasferito, cinque anni prima.

Citofonò.

A lungo, per tre volte.

Era il momento di chiamare i soccorsi?

Non c’era modo di entrare, ora, senza le chiavi.

Forse doveva citofonare ai vicini?

Improvvisamente, ebbe come una strana sensazione, simile a quella che aveva provato quando Salvatore non aveva risposto al telefono la prima volta.

Portò la mano sul pomello, lo girò. La porta era aperta.

Per un attimo, impietrì per la sorpresa.

Poi corse all’interno, attraversò il salotto vuoto, raggiunse la camera.

“Salvo”, mormorò.