I racconti del Premio letterario Energheia

L’archivio delle vite inutilizzate, Paolo Musano_Matera

Quando arrivai sull’Archivio, piovevano stelle.

Non era una metafora: frammenti luminescenti cadevano dal cielo cupo, disegnando scie d’argento tra le torri vetrate dell’immensa biblioteca. L’Archivio delle Vite Inutilizzate si estendeva su tutta la superficie di un piccolo pianeta ai margini della Costellazione del Cigno. L’aria aveva un odore di metallo e ozono, e un lieve brusio proveniva dalle migliaia di sfere che pulsavano come cuori dimenticati.

La navicella che mi aveva trasportato si allontanò silenziosamente, dissolvendosi tra le nuvole basse, lasciandomi sola sulla piattaforma di attracco.

“Bentornata, apprendista Oriah,” disse una voce alle mie spalle.

Mi voltai di scatto. Davanti a me c’era una figura alta, avvolta in una tunica blu notte che sembrava intessuta di galassie in miniatura. Il suo volto era simile a quello di un anziano umano, ma gli occhi contenevano universi.

“Io non sono mai stata qui prima,” risposi, confusa.

L’anziano sorrise. “Forse non in questa vita,” disse enigmaticamente. “Sono l’Archivista Capo Sael. Ti stavamo aspettando.”

Mi chiamo Oriah e a diciannove anni fui assegnata come apprendista archivista. Nel sistema educativo della Federazione Galattica, il test attitudinale finale determinava il destino professionale. Il mio aveva rivelato una rara combinazione di empatia e distacco che mi rendeva perfetta per il ruolo. Non sapevo nulla dell’Archivio, solo che era considerato uno dei luoghi più misteriosi della galassia.

Mentre seguivo Sael attraverso un ponte sospeso, notai che ogni stella cadente che sfiorava la superficie dell’Archivio veniva assorbita dalle pareti, come gocce di pioggia su un vetro assetato.

“Cosa sono?” chiesi.

“Scelte,” rispose Sael. “Ogni volta che qualcuno prende una decisione, le alternative non scelte diventano particelle di possibilità che gravitano verso di noi. L’Archivio le raccoglie.”

Il mio compito era catalogare vite che nessuno aveva mai vissuto. Ogni individuo della Galassia lasciava dietro di sé una scia di scelte mancate, occasioni non afferrate, sogni interrotti. Quelle vite alternative, fragili come bolle di sapone, venivano catturate e conservate qui, tra infinite distese di scaffali di vetro.

“Questa sarà la tua stanza,” disse Sael, indicando una piccola alcova incastonata in una parete di cristallo opalescente. All’interno c’era un letto sospeso, una scrivania minimale e una finestra che si affacciava sull’infinito. “Riposa. Domani inizierà il tuo addestramento.”

Non riuscii a dormire quella notte. La gravità artificiale dell’Archivio era diversa da quella a cui ero abituata e ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo le stelle cadere, trasformandosi in vite che nessuno avrebbe mai vissuto.

All’alba mi alzai e decisi di esplorare.

I corridoi dell’Archivio sembravano infiniti. Camminavo per ore senza incontrare anima viva. Librerie di cristallo contenevano le sfere dei Possibili, piccole come semi di papavero o grandi come cuori. Alcune vibravano leggere, emanando un tenue calore; altre sembravano addormentate per l’eternità. Ogni tanto trovavo appunti, schizzi, frammenti di canzoni mai composte.

In un’ala antica, le sfere erano fragili come respiri congelati. Ce n’era una, non più grande di una biglia, che conteneva l’immagine di un bambino con sei dita che costruiva castelli di sabbia su una spiaggia viola. Mi chinai ad osservarla, e per un istante sentii il profumo salato del mare alieno.

“Non dovresti essere qui,” disse una voce sottile.

Mi girai di scatto. Una ragazza dall’aspetto umano mi fissava con occhi severi. Aveva capelli color rame raccolti in trecce e una tunica verde bottiglia.

“Mi sono persa,” ammisi.

“Sono Syrio, apprendista del terzo ciclo. Tu devi essere la nuova.” Mi studiò, poi sorrise. “Vieni, ti mostro la strada. E un consiglio: non toccare mai nulla senza guanti.”

“Perché?”

“Le vite possono essere contagiose. Potresti iniziare a sognare vite che non ti appartengono.”

L’addestramento iniziò quel giorno. C’erano altri quattro apprendisti: Syrio; Taz, un essere felino con sei occhi; Veer, che sembrava umano ma la cui pelle cambiava colore; e Nairo, una forma di vita gassosa in un esoscheletro meccanico.

Gli archivisti anziani ci insegnarono il protocollo. C’erano regole rigide:

  1. Mai rimuovere una sfera senza autorizzazione.
  2. Mai osservare la stessa vita per più di tre cicli.
  3. Mai cercare le proprie vite alternative.
  4. Mai interferire con il contenuto di una sfera.
  5. Mai discutere del contenuto con estranei.

La violazione comportava l’espulsione immediata e, come sussurrò Syrio, “conseguenze peggiori della morte”.

Imparammo a maneggiare le sfere con strumenti speciali: pinze di cristallo, campi di contenimento, guanti sensoriali. Ci insegnarono a leggere le vite: interpretare, classificare, comprendere la catena di eventi che aveva portato quella vita a non essere vissuta.

“Ogni vita non vissuta contiene insegnamenti preziosi,” ci spiegò l’Archivista Noor, una donna severa con occhi neri. “L’Archivio è la più grande università della galassia. Studiamo le possibilità per comprendere la realtà.”

La prima settimana fu estenuante. Le mie mani erano coperte di piccoli tagli causati dai bordi delle sfere antiche e la mia mente faticava a processare la quantità di vite alternative osservate. Vidi un poeta che non aveva mai scritto il suo capolavoro; un rivoluzionario che aveva scelto la pace invece della gloria; intere civiltà che non erano mai emerse per una singola svolta sbagliata.

La notte, nei miei sogni, vivevo frammenti di quelle vite. Mi svegliavo confusa, con ricordi che non mi appartenevano.

Fu durante il secondo mese che la trovai.

Era un giorno di tempesta cosmica: i venti solari facevano tremare i muri traslucidi dell’Archivio. Mi era stato assegnato il compito di catalogare una sezione antica del settore 7, dove le sfere erano cristallizzate completamente.

Stavo per terminare quando la notai: una sfera pulsava debolmente in un angolo dimenticato, tra polvere antica e memorie non reclamate. Era opaca, tremante, come se lottasse contro l’oblio. Quando la toccai, sentii una fitta al petto.

Era la mia vita. O meglio, una vita che avrei potuto vivere.

Dentro la sfera vidi me stessa, ma diversa: vivevo in un piccolo villaggio terrestre, costruivo telescopi artigianali e trascorrevo le notti a inseguire comete. Avevo mani sporche di grasso e occhi colmi di meraviglia. Ridevo molto di più. Ero felice.

Rimasi paralizzata. In quella vita alternativa, non avevo mai sostenuto il test attitudinale. Mia madre si era ammalata il giorno prima, e avevo scelto di restare con lei invece di presentarmi al centro di valutazione. Quella scelta aveva cambiato tutto.

Vedevo la mia vita svolgersi: le notti a osservare le stelle, l’amore per un giovane astronomo, i bambini che avremmo avuto, le scoperte modeste ma significative. Una vita semplice, ma piena di passione.

Con le mani tremanti, nascosi la sfera nella tasca della tunica. Era un crimine, ma quella vita mi sembrava appartenere di diritto.

Quella notte non dormii. Tenevo la sfera sotto il cuscino, sentendola pulsare come un secondo cuore. Ogni tanto la estraevo per guardare frammenti: io che insegnavo astronomia ai bambini, io che scoprivo una cometa, io che invecchiavo circondata da nipoti.

Un giorno, mentre osservavo la sfera, l’archivista Sael mi raggiunse. Dal suo sguardo capii che sapeva tutto.

“Le vite che osserviamo non ci appartengono,” mi disse. “Non dobbiamo mai cedere alla tentazione di viverle.”

“Ma è la mia vita,” protestai.

“No. È una delle infinite varianti di ciò che avresti potuto essere. Non più reale di qualsiasi altra possibilità.”

“Sembra così felice. Più felice di quanto io sia mai stata.”

Sael si sedette accanto a me. “Tutti gli apprendisti trovano una delle loro vite alternative. È una prova.”

“Una prova?”

“Per vedere se hai la forza di lasciar andare. Per capire se sei adatta a essere un’Archivista.”

Ma il seme del dubbio era germogliato. Passai giorni a fissare quella vita, ossessionata da una nostalgia di qualcosa che non avevo mai vissuto.

Syrio mi prese da parte. “Hai trovato una tua sfera, vero? Devi riportarla indietro. Ho visto cosa succede a chi si ossessiona.”

“Cosa succede?”

“Iniziano a svanire. Prima sono distratti, poi assenti, poi scompaiono completamente.”

“O forse,” sussurrai, “entrano in quelle vite.”

Gli occhi di Syrio si allargarono per il terrore. “Non dire cose simili.”

Una notte, mentre piovevano stelle, feci la mia scelta.

Rubai la sfera. Cioè decisi che sarebbe stata mia e non più presa in prestito.

Avevo pianificato tutto. Sapevo che c’era un momento in cui il controllo sui confini dell’Archivio si allentava. Nascosi la sfera in una scatola di cristallo e mi diressi verso la sezione più antica, dove le barriere tra realtà e possibilità erano sottili.

Non esistono porte nell’Archivio: solo intenzioni. Bastò desiderarlo e il mondo cambiò. La gravità si inclinò, il tempo divenne liquido, e io caddi tra strati di possibilità alternative.

In quel momento ebbi una visione di tutte le altre Me possibili: Oriah la pirata, Oriah la guaritrice, Oriah la regina, Oriah morta bambina, Oriah immortale. Per un attimo, esistetti in tutte le versioni della mia vita.

Fu terrificante e meraviglioso.

Quando mi risvegliai, ero in una piccola casa con il tetto di latta. Fuori, un cielo nero era ricamato di stelle. Al centro della stanza, un telescopio traballante mi aspettava.

Mi guardai le mani: erano ruvide, callose. Mi toccai il viso e sentii una cicatrice sopra il sopracciglio. I capelli erano più lunghi, con ciocche grigie premature.

Avevo abbandonato il mio incarico. Avevo tradito l’Archivio. Ma, per la prima volta, mi sentivo veramente viva.

Nei giorni seguenti, esplorai quella realtà con meraviglia. Vivevo in una comunità montana chiamata Valle delle Stelle, famosa per i suoi cieli limpidi. Ero l’eccentrica astronoma locale, con un piccolo seguito di appassionati.

C’era Maren, la botanica in pensione; Jem, un ragazzo che veniva per lezioni di astronomia; il vecchio Tomas proprietario del bar che mi serviva sempre tè alla menta. E poi c’era Elian.

Lo incontrai durante la terza settimana. Era alto, con capelli scuri striati di grigio e occhi azzurri che riflettevano il cielo. Era arrivato per studiare la pioggia di meteoriti ricorrente.

“Lei deve essere Oriah Novalis,” disse. “Ho letto il suo articolo sulle comete transienti. Brillante.”

Annuii, cercando nella memoria dettagli di un articolo che non ricordavo.

L’amore per lui si affacciò lentamente, per poi manifestarsi in maniera incontrollabile, come una stella che esplode in supernova.

Ma la felicità era macchiata dalla paura. Non sapevo quanto tempo mi fosse concesso in quella vita rubata.

Passarono sei mesi. Cominciai a credere di essere riuscita a sfuggire all’Archivio.

Fu durante una notte limpida che accadde. Stavo osservando una cometa quando notai una pioggia di stelle cadenti, esattamente come quelle dell’Archivio.

“È bellissimo, vero?” disse una voce familiare.

Mi voltai. Lì c’era Syrio, in piedi nella mia casa.

“Ma cosa diavolo…”

“Mi hai lasciato un sentiero da seguire. Sono venuta a metterti in guardia. L’Archivio ha inviato un Recuperatore. Sarà qui presto.”

“Quanto tempo ho?”

“Non molto. Giorni, forse ore.” Syrio si guardò intorno. “Ti è mancato l’Archivio?”

“No. Qui sono felice. Davvero felice.”

“Lo vedo. È per questo che ho deciso di aiutarti.”

“Come?”

“C’è un modo per nasconderti definitivamente. Ma comporta un prezzo: devi rinunciare a tutti i ricordi della tua vita precedente. Dimenticare completamente l’Archivio.”

Rimasi in silenzio. Dimenticare tutto.

“Perché mi aiuti?”

Syrio sorrise tristemente. “Perché anche io ho trovato una mia sfera, ma non ho avuto il tuo coraggio.” Estrasse una fiala blu scintillante. “Questo è estratto di Oblio. L’intera fiala cancellerà tutta la tua vita precedente.”

“E il Recuperatore?”

“Non può prendere ciò che non esiste più.”

Quella notte rimasi sul portico, la fiala stretta in mano. Pensai a tutto ciò che avrei perso e a ciò che avrei guadagnato: una vita autentica, l’amore di Elian, la libertà.

All’alba, avevo deciso.

Chiamai Elian e gli raccontai tutto. Mi aspettavo incredulità, invece mi prese le mani e disse: “Ti aiuterò a ricordare chi sei davvero, anche quando non lo saprai più.”

Con lacrime agli occhi, portai la fiala alle labbra e bevvi.

L’Oblio sapeva di inverno e di addii.

Quando mi risvegliai, era notte. Ero distesa sul prato e un uomo dormiva accanto a me. Non ricordavo il suo nome, ma sentivo che era importante. Non ricordavo nulla della mia vita prima, ma non avevo paura.

Sopra di noi, strani frammenti luminosi cadevano come benedizioni silenziose.

Entrai in casa e trovai un telescopio. Lo toccai delicatamente, sentendo il legno consumato. Alzai gli occhi al cielo e sorrisi.

Quella notte, decisi di inseguire ogni cometa, di desiderare ogni stella, di vivere ogni scelta come se fosse l’unica. Perché forse non esistono vite inutilizzate. Esistono solo vite mai iniziate. E io, finalmente, avevo iniziato la mia.

In un luogo distante, in un Archivio ai margini di una galassia dimenticata, una sfera si spense definitivamente. Nessuno se ne accorse.