L’amore dell’odio_Peter Kuya
_Racconto finalista quarta edizione Premio Energheia Africa Teller.
Traduzione a cura di Lia De Ruggiero
Capitolo primo
“Vi prego non fatemi questo. Vi imploro…”
Midega supplicò, inginocchiata sul pavimento, le lacrime che scendevano
copiose dagli occhi gonfi. Con le braccia verso l’alto in segno di
supplica, apparve molto piccola e disperata.
Intorno a lei nel grande soggiorno c’erano quattro uomini in piedi, i suoi
cognati da parte del suo ultimo marito in carne ed ossa, tutti la fissavano
con tanto odio da inondare il mondo.
Uno di loro teneva sua figlia Minayo fermamente dalla parte superiore
del braccio. La bambina, traumatizzata alla vista degli zii dall’aspetto
cattivo e di sua madre inginocchiata sul pavimento, cominciò ad urlare
in maniera incontrollata: “Mamma! Mamma! Mamma!” Erano piombati
in casa sua come un branco di teppisti, armati di armi rudimentali
e con facce crudeli che emanavano odio ed avidità. Erano fratelli uniti
da una passione: Odio!
Midega si trovava nella sua camera da letto mentre si preparava a ritirarsi
al termine della giornata quando l’inferno si scatenò. Prima udì lo
schianto di una porta che veniva abbattuta ed il rumore che risuonava
attraverso l’abitazione. Lei era corsa dalla camera da letto al soggiorno
spaventata a morte, ma intenzionata a scoprire cosa stesse accadendo. I
suoi occhi erano pieni di terrore quando si trovò faccia a faccia con i suoi
cognati dall’aspetto brutale. Urlò! Uno di loro le diede uno schiaffo sul
viso con il palmo della mano. Lei attraversò al volo il soggiorno e battè
violentemente la testa contro il muro, svenendo sul pavimento. Un piccolo
bernoccolo crebbe sul retro della testa, ma lei non morì, nonostante
il dolore. Il semplice terrore di una possibile morte la tenne sveglia…
“Perché state facendo questo?”, lei chiese cercando di rimettersi in piedi.
“In che modo ho sbagliato? Non siete i miei cognati da parte del mio
ultimo marito che si supponeva dovessero proteggermi? Perché mi state
assalendo?” Alumi, il fratello maggiore, la spinse violentemente per
terra: “Stai in ginocchio!”
Lei lo guardava e realmente sentiva l’odio che si diffondeva dal suo volto
ostile. Non poteva credere che tutto ciò stesse realmente accadendo.
Si sentì così sola e senza protezione e desiderò che suo marito fosse vivo
per difendere lei e sua figlia. Ma queste persone che lei aveva conosciuto
per tanto tempo come parenti stretti, erano ora degli estranei.
Tutto ciò che lei ora poteva fare per proteggere la sua vita era fare ciò
che loro volevano…
Rimase in ginocchio.
Alumi la fissava dall’alto. “Tu sei stata una fonte costante di dolore in
questa famiglia. Ti sentivi orgogliosa per il fatto che tuo marito avesse
un buon lavoro e questa casa grande. Ora lui è morto, e tu non appartieni
a questa casa. Ti abbiamo visto darti delle arie”.
“Non è vero…”
“Zitta! Non osare rispondermi, donna. I tuoi giorni in questa famiglia
sono terminati, mi ascolti?, Terminati! Ora prendi tutto quello che hai
portato con te e ritorna da tua madre. Qualunque cosa tuo marito abbia
comprato ci appartiene, compresa tua figlia…”
“Vi prego, Alumi…Tafadhali. Non fate questo. Vi prego…Vi imploro…”
Lei gemeva, lottando per rimettersi in piedi, e per due volte loro la spinsero
violentemente a terra. Gli altri fratelli si prendevano gioco di lei e
la chiamavano.
Infine con forza bruta, Alumi l’afferrò dai capelli e la tirò dal piede: “Non
sei vecchia. Va e sposati o qualcosa del genere. Non appartieni più a questa
casa”. Lui disse: “Esci!”
La notte buia era stata resa ancora più scura dalla pioggerella costante
che stava velocemente trasformandosi in pioggia. Alumi la spinse fuo-
ri di casa nella notte fredda e umida. Lei cadde urlando in una pozzanghera
di acqua piovana. “Oh, Dio! Tutto ciò non sta accadendo… Per
favore, qualcuno mi aiuti!” Lei gemeva, tirandosi su e ritornando verso
casa. Ma appena giunse alla porta, Alumi gliela sbatté in faccia e la
osservò dall’interno. Lei disperatamente bussò con forza, implorando
ancora di poter entrare, ma loro risposero con una profonda risata roca.
Da qualche parte nella casa, lei poteva sentire sua figlia che piangeva.
Midega si sedette con le spalle contro la porta e pianse a dirotto, desiderando
che suo marito tornasse in vita e la proteggesse. Aveva perso
tutto. Il suo caro marito, sua figlia, la casa, l’azienda – tutto. La vita era
diventata inutile. Ogni minuto che era in vita era come un milione di anni
di dolore. Voleva solo restare lì per sempre e lasciare che il buio consolante
della morte portasse via il dolore. Ma il dramma non era finito.
Patrick, il guardiano Askari, che lei aveva pagato e nel quale aveva riposto
la sua fiducia per anni, le si avvicinò e la informò che lei avrebbe
dovuto lasciare la proprietà. Si sentì come se fosse stata colpita da
una forte scossa elettrica. Si sentì stanca, sconfitta. Un ulteriore incidente
scioccante e avrebbe avuto un infarto. Si alzò e lentamente, con
la pioggia che si infrangeva su di lei, uscì dalla proprietà attraverso il
cancello per andare da nessuna parte… La notte era ora color pece, la
pioggia cadeva a dirotto e svaniva visibilmente. Non sapeva dove stesse
andando ma barcollava alla cieca. Era bagnata e congelata. Barcollando
per i sentieri stretti del villaggio di Shibuli, nell’entroterra della
regione del Kenia Occidentale, Midega in qualche modo si ritrovò nella
proprietà del vicino. Un cane cominciò ad abbaiare ferocemente, ma
a lei risuonava distante chilometri. Bussò alla porta principale. Quando
si aprì, lei praticamente crollò nel soggiorno e perse i sensi, gocciolando
come una spugna…
Capitolo secondo
Midega quella notte stette molto male con la febbre dovuta all’esposizione
al freddo. I suoi vicini cercarono di curarla ma lei peggiorò. Delirava
e piangeva senza controllo, gridando il nome di Jack. La mattina
seguente la febbre era scomparsa ma lei appariva pallida e instabile. I
vicini si preoccuparono che lei potesse diventare un peso, così le diedero
degli abiti puliti e la mandarono via. Non aveva alcun luogo in cui
andare, nessuna casa, nessun amico, niente.
Girovagò nel villaggio di Shibuli apparendo stanca e smarrita. Le persone
che la conoscevano, anche i suoi amici più intimi, ora la evitavano.
Si ritrovò sulla sponda del fiume vicino all’acqua che scorreva,
piangendo a dirotto. Pianse per ore di fila e quando smise, i suoi
occhi erano rossi di sangue e gonfi. Alla sua sinistra c’era una capanna
fatta di rami e di foglie. Durante i primi giorni di matrimonio con Jack,
lui le aveva raccontato la storia a proposito di quella capanna cioè che
un po’ di tempo prima, un uomo, che gli abitanti del villaggio avevano
sospettato essere uno stregone, era stato scacciato come risultato
delle numerose morti che erano avvenute nel villaggio. Poiché
nessuno poté collegare le morti direttamente a lui, non potevano essere
certi della sua colpevolezza. Ma nonostante tutto, loro lo scacciarono.
Così lui si recò al fiume e costruì la capanna in cui visse fino
alla morte. La sua unica compagnia era stato un grande gatto bianco.
Dopo la morte, nessuno aveva più visto il gatto. Pettegolezzi
avevano detto che era morto di malattia mentre era seduto su una pietra
vicino al fiume. Il suo corpo era caduto nell’acqua e trasportato
via dalla corrente.
Quando la notte cominciò a calare, Midega andò a cercare la capanna.
Era rovinata, con grossi buchi. Ma sarebbe stata un rifugio per ora
prima di capire cosa fare. Raccolse alcune foglie sottili e decise di
riparare la nuova casa provvisoria. Costruì un letto di rami e foglie.
Quella notte le prime fitte dovute alla fame cominciarono a farsi sentire,
Midega tornò di nascosto al mercato del villaggio. C’era frutta
guasta e ortaggi disseminati ovunque. Il mercato divenne la sua fonte
di cibo.
I giorni si trasformarono in settimane. Le settimane in mesi. E lei divenne
solitaria, sporca e malata. Nessuno venne a trovarla. Il villaggio
si era dimenticato della sua esistenza. E ogni giorno, mentre giaceva sul
suo materasso di foglie secche, tutto ciò che la teneva in vita era il pensiero
di poter un giorno rivedere sua figlia.
Capitolo terzo
La storia cominciò quando suo marito che lavorava per le Nazioni Unite
a Nairobi andò via dal paese per una missione in Iraq. La guerra era
appena finita, con gli americani vittoriosi che scacciavano il regime di
Saddam Hussein dal potere. Ma le conseguenze di quella guerra cominciavano
ad emergere. Il Paese era stato praticamente distrutto. La
gente era praticamente disperata per l’assenza dei servizi fondamentali
quali acqua, cibo, casa, elettricità, cure mediche e così via. Le Nazioni
Unite cominciavano ad intervenire con piani per spedire via mare cibo
e rifornimenti medici per prevenire un disastro umanitario imminente.
Il marito di Midega, Jack, fu impiegato al palazzo delle Nazioni Unite a
Baghdad in qualità di ufficiale delle operazioni e della logistica. Lui sarebbe
andato via dalla sua famiglia per un po’ di tempo, ma la cosa positiva
era che il venerdì, ogni quindici giorni, tornava a casa in aereo, rimaneva
lì per il fine settimana e ripartiva il lunedì mattina con il primo
volo.
Era da due mesi che ricopriva il suo nuovo incarico quando avvenne il
disastro. Una grande bomba esplose a Baghdad, squarciando il palazzo
dell’ONU ed uccidendo centinaia di persone incluso un diplomatico ONU
in Iraq. Molti Keniani, incluso Jack, furono ritenuti morti, ma solo un
corpo venne recuperato dalle macerie. Il console del Kenia a Baghdad
cercò di ottenere informazioni che portassereo al recupero degli altri due
corpi, ma invano.
Due settimane dopo, due caschi vuoti ed un corpo furono riportati in patria
per il funerale. Il corpo di Jack non fu mai trovato e così, in accordo
con le usanze della comunità Luhya, il suo casco fu riempito con la
corteccia di alberi di banane e la cerimonia funebre si svolse nella sua
azienda nel villaggio di Shibuli, nel Kenia occidentale.
Molti mesi dopo il funerale Jack ritornò al suo Paese a bordo di un aereo
della Kenya Airways proveniente dal Pakistan e godeva di ottima
salute. Dall’aeroporto di Nairobi, andò direttamente alla sua azienda a Shibuli
dove non solo scioccò la gente che lo incontrava, ma rimase egli stesso
scioccato dalle persone che incontrava.
Dal momento in cui entrò nel villaggio di Shibuli, Jack capì che qualco-
sa non andava. La prima persona che lo vide corse via urlando. Subito
dopo la gente cominciò a riunirsi in gruppi sussurrando in stato di shock
e seguendolo a distanza. Quando giunse alla sua azienda, l’uomo di guardia
al cancello rimase sbalordito a bocca aperta, fissandolo come se avesse
visto un fantasma.
In casa Jack trovò tutti i suoi cinque fratelli seduti nel soggiorno mentre
prendevano il tè e si raccontavano storie. Lui fece un largo sorriso, felice
di essere tornato a casa, in attesa che gli stringessero la mano in segno di
benvenuto. Quando loro alzarono lo sguardo e lo videro, alcuni di loro si
rovesciarono addosso il tè bollente mentre altri rimasero semplicemente a
bocca aperta. Quando lui parlò e si avvicinò loro, scapparono via come se
fosse un animale pericoloso. Sconcertato, portò i suoi bagagli in camera da
letto aspettandosi di trovarvi sua moglie. Lei non era lì. Invece, la camera
da letto era piena di vestiti e cose in disordine che lui non ricordava di aver
mai visto prima. Corse in camera da letto di sua figlia. Tutti i suoi giochi
erano stati portati via. Invece, c’erano due letti in più e vestiti ovunque.
Corse nuovamente nella sua camera da letto per controllare nei cassetti
che contenevano alcuni dei suoi documenti più importanti e i soldi. Ebbe
uno shock – tutti i cassetti erano stati svuotati. Corse fuori verso il soggiorno
proprio nello stesso momento in cui sua figlia, Minayo, stava entrando
di ritorno dalla scuola materna. Quando lo vide, praticamente volò
tra le sue braccia urlando “Papà, papà!” Lei versava lacrime mentre si
stringeva disperatamente a lui. C’era così tanta tensione nella casa che si
poteva tagliarla con un coltello.
Jack chiese a sua figlia cosa fosse successo e dove fosse andata la mamma
e lei urlò di più. I fratelli sembravano preoccupati e tremavano così
tanto da non potersi muovere. Stavano semplicemente lì in piedi…
Jack mise sua figlia a terra e le ripetè le domande con pazienza. Lei spiegò
tra i singhiozzi che i suoi zii avevano picchiato la mamma e l’avevano
cacciata. Jack era adirato. Non aveva bisogno di fare loro domande
perché apparivano tutti colpevoli e spaventati. Si sentiva come se un camion
con diciotto ruote lo avesse investito. Le lacrime scorrevano sulle
sue guance mentre cercava di sapere di più da sua figlia. Ma lei non potè
dirgli altro e così lui uscì ed andò ad interrogare Patrick, il guardiano.
Nonostante la paura e lo shock il guardiano trovò abbastanza coraggio per
raccontargli tutto ciò che era venuto a galla con la speranza di riparare alle
sue malefatte. Jack corse fino alla riva del fiume, piangendo. Teneva
sua figlia per mano ed entrambi correvano come se la loro vita dipendesse
da ciò. Quando arrivò alla capanna in riva al fiume, Jack cadde di peso
sulle ginocchia e pianse ancora di più, supplicando sua moglie di perdonarlo
di tutto ciò che era accaduto. La trovò addormentata su un giaciglio
di rami e foglie con uno strano grande gatto bianco accanto a lei…
Appariva sporca, scapigliata, scarna e molto malata. Anche sua figlia, Minayo,
gridò quando vide sua madre ed i suoi lamenti profondi svegliarono
Midega che riuscì solo ad aprire gli occhi e fissarli come se avesse visto
un fantasma. Era troppo debole per piangere alla vista di un uomo che
aveva creduto morto e di una figlia che pensava non avrebbe più rivisto.
Mentre le sue lacrime scendevano come torrenti silenziosi Midega riuscì
a pronunciare solo tre parole: “ Per favore sostienimi”.
Capitolo quarto
Jack condusse Midega all’ospedale e rimase al suo fianco finchè lei si riprese.
Poi le spiegò cosa era accaduto in Iraq: mentre i suoi superiori dell’ONU
a Baghdad pensavano che fosse morto nell’esplosione, lui ed un
collega erano in effetti stati rapiti da militanti musulmani sconosciuti mentre
lavoravano vicino al confine Pakistano ed erano stati tenuti in ostaggio
per mesi. Quando i militanti non ebbero più interesse e li rilasciarono
lui prese il primo charter dell’ONU che andava via dal Pakistan per tornare
a casa.
Capitolo quinto
Jack riportò sua moglie e sua figlia all’azienda dove aveva un nuovo
guardiano di nome Sylvester ed un altro uomo addetto alla sicurezza della
casa. I suoi fratelli furono scacciati e non avrebbero mai più rimesso
piede in quella casa. E Midega portò a casa con sé un nuovo membro
della famiglia… lo strano grande gatto bianco.




