L'angolo dello scrittore

La ZES Cultura, l’ex Area Barilla e la “Fabbrica giardino”

A cura di Antonio Lanorte e Michele Morelli, Legambiente – Basilicata

La ZES Cultura “La Fabbrica Giardino”, con un investimento di 40 milioni di euro, potrebbe essere la chiave
per affrontare e risolvere il problema dell’area dismessa dell’ex stabilimento Barilla. La domanda è: se non
ora, quando?
A metà luglio la stampa locale annunciava l’approvazione, da parte del governo, della ZES Cultura “La
Fabbrica Giardino”, un investimento pubblico di circa 40 milioni di euro. Fino a quel momento — salvo
poche e note eccezioni — la città ne era all’oscuro: nessun dettaglio sul tipo di intervento, sul soggetto
proponente o attuatore, sulle istituzioni coinvolte, sugli attori pubblici e privati interessati alla gestione.
Dalla scarna documentazione che accompagna lo studio di fattibilità si è appreso che non si trattava della
proposta di legge regionale presentata nel 2024 dal Partito Democratico, ma di un intervento promosso dalla
Regione Basilicata da realizzarsi nelle campagne del borgo La Martella.
Negli stessi giorni si è scoperto che, a maggio, in piena campagna elettorale, era stata approvata la variante urbanistica, a conferma dello stato avanzato della procedura.
Secondo quanto disposto dal provvedimento, la Regione Basilicata, soggetto attuatore, dovrebbe procedere entro un anno all’appalto delle opere edilizie. La variante urbanistica interessa un’area agricola di oltre 15 ettari, situata sul lato sinistro della strada di ingresso al borgo La Martella. La nuova edificazione prevista supera i 200.000 mc di capannoni, nei quali dovrebbero essere allocati una serie di servizi destinati a soddisfare le esigenze attuali e future della cosiddetta “industria manifatturiera culturale e creativa”.
Tutto ciò lascia intendere che nel nostro territorio sia da tempo presente un “distretto” manifatturiero della cultura e della creatività.
Il progetto prevede non solo capannoni industriali da offrire alle imprese del settore a canoni calmierati, ma anche una sede distaccata dell’ITS (Istituto Tecnico Superiore) e dell’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche), un asilo, una mensa e altre strutture. Dal punto di vista urbanistico, l’intervento supera — in termini volumetrici e di superficie territoriale trasformata — l’insediamento storico del vecchio borgo, con un impatto inevitabilmente significativo.
Tra gli interventi previsti si fa riferimento anche al recupero di immobili demaniali ubicati nell’ex comparto
dell’Habitat Rupestre, a ridosso della Torre Metellana (si tratterebbe di immobili assegnati in subconcessione dalla passata amministrazione alla Fondazione Zetema).
Nella relazione di presentazione dell’iniziativa ricorre il richiamo all’esperienza olivettiana del borgo La
Martella e, in particolare, all’utopia — poi divenuta realtà — della fabbrica di Pozzuoli. Un richiamo che
consideriamo strumentale e inopportuno. Il progetto architettonico e planivolumetrico, di dubbia qualità,
ripropone lo “schema a croce” della fabbrica olivettiana, progettata da Luigi Cosenza con Pietro Porcinai per il giardino e Marcello Nizzoli per lo studio dei colori: un rimando irriverente e privo di fondamento.
Ciò che emerge chiaramente dalla documentazione è una colata di migliaia di metri cubi di cemento su suolo agricolo. La “fabbrica”, per il momento, non c’è.
Ad oggi non conosciamo il soggetto che gestirà i servizi e l’imponente patrimonio immobiliare, né i futuri
utilizzatori. La documentazione disponibile non fornisce risposte convincenti o credibili. Riteniamo
inaccettabile che, in nome della cultura, venga promosso un intervento pubblico di tale portata senza alcuna forma di coinvolgimento della cittadinanza e degli operatori del settore: un progetto avviato nel silenzio generale, senza trasparenza né partecipazione. Le preoccupazioni espresse sulla stampa locale da Enzo Acito sono più che condivisibili: egli parla della necessità di una “gestione trasparente”, di una “visione strategica”, della centralità del Comune di Matera nel “processo decisionale” e di un “bando di gara internazionale”.
È un grave errore limitare l’intervento alla sola area agricola all’ingresso del vecchio borgo. È altrettanto
grave puntare sulla cementificazione di ettari di suolo produttivo in una zona cerniera tra il borgo e la città dei Sassi, anziché esplorare altre soluzioni localizzative.
Si tratta infatti di un’area agricola destinata, dal piano di recupero del vecchio borgo, a “cintura verde di
consolidamento paesaggistico”. Tutto ciò sembra non preoccupare i proponenti del progetto.
Perché non pensare alla rigenerazione urbana delle tante aree industriali dismesse in città e sul territorio?
Perché non considerare i numerosi edifici pubblici abbandonati o sottoutilizzati, che sarebbero in grado di
accogliere molte delle funzioni previste nello studio di fattibilità (ITS e ISIA)?
Perché non puntare su una rete di servizi distribuiti nel contesto urbano, a sostegno della domanda, anziché concentrare tutta l’iniziativa in un solo punto del territorio?
Non è mai una buona idea concentrare i carichi urbanistici in un’unica zona. Questa è l’occasione per affrontare e risolvere uno dei nodi urbanistici più delicati della città, quello dell’ex stabilimento Barilla. L’area è cruciale per il programma di rigenerazione del quartiere Piccianello/San Pardo. La ZES Cultura potrebbe rappresentare l’opportunità per ridisegnare una parte del futuro di Matera. Una grande opportunità anche per l’impresa che ha acquistato l’area. La domanda, però, resta: se non ora, quando?
Un masterplan per la città della cultura deve rendere evidenti le trasformazioni necessarie: un futuro che
deve essere scelto e condiviso dalla comunità prima di essere costruito.
Un progetto che, oltre a risolvere nodi urbani che si trascinano da decenni, potrebbe accogliere parte dei
servizi sopra menzionati. Un masterplan coerente con le previsioni urbanistiche, che non richieda l’ennesima variante.
Finora la vicenda dell’ex area Barilla ha mostrato l’incapacità della governance politica e amministrativa di
guidare i processi di rigenerazione urbana. I fondi messi a disposizione per la ZES Cultura rappresentano una grande opportunità per recuperare un “luogo” che rischia di essere compromesso per sempre. Sarebbe imperdonabile non cogliere questa occasione.
Per rompere il muro di silenzio e il vuoto partecipativo che caratterizzano questa e altre vicende (si pensi agli effetti del Piano Casa a piazza Michele Bianco), è necessario costruire alleanze virtuose con la cittadinanza attiva, con gli abitanti del borgo e dei quartieri coinvolti, con le associazioni culturali e con il mondo del lavoro.
Il nostro è un richiamo a un maggiore impegno civile da parte della comunità.
L’auspicio è che le istituzioni entrino in sintonia con queste istanze.