La donna airone, Sofia Taccardi
Esercizi PerCorsi di Energheia 2024
Da una foto un racconto. Docente Antonella De Biasi
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Era ancora notte quando, per la prima volta, incontrai la mia donna airone. Tutto cominciò in quello squarcio d’estate dove il canto delle cicale si spegne per far spazio ad una nuova musica: più acuta, più sottile, più concitata, tanto da sembrare un chiacchiericcio, piuttosto che una melodia.
Durante le ultime ore di silenzio decisi di appollaiarmi tra i rami più alti di un arancio, abbarbicato sulla facciata cadente di un casale sperduto. Osservavo incantato il paesaggio bucolico, intriso di mistero e brutalità quando, d’improvviso, le imposte della balconata, su cui si riversavano le fronde del mio albero, si spalancarono.
Ne uscì una donna: stanca, persa, quasi rotta. Ricordo che si trascinò sul pavimento a gattoni, come avevo visto fare solo a pochi bambini, scorgendoli dai forellini nelle persiane.
Le piaceva starsene affacciata dal parapetto e ricalcare con l’indice il motivo concentrico che curvava l’inferriata.
E così abbandonata, si faceva trascinare dal suono di una melodia silenziosa che appariva così intima e sentita ch’io stesso mi chiedevo dove fosse la mia silente armonia.
Con lo scorrere delle ore iniziai a percepire i toni più gravi di quella segreta canzone: le sopracciglia aggrottate, le labbra esangui e il volto asettico, statuario.
Indossava un abito luttuoso, appuntato sulle spalle e in vita che sembrava divorarle la pelle ad ogni fruscio di stoffa.
L’interno della casa era spoglio, nudo e portava ancora i segni di oggetti che erano sempre stati lì, tra uno strato di polvere e l’altro, e poi di colpo non c’erano stati più.
La donna airone quella notte non pianse mai, sussurrò, urlò, a volte scrisse e mi parlò.
Mi raccontò di una vita povera e felice, di un amore che era arrivato alla morte.
La donna airone era persa, non riconosceva più l’odore dell’arancio, né la consistenza della terra; non riconosceva più sé stessa e la vita le sembrava solo un grande palcoscenico vuoto, senza più attori pronti, dietro il sipario.
Vieni con me le dissi, impara a volare.
E la donna airone mi seguì, salì coi piedi nudi sul bordo del parapetto, non guardò mai indietro, solo giù.
Dispiegammo insieme le ali e poi non la vidi più.
Quando il sole sorse intonai alcune strofe della sua canzone, tutta la città si destò, si vestì, si incamminò verso un nuovo domani.
Un uomo diretto alla campagna raccolse la donna airone, la estirpò dal terreno e le posò sopra un fiore.
Era Mezzogiorno e per la prima volta qualcuno lesse le sue ultime parole: “Non c’è vita senza amore, ricordatemi come un libero airone”.




















