I racconti del Premio Energheia Europa

Il mio angelo_Penelope Tontou

Menzione Premio Energheia Grecia 2025

Traduzione a cura di Maria Chatzikyriakidou e Franco M.T. Gatti

Hai mai sentito parlare del mito del Sole e della Luna? C’erano una volta, molto prima che gli uomini camminassero sulla terra, quando il cielo non era ancora diviso in giorno e notte, due fratelli luminosi: il Sole e la Luna. Erano figli degli antichi Titani, Iperione e Thea, e risplendevano ciascuno con la propria gloria: il Sole con una fiamma luminosa e calda, la Luna con una luce morbida e contemplativa, come un sussurro nel silenzio. Crescendo, trovarono conforto nella luce dell’altro e amore nella loro eterna esistenza. Il loro legame si rafforzava a ogni alba e a ogni tramonto, quando condividevano lo stesso cielo, anche se solo per pochi istanti. Ma gli dei, gelosi di questa unione, ritennero che non fosse giusto che il mondo brillasse così tanto e così serenamente allo stesso tempo.

Così li separarono: il Sole fu condannato ad attraversare il cielo di giorno, illuminando la terra e riscaldando le anime. La Luna, invece, avrebbe viaggiato di notte, accompagnata solo dalle stelle e dalle ombre. Il dolore della loro separazione copriva il cielo. Ma non si lasciavano mai. A ogni alba, la Luna indugiava un poco, prima di partire, per intravvedere, anche solo di sfuggita, il Sole appena sorto. E a ogni crepuscolo, il Sole indugiava un po’ di più all’orizzonte, guardandole le spalle mentre si alzava. Ma c’erano momenti – rari e magici – in cui il mondo si oscurava nel bel mezzo del giorno o si illuminava stranamente nella notte. Era allora che riuscivano a incontrarsi per un momento. Le eclissi, come le chiamava la gente, non erano altro che i baci e gli abbracci di due fratelli, i momenti in cui il tempo veniva spezzato e il loro amore trascendeva il destino.

Ogni mattina mi sembrava uguale. Un incubo incessante, una lotta con le lenzuola e il mio cuscino caldo che mi rifiutavo categoricamente di abbandonare. I primi raggi di luce che facevano capolino attraverso la persiana di legno e l’etere mi facevano cenno che era giunto il momento di sollevarmi dalla terra di Morfeo, la terra dei sogni, e approdare alla realtà. Il padre si era già svegliato prima dell’alba, insieme alla madre, perché erano quei pochi minuti in cui entrambi potevano godere del silenzio prima di prendere strade diverse. Caffè greco, dolce. Come il suo cuore.

– Oggi potrei fare tardi. Devo andare a mungere le pecore dopo la potatura.

– Anch’io, tesoro. Hanno detto che oggi avremo un grosso ordine di arance. Spero di tornare prima delle 18, così potrò aiutare i bambini con i compiti.

Chi stavano prendendo in giro? La madre, dalla stanchezza, riusciva a malapena a mettere in bocca due bocconi prima di addormentarsi, mentre il padre ogni tanto chiudeva gli occhi accanto alle radici degli alberi. All’ombra del fogliame e della brezza giocosa. Per fortuna c’era la nonna, che stava preparando un piatto di cibo per tutti noi. Non appena tornavo da scuola, io e il mio fratellino ci dirigevamo subito a casa della nonna e con versi forti come un grido di guerra facevamo un putiferio per farle capire che eravamo già arrivati dall’isolato precedente. Una volta finito, lavavamo i nostri piatti e tiravamo fuori i nostri quaderni di scuola per vedere cosa dovevamo fare per il giorno dopo.

– Dai Dimitri, di nuovo non ti sei appuntato i compiti?

– Li prenderò da Pericle, Maria. Avevo sonno, scusami.

E come tenere la faccia arrabbiata dritta di fronte a quegli occhi da cucciolo addormentato. Anche se era una scusa permanente. Quindi, come potete capire, ero responsabile della sua educazione a casa. Aritmetica, lingua, storia e qualsiasi altra cosa si presentasse. Una volta terminato, prima del tramonto ero libera di fare ciò che volevo. Prendevo la bicicletta e andavo alla cappella di San Giovanni. Quali feste, quali gioie, quali risate si sono sentite nel suo etere? Io e i miei compagni di classe ci andavamo sempre. Chi arriverà più velocemente? Chi farà la curva più veloce senza cadere nei cespugli? E dietro di noi, le nostre madri che urlavano:

  • Più lentamente. Ah, questo ragazzo mi ucciderà.

  • Lo dirò a tuo padre e ti strapperà la ruota.

  • Maria, se ti sporchi i vestiti, domani andrai a scuola così sporca.

Non li abbiamo mai ascoltati. Le nostre ali erano quel pedale. Lo colpivamo sempre più forte, sempre più veloce in una giovinezza che sembrava eterna. Perché Eolo ci passasse accanto, geloso della nostra gioia, e si rovesciasse, se ne andasse. Portando con sé gli uccelli, il fogliame, i petali di rosa. Era il nostro mondo, e noi, stoffa bianca, vi avevamo passato sopra i ricordi che ci avrebbero trattenuto nel tempo. Un po’ di più. Un po’ per sempre. E in qualche modo non lo sapevamo per astuzia, per cattiveria. Eravamo inaciditi anche solo al sentirli nominare.

Alla nostra scuola si sarebbe aggiunto un bambino che fino ad allora aveva studiato a casa. Quanto era fortunato? Essere a casa tutto il giorno senza dover correre ogni volta che si dormiva un po’ troppo. Chissà perché voleva cambiare la sua fortuna? Ma gli insegnanti ci avevano detto che aveva delle “particolarità”, come le chiamavano loro. Eravamo solo in quarta elementare e ancora non si sa cosa intendesse la maestra. Finché non uscì dalla pesante porta di metallo verde con la signora Demetra, la direttrice della scuola.

– Bene, ragazzi, ecco il vostro nuovo compagno di classe. Si chiama Giannis e spero che tutti voi lo facciate sentire benvenuto. Signor Dakos, vorrei vederla nel mio ufficio per qualche minuto.

– Certo. Fate la conoscenza di Giannis e comportatevi bene mentre sono via.

Queste furono le loro parole e uscirono dall’aula. Lui stava ancora sulla porta, come un puledro che non si slega dalla madre finché non è in piedi. Alto, con i capelli biondi e due occhi, uno azzurro mare e l’altro verde come le pianure del nostro paesino, Gouria. Portava un apparecchio sull’orecchio e tutti noi, incuriositi, soprattutto dalla prefazione dell’insegnante, ci siamo diretti verso di lui e abbiamo iniziato a presentarci. Quando fu il mio turno, allungai la mano per stringerla, come mi aveva insegnato mia madre. Lui accorciò le braccia, iniziò a lavorarmi il palmo e poi mi prese in braccio.

-Ciao. Mi chiamo Giannis.

-Giannis, non diventiamo i migliori amici.

E da allora siamo diventati inseparabili. Ad ogni pausa andavamo in giro con una tyropita1 in mano e ridevamo di tutto. Dai bambini che, nella fretta di colpire una palla, bagnata e infangata, cadevano sulla ghiaia e si strappavano i pantaloni e le ginocchia, agli insegnanti che cercavano di giocare con noi, senza fine e con imbrogli a vicenda.

– Maria, perché non giochi con?

– Perché sono con te, mio Giannis.

– Solo tu mi parli così tanto. Gli altri ragazzi sono simpatici, ma non credo di piacergli.

-Perché dici così;

– Ogni volta che chiedo loro di sedersi con me, se ne vanno. Una volta mi hanno chiesto perché i miei occhi sono di un colore diverso, ma la mamma dice che sono nato così.

Mentre mangiava ingobbito come un passerotto, ho cominciato a chiedermi. Perché gli altri non dovrebbero unirsi a lui? Perché non dargli una possibilità? Perché dovrebbero essere intimiditi da qualcosa di diverso? Perché?

– Giannis mio, non fare attenzione, ok? Hai me come amica, non ti basta? E se ti chiedono ancora dei tuoi occhi, di’ loro che Dio li ha dipinti così. Uno blu, così posso vedere il cielo più chiaramente, e l’altro verde, così posso correre più velocemente attraverso i campi e i vigneti.

Non ha detto nulla. Sorrise e continuò a mangiare. Ma io avevo ancora quel “perché?” impresso nella mente. Una volta finita la scuola, per la prima volta aspettai pazientemente che papà tornasse a casa. Non mangiai. La mia mente viaggiava e non c’era tempo per fermarsi. Tante emozioni, tante parole, ma non riuscivo a metterle in ordine. Finché non sentii il furgone di mio padre che si avvicinava. Saltai giù dal divano e andai di corsa verso la porta.

– Papà, voglio chiederti una cosa.

– Cosa mi vuoi chiedere piccolina mia?

– Nella nostra scuola c’è un ragazzino, Giannis. Lo conosci?

– Sì Maria mia, conosco suo papà e sua mamma. Sono persone molto gentili e laboriose. Ha anche altri due fratellini, sai. Però Giannis è il maggiore. È successo qualcosa?

– È solo che gli altri bambini non gli parlano molto a scuola. Non gli fanno compagnia e credo che questo lo faccia triste. Sta solo con me e io sto con lui il più possibile.

Mio padre, un po’ pensieroso, si tolse gli stivali e si diresse verso di me. Mi prese in braccio e ci sedemmo davanti al camino, mentre i ciocchi di legna ardevano riscaldando la casa.

– Allora, Maria, ti racconto una storia. Ora sei abbastanza grande e devi capire alcune cose. Quando Dio creò il mondo per assicurarsi che tutti fossero al sicuro, gentili e benevoli, mandò alcuni angeli a proteggerci. Alcuni di questi angeli non avevano udito, perché l’unica cosa di cui avevano bisogno era di sentire le azioni che avremmo compiuto. Altri non avevano la vista, perché l’unica cosa di cui avevano bisogno era di sentire il calore di un tocco gentile. Altri ancora non avevano il dono della parola, perché l’unica cosa di cui avevano bisogno era di vedere e sentire la gentilezza e di sorridervi. Giannis è uno di questi angeli. È venuto a proteggervi. E se sei tu quella con cui lui vuole passare più tempo a scuola, è perché ha visto, sentito e percepito la gentilezza da parte tua.

– E gli altri bambini, papà, non sanno che lui è un angelo?

– Non ancora tesoro. Però lo scopriranno. Ad alcune persone serve più tempo che alle altre per capire.

Detto questo, mi diede un bacio sulla fronte e si allontanò con gli occhi umidi. Non ho mai capito perché. Ma presi le sue parole come un vangelo. E continuavo a seguirle.

I giorni passavano. I bambini, con la loro innocenza, facevano domande, imparavano e quindi era più facile per loro accettare ciò che apprendevano come “speciale”. Finché non arrivò la quinta elementare. Stavamo salutando un altro anno, un altro insegnante che aveva lasciato il segno nelle nostre anime, e ne stavamo per accogliere uno nuovo. L’estate rimase un ricordo fugace. Insieme alle passeggiate, al mare e alla sua fresca brezza notturna. Io e Giannis non ci incontravamo da molto tempo. Ogni tanto vedevo suo padre nella piazza del paese, ma da bambina piccola e timida ero troppo intimorita per chiederglielo. Mi chiedevo cosa stesse facendo. Quali sono state le sue avventure in quei tre mesi? Oh, quante cose avrà da raccontarmi e io, come una spugna, le assorbirò.

Lo vidi da lontano emergere dal cortile della nostra scuola. “Giannis mio!”, lo chiamai, e corsi a tutta velocità verso di lui. Ma era accompagnato da sua madre che lo trascinava frettolosamente verso l’ufficio della direttrice. Non mi scoraggiai. Rimasi un soldato vigile fuori dalla stanza fino a quando non uscì, fino a quando non fui ricompensata per la mia pazienza.

– Maria. Come stai?

– Bene Giannis mio. Tu, come stai? Aspetti che esca tua mamma?

– No, mi ha detto di non aspettare e di andare via. Quindi siamo liberi.

– Tutto bene, mio caro?

– Mia mamma mi ha detto che stanno pensando con papà di portarmi a una scuola con bambini come me. Però non è ancora sicuro. Papà non vuole perché la scuola è lontana. Deve anche parlare di me al nuovo maestro.

Ansia. Tristezza e delusione. Questi sono i sentimenti che mi hanno inondato ascoltando le sue parole, così spontanee, proprio come le aveva sentite dai suoi genitori. Non volevo che se ne andasse. Ero la sua protettrice. Come avrei potuto proteggerlo se fosse andato via? Ma, come aveva detto, non era ancora sicuro. Non ora. Non mai.

Il primo mese è trascorso liscio. Il maestro faceva sempre la lezione guardandoci e Giannis leggeva le sue labbra. Era sempre al primo banco con me e io gli giravo la pagina ogni volta che se ne dimenticava. E gli davo qualche gomitata giocosa e lui mi sorrideva con il sorriso più innocente del mondo che rimarrà per sempre impresso dentro di me.

Però questo non durò a lungo. Aveva forse un altro destino. La realtà aspettava e noi stavamo giocando a nascondino con lei. Il maestro entrò in classe con aria stizzita. Si diresse verso la lavagna senza mai voltarsi. A malapena ci diede il buongiorno e iniziò a parlarci dell’Impero Bizantino. Giannis era stupito. Girò la testa, regolò il volume dell’apparecchio acustico, ma l’eco dell’aula bloccò le frequenze.

– Non sento, signore. Non sento.

Le sue parole coprirono quelle del maestro. La classe era atterrita. Non sapevamo cosa fare. Dopotutto, eravamo bambini.

– Maestro, non sento.

Era arrivato il momento. E non c’era ritorno. Solo caos. Di fronte all’indifferenza del maestro, Giannis cominciò a battere la mano sul banco, schiuma uscì dalla sua bocca, come quella che si forma dalla prima onda.

– Basta.

Il maestro si diresse verso di lui e, con la forza del semidio Ercole, lo sollevò con la sua sedia e lo portò fuori dal cortile.

– Rimarrai seduto qui finché non ti comporterai bene. E chiunque non sia d’accordo lo seguirà.

Spaventato. Occhi spalancati e iniettati di sangue, senza sapere se dovesse parlare o no. E io che guardavo il mio angelo e sorridevo per dargli coraggio dalla finestra sbarrata che ora sembrava la mia prigione. Ma lui, chino e spaventato, ripeteva:

– Scusami non sento. Scusami.

Dal giorno dopo, Giannis non è più apparso alla scuola, portando via con sé un pezzo di me. Che sarà suo per sempre. Quel pezzo di una bontà senza fronzoli. Dopo alcuni giorni sono stata informata che avrebbe continuato la scuola in quella che aveva altri angeli come lui. E insieme avrebbero cercato di salvare l’umanità da sé stessa.

Siamo cresciuti. Alcuni sono andati via, altri sono rimasti. Abbiamo studiato, abbiamo costruito le nostre vite sulle nostre basi e non su basi preparate da altri. Abbiamo creato famiglie e nutrito le menti dei nostri figli affinché avessero fiducia in sé stessi e amassero ciò che gli altri chiamano diverso. Per abbracciarlo e non trattarlo come una spina nel fianco. Ce ne sono già molte. Non ne servono altre. Ora ho 30 anni. Anche il mio Giannis. Ora sto insegnando ai miei figli di quest’uomo che per me è come un fratello, che aspetto risplenda prima dell’alba e poco prima di risplendere si addormenti e adagi le sue sofferenze sulle mie spalle per un po’. Posso sopportarle. Potete starne certi. Sarà sempre il mio Giannis. La migliore lezione che ho imparato dalla vita. Con lui ho imparato a riconoscere gli angeli e a combattere con loro per salvare il mondo.

1 Torta salata con feta, tipica della Grecia.