I dipinti nel corridoio, Coraline Ferol_Irlanda
Menzione Premio Energheia Irlanda 2025
Traduzione a cura di Cinzia Astorino
Il corridoio era pieno di dipinti sfarzosi di tutti gli antichi sovrani dei suoi predecessori; scritte dorate sotto il legno, intagliate a mano e placcate con foglia d’oro, ognuna con il suo design unico per la sua epoca.
Erano stati appesi lì con orgoglio. Sapendo che sarebbero stati ricordati con gloria. Il corridoio si sarebbe esteso all’infinito, finché lui non avesse indossato la corona. Fece un respiro affannoso mentre la mano tracciava il suo sangue sulle pareti lisce.
Le grida dei civili gli riempivano la testa mentre l’assedio dei nemici inondava le pareti senza alcuna pietà. Loro… no, avrebbe dovuto aspettarselo. Ogni minaccia edulcorata, ogni complimento insanguinato che il Re di Everlight gli aveva fatto. Quando entrambi avevano dichiarato unità e pace per tutti. Era tutto solo una dannata bugia.
Qualcosa gli rantolava in gola, incapace di trattenersi oltre, tossì forte sulla mano libera per rivelare lo stesso sangue che aveva sull’altra. La mano gli tremava senza controllo con suo disprezzo. Senza rendersene conto, metà del suo corpo era lì fermo, appoggiato al muro.
Fece un respiro e continuò a camminare.
Ogni passo che faceva gli trasmetteva terrore lungo la schiena, nonostante il torpore gli
coprisse ogni centimetro del corpo. Non ci voleva un genio per capire che non gli restava molto tempo.
Iniziò a riflettere sulle scelte che lo avevano condotto su quella strada.
Forse perché aveva lasciato che le persone di cui si fidava si avvicinassero troppo a lui,
ignorando tutti i segnali?
Forse perché aveva bevuto ciò che il re “ora nemico” gli aveva dato?
Forse perché era semplicemente un cattivo re? Stava ponendo fine a ciò per cui i suoi predecessori avevano lavorato così duramente per costruire.
Forse perché era troppo avido per essere un re di successo, accecato dall’idea che non ci fosse alcuna possibilità di fallimento.
E… oh, non solo fallì: addirittura decadde.
Se fosse riuscito a finire in questo corridoio pieno di ricordi del passato, sarebbe stato classificato come il re più sciocco e ignorante, ne era certo.
Tutte le sue azioni passate sarebbero state vane. Tutto dissolto a terra come polvere inutile, ma cosa avrebbe potuto dire: ‘errore mio’?
Incapace di trattenersi, una risata gli fece tremare la gola mentre espirava, per poi continuare con il suo attacco di tosse.
Un’esplosione echeggiò attraverso il muro, barcollò mentre abbatteva un dipinto insieme a tutti gli altri, come le tessere del domino. I lampadari cadevano come una pioggia di cristalli, graffiando e perforando tutto ciò che incontravano.
La sua vista vacillò, ma persino nella penombra, riusciva a vedere il corpo di suo nonno, in posa con orgoglio con la moglie in piedi accanto a lui, con un sorriso che avrebbe potuto catturare il cuore di chiunque nella loro giovinezza.
Gli occhi gli lacrimarono, ma tutto ciò che cadde fu il sangue che gli colava dalla bocca. Si guardò intorno, cercando il dipinto successivo mentre avanzava a cavalcioni, ignorando i passi echeggianti che non erano i suoi.
I suoi soldati lo avevano reso orgoglioso, prendendo immediatamente posizione nell’attacco. Combatté con quegli stessi soldati con le unghie e con i denti; il loro legame era più forte di quanto avesse mai pensato. Così, quando accidentalmente bevve ciò che gli avrebbe tolto la vita, e lo tenne nascosto il più a lungo possibile mentre loro eseguivano ogni ordine, rinunciò a proteggere il popolo invece che un solo uomo.
Una piccola risatina gli sfuggì dalle labbra. Negarono con tutto il cuore la sua pretesa. Con le lance piantate nel terreno e la visiera che gli oscurava il volto. Ancora e ancora, dimostrarono la loro forza, il loro coraggio e la loro lealtà. Ma alla fine, era lui che doveva dimostrarlo, a loro, a tutti. Quindi, fece una scelta.
Combattere faccia a faccia con il re nemico non era la scelta migliore, l’unica cosa che poteva fare era scappare.
I suoi occhi trovarono ciò che voleva vedere per l’ultima volta. Il grande dipinto di suo padre. Lo sfondo era lo stesso di suo nonno e di tutti gli altri. Il trono ricoperto di argento massiccio e decorazioni dorate, con un sedile imbottito rosso che non aveva mai trovato comodo. Con una corona che si abbinava al trono, tranne che per un bellissimo rubino al centro e rubini più piccoli sparsi sulla cupola.
Era sempre rimasto in soggezione quando vedeva suo padre indossarla, ma ora che la indossava lui, non provava più lo stesso timore reverenziale di prima, ma il pesante fardello del “re”. L’uomo a cui voleva assomigliare esattamente, quello sì era considerato il miglior re al potere.
Perché lui era diverso?
Perché proprio “lui” doveva andare al potere quando il regno cadde?
Perché non era come suo padre?
Ognuna di queste domande non troverà mai risposta. Appoggiò una mano sul dipinto, incurante della macchia di sangue che avrebbe lasciato dietro di sé. Appoggiò la testa vicino alla cornice inferiore, chiudendo gli occhi e lasciando cadere le lacrime.
I passi echeggianti si fecero più forti.
Inspirando il colore a olio, guardò di nuovo suo padre.
Di solito, la regina stava accanto al suo sposo, ma lui non conosceva sua madre, né nessuno ne parlava. E così, prese il suo posto. Entrambi sorridevano orgogliosi di essere in reciproca compagnia.
“Ci vediamo presto, padre”, disse solennemente.
Avanzò.
Fin dove poteva arrivare. Non importava dove sarebbe finito. Doveva solo andare lontano, abbastanza lontano da non permettere a nessuno di farsi male.
Potrà essere ricordato per la sua follia, ma non si arrenderà senza combattere come si deve. Né oggi, né mai. I suoi polmoni iniziarono ad ansimare; le sue ossa dolevano come se si fossero arrugginite e le sue articolazioni iniziarono a perdere mobilità.
Non c’era da stupirsi che fosse riuscito a farsi seguire facilmente dalla scia di sangue che si stava lasciando alle spalle, sperava solo che fosse l’uomo giusto. Stringendosi il petto mentre gli occhi gli sbattevano le palpebre, il suo corpo scivolò lungo il muro, perdendo l’equilibrio. Il suo respiro risuonava come un fischietto di latta mentre tossiva apertamente tutto il sangue accumulato, schizzando il miscuglio di sangue umano che portava addosso.
Correre ora era inutile. Avrebbe voluto poter andare oltre, ma il solo desiderio non gli dava mai nulla.
“Finalmente stai perdendo le forze, mio caro re.” La voce del Re di cui si era fidato si avvicinò più di quanto si aspettasse. Le sue scarpe apparvero alla vista mentre batteva i guanti rossi che un tempo erano bianchi.
“Oh, dèi. Abbiate pietà di questo povero bastardo. Quell’idiota era troppo ingenuo per il suo bene.” Il re nemico espresse con eloquenza le sue parole mentre sentiva i passi accelerati diventare più lenti.
Ora tutto ciò che riusciva a vedere erano le scarpe di cuoio dell’uomo mentre si abbassava con le stampelle. Alzò il mento per vedere direttamente i suoi occhi azzurri che un tempo pensava fossero stati bellissimi. Ora, poteva vedere che riflettevano il suo Regno, rosso sangue.
Finalmente, parlò. “Lasciate il mio popolo fuori da tutto questo”, concluse con un colpo di tosse che gli versò addosso una grande quantità di sangue. Il re di fronte a lui lo fissava accigliato, con gli occhi bassi, guardando dritto in faccia l’uomo.
L’uomo sospirò. “Davvero, mi mancherai.” Il re che un tempo era suo amico parlò come se improvvisamente provasse rimorso per le sue azioni. Rise quanto più gli fu possibile, mentre l’uomo si limitava a guardare. Forse gli era rimasto ancora un briciolo di dignità nel suo intimo.
Il re nemico lo guardò con pietà, ma lui non abbandonò il sorriso mentre era supino con la testa appoggiata al muro.
“Sapevi che questo sarebbe stato il posto in cui avrei appeso il mio quadro dopo la mia morte?” La sua voce suonava peggio di quanto pensasse. Graffi e un suono appena percettibile, ma l’uomo alzò lo sguardo verso la sua scia di sangue, verso il quadro con cornice vuota.
“Per tua fortuna sarà finalmente riempito accanto a quello di tuo padre, sfortunatamente per te, questo corridoio non esisterà più quando prenderò il potere.” Si lanciarono entrambi occhiate di odio, mentre il re nemico si chinava verso di lui, quasi toccandogli il naso.
“Ho vinto”. “Questa è la mia vittoria”, ostentò questa dichiarazione con severità e sicurezza, puntando un dito contro il petto per dimostrare la sua tesi.
Stordito, ricambiò il sorriso, cosa che fece voltare il re nemico perplesso.
Finché qualcosa di smussato e metallico non rotolò accanto a loro. Il re nemico trovò immediatamente la fonte del suono. Una granata ondeggiava silenziosamente, una senza l’innesco argentato. Seguendo il dito insanguinato del re, trovò l’impugnatura d’argento. Ci volle un attimo per realizzare cosa stesse vedendo. Esterrefatto, fissò gli occhi castani del re insanguinato.
Il sorriso assonnato era completamente scomparso, sostituito da un sorriso di accettazione e vittoria, con i denti bianchi ricoperti di rosso. Dichiarò con calma, senza rancore o paura: “Moriremo entrambi qui”. Nemmeno un briciolo di rimpianto o angoscia. Anzi… Informandolo.
Sussurrò. “Ti ho beccato, bastardo.”
Il re nemico scappò senza pensarci due volte. Finalmente si rese conto della sua situazione, ma era troppo tardi. Il re sanguinante si rilassò finalmente mentre il suo cuore batteva più lentamente, la vista già perduta, chiuse gli occhi ed espirò.
♦♦♦
I cavalieri si precipitarono nel corridoio che aveva ospitato la massiccia esplosione, proseguirono, i dipinti si bruciavano mentre le pareti si carbonizzavano, si incenerivano, e alla fine, tutto ciò che rimase furono i resti del re nemico e un grosso rubino.




















