Corso di scrittura creativa, Esercizi PerCorsi di Energheia

I conti del sangue, Michela Salerno

Esercizi PerCorsi di Energheia 2024

Da una foto un racconto. Docente Antonella De Biasi

***

   Trecento giorni, li avevo contati tutti

   Trecento giorni di prigionia,

   prigioniera di mio padre,

   prigioniera del mio cognome,

   prigioniera in camera,

   prigioniera di un amore irrealizzabile

   prigioniera di una Napoli mafiosa, che opprime l’amore,

   prigioniera da trecento giorni, ma con l’animo libero,

   mi hanno legato le ali,nonostante io voglia volare nel buio dei suoi occhi.

   Prigioniera ma, presto, libera.

   Tutto ebbe inizio una domenica mattina di febbraio.

   Stavo uscendo dal portone principale della chiesa di Santa Maria del Parto, con accanto mia madre, quando lo vidi per la prima volta: era poggiato alla sua Lamborghini Diablo rossa, con il capo rivolto verso il mare mentre sorrideva ad un suo amico.

   Mi fermai ad ammirarlo, come se fossi davanti ad un quadro del Caravaggio, finché lui non voltò il capo nella mia direzione e i miei carboni incontrarono il suo cielo tormentato, creando un contrasto che ci avrebbe portato alla distruzione.

   Mi sorrise e il mio cuore iniziò a battere, sempre più velocemente. Il suo sorriso sapeva di libertà, quella che per diciotto anni mi era stata negata dal mio cognome.

   “Non guardarlo e non parlarci” mi disse mia madre, “lui è un Romano, è un traditore per noi De Luca” aggiunse, trascinandomi via. Mi voltai per guardarlo un’altra volta e lo vidi osservarmi, così alzai una mano in segno di saluto, ma lui aveva già abbassato lo sguardo.

   Le domeniche passavano e all’uscita dalla chiesa lui era sempre lì, appoggiato alla sua auto, finché una domenica non mi si avvicinò: “Scusami per la maleducazione, ma un paio di domeniche fa mi hai fatto un cenno con la mano, ma non ho ricambiato”, mi disse.

   “In realtà nemmeno lo ricordavo”, aggiunsi.

   “Beh, allora possiamo sempre rimediare: Buongiorno signorina, Io sono Emanuele Romano lei è?”

   “Mena De Luca!”

   “Allora dovrei dire buongiorno nemica”, mi disse sorridendo.

   “Posso offrirle un passaggio, nemica, vista l’ora tarda?”

   Osservai l’orologio; era quasi l’una ed ero in ritardo per il pranzo domenicale, un momento caro a mio padre.

   “Accetto volentieri, nemico, sono in ritardissimo!”

   “Si accomodi, allora” mi disse, aprendomi lo sportello della sua auto.

   Il tragitto verso casa mia lo passai ridendo, scherzammo tanto, ma arrivati sotto casa mi disse che avevo qualcosa sulla guancia, afferrò la mia guancia e sentii le sue labbra posarsi a pochi centimetri dalla mia bocca.

   “Ora, con questo bacio, anche tu sei una traditrice” mi disse, sorridendo.

   “Ciao Emanuele” gli dissi, scendendo dalla macchina ed entrai in casa sorridendo, con il cuore che batteva forte in petto.

   Posai le mie cose in salotto ed entrai in cucina. Appena mio padre mi vide mi chiese con chi fossi tornata a casa, ed in preda al panico dissi che Ciro, un amico di mio fratello, mi aveva accompagnato a casa. Durante tutto il pranzo sentii lo sguardo di mio padre puntato sulla mia figura, ma feci finta di nulla. Quell’incontro, quel bacio doveva rimanere un segreto.

   Quella stessa sera lo rividi: ero affacciata al balcone di camera mia, quando vidi una figura sotto il salice e pensando fosse mio fratello Gennaro gli chiesi cosa stesse facendo lì sotto, ma la voce che mi rispose non era quella di mio fratello, bensì quella di Emanuele che mi disse di scendere giù perché saremmo andati in un posto.

   Entrai in camera, indossai il cappotto e scesi le scale correndo.

   Stavo rischiando tanto, ma non avevo paura, volevo solo iniziare a vivere e lui mi stava dando la possibilità di farlo.

   Ma la mia corsa venne interrotta dalla voce di mio padre che mi chiese dove stessi andando. Inventai la scusa che la mia migliore amica, Agata, aveva bisogno di me. Uscii di casa e mi diressi verso l’auto di Emanuele.

   “Pensavo non arrivassi più, nemica!”, le sue prime parole.

   “Ho incontrato mio padre mentre scendevo, non posso fare tardi, Emanuele!”

   “Altrimenti principessa? Papà ti picchia?”, rispose con un tono derisorio.

   “Sì!” gli risposi. “Lo fa sempre quando disubbidisco”.

   “A mezzanotte ti riporto a casa, come Cenerentola, così tuo padre non potrà lamentarsi, però ora andiamo al golfo, ti porto a vedere le stelle”, aprendo lo sportello.

   “Non ci sono mai andata, sai? Oggi è la prima volta!”

   E di prime volte con lui ce ne sono state tante: è stato il mio primo bacio, il mio primo giro in moto, il mio primo giro sulla ruota panoramica, la mia prima volta e il mio primo e ultimo Ferragosto.

***

   “Papà vado da Agata e poi andiamo al mare con suo fratello” urlai, uscendo di casa e dirigendomi verso la chiesa dove lo trovai appoggiato alla sua auto, con lo sguardo rivolto verso il portone della chiesa.

   “Perché guardi il portone?”, gli chiesi.

   “Stavo immaginando te uscire da questa chiesa con l’abito da sposa”, mi rispose. aggiungendo “Mena ti amo, voglio sposarti, non ora, siamo troppo piccoli per sposarci, ma fra cinque anni sì. Voglio sposarti, voglio unire le due famiglie”.

   “Emanuele vivi il presente, vivi l’attimo, non pensare al futuro, non pensare all’incognita più grande delle nostre vite. Ora andiamo al mare, dai!”

   Passammo una giornata bellissima tra bagni, scherzi e bac,i ma fu proprio in quel momento che lo persi.

   Le sue labbra sfioravano le mie quando sentii un forte rumore e la presa delle sue mani sui miei fianchi cedere. Mi voltai verso la fonte del rumore e trovai mio padre come una pistola in mano, puntata verso Emanuele. Un altro sparo dritto al cuore e un’altro alla testa, poi due mani mi afferrarono e mi portarono via da lì. Venni scaraventata in auto e portata verso l’ignoto, mentre lacrime bagnavano il mio viso e nella mia mente avevo solo l’immagine di Emanuele, immobile, per terra. Quando la macchina si fermò venni trascinata dentro casa e scaraventata in camera mia, dove rimasi chiusa, in totale solitudine, per trecento giorni.

   Ogni notte, però, mi affacciavo di nascosto al balcone e osservavo il salice, sperando di vederlo lì, sorridermi. Ma per trecento notti non si fece vedere, finché una sera, mentre ero affacciata al balcone, la porta di camera si aprì e fece ingresso mio padre che con una voce roca mi indicò di scendere giù, la mia punizione era ormai finita ed ora dovevo solo chiedere scusa al Signore per essere stata una traditrice.

   Arrivò domenica, andammo insieme a messa, tutti, perfino mio padre.

   All’uscita vidi l’amico di Emanuele, poggiato al muretto e mi diressi da lui: “Scusami, sono Mena!”

   “Lo so, sono Salvatore!” mi disse, interrompendo le mie parole.

   “Dov’è Emanuele?” gli chiesi, in modo diretto.

   “È morto il giorno di Ferragosto”, mi rispose.

   Mi crollò il mondo addosso.

   Mio padre aveva ucciso la mia libertà,il mio primo e ultimo amore.

   “Puoi portarmi a casa sua?”, gli chiesi.

   “Suo padre ti ucciderà appena ti vedrà, lo sai?”

   “Sì, lo so, ma tu portamici lo stesso!”

   Salvatore mi guidò verso la sua auto e mi portò a casa Romano, dove venni accolta dal capo di una delle famiglie mafiose più potenti di Napoli: Raffaele Romano.

   “Mena De Luca, dovrei ucciderti lo sai?”, le sue prime parole.

   “Sono qui apposta, signor Romano, mi uccida. Regoli i conti con mio padre, pulisca il sangue di suo figlio con il mio! Mi uccida. Le chiedo solo di seppellirmi accanto a suo figlio”, dissi tutto d’un fiato.

   “Non ho il corpo di mio figlio Mena, tuo padre lo ha gettato in mare!”

   “Lo faccia anche lei, mi uccida e mi getti in mare, non riesco a vivere senza suo figlio!”

   “Lo amavi Mena?”

   “Tantissimo, signor Romano!”

   “E allora esaudirò il tuo desiderio!”