I Brevissimi 2025 – Estate, Cristina Adinolfi_Bologna
Anno 2025 (Le stagioni: Estate) – finalista
Estate
Agosto è la tv accesa.
La tv accesa, il ventilatore acceso, la luce spenta e tu stesa su un fianco sul divano.
“Che ti guardi?”
“Niente.”
Dalle 14 alle 23 tu guardi il niente.
Sono otto mesi che non ci vediamo. Né le tue azioni né le tue risposte sono cambiate.
Nemmeno le mie domande.
Io sono un viavai privo di tregua. Camera – Cucina / Cucina – Camera. Tu sei il cane che si frappone sul mio tragitto in autostrada. Il mio sguardo basso sul parquet come una sterzata brusca, che ti vuole evitare. Camera – Cucina.
Il freezer è pieno di vaschette plastificate.
Dentro ci sono spinaci. Pane a fette. Frutti rossi. Dessert.
“Hai cenato?”
“Non sento.”
“Hai cenato?”
“Vieni qui.”
Non ci voglio andare a rivederti, perciò provo a richiedertelo con un tono di voce più alto.
“Hai cenato?”
“Si. Fai tu.”
Ceno con due bicchieri di Carte D’Or alla fragola e la voce di Harry in Ti presento Sally dalla tua tv come sottofondo sonoro. Il mio telefono non squilla nessun dovere e nessun piacere. Il gelato si scioglie. Me lo bevo come una medicina. Cucina – Camera.
La mia stanza: la luce accesa, tre libri sul letto che non inizierò mai oppure finirò oggi stesso.
Alle finestre ci sono le impalcature dei muratori,
se provo ad aprirle, non ci riesco. Fumo sul letto
Winston Blue con lo stomaco pieno (solo di nostalgia).
Le persone che ho perso, le loro dinamiche.
Mi ha sfiancato così tanto l’invadenza di questa famiglia e delle mie amiche a cui non sapevo dire nient’altro che si e adesso annego nel blu di queste disgregazioni a cui non c’è rimedio.
Ogni cosa che inizia muore nell’esatto istante in cui comincia.
E lei e lei potrebbero per lo meno tenersi compagnia visto che sono madre figlia e invece. La prima non ha mai insegnato alla seconda l’amore incondizionato e la seconda non ha mai apprezzato della prima i presenti seppur maldestri atti di cura pratica.
Provare a districare l’infanzia come i nodi con la spazzola.
“Nonno com’ero quand’ero piccola?”
Cercare i ricordi che ho dimenticato in quelli degli altri,
“Permalosa. Ti offendevi per tutto. E tu ci provavi a dire, sai, le cose che ti ferivano, ma poi arrivava un momento, così all’improvviso, che le parole ti morivano in gola e tutto quello che provavi lo trasformavi in un pianto, non ti ricordi?”
“No.”
“Noi che giocavamo, tu che volevi telefonare a chiunque. Nemmeno questo ti ricordi?”
No.
la mia famiglia, la nostra unità famigliare, prima dello sfascio.
I miei che mi dicono lo hai capito, no, divorziamo e mio padre che si mette con F., dopo con T., ed ora è un po’ incasinato per vedersi, tra l’auto da rottamare e l’organizzazione del Ferragosto coi colleghi, e mia madre che guarda film che non le piacciono ma va bene perché durano, finché durano, e mia nonna G. che non ci sente all’orecchio sinistro e si sente esclusa dai discorsi di tutti noi e mia nonna C. che non si può muovere e con le lacrime agli occhi mi dice sono una larva adesso Cristina, sono una morta vivente e se non mi sono buttata giù è solo perché credo in Dio e credo che se mi ammazzassi poi sarò dannata per l’eternità avvenire, ma se non avessi fede, col cazzo che continuavo a tenermi tutta questa malattia in corpo.
Non c’ero arrivata che si stavano separando ma ho gettato un sospiro di sollievo al sapere della loro imminente fine, della nostra.
Ogni cosa che scrivo. È una maniera per riportarmi a quel momento: il sospiro di sollievo gettato senza ricordarne la ragione. Il compito che commissiono alla scrittura è sempre lo stesso: chiarirmi la mia storia e le cause per cui oggi sono diventata così, assolutamente non in grado di relazionarmi in maniera corretta ai miei nuovi amori.
Tieniti dentro tutto il dolore, non fargli presagire niente del tuo crollo cognitivo in atto, il subbuglio derivante la disgregazione.
“Come stai?”
“Bene, e tu?”
Celare la settimana da mia madre in due stanze diverse, l’affaccendarmi a incontrare mio padre, dietro un sorriso smagliante.
La presunzione di essere sempre più brava io a tollerare il dolore degli altri.




