Come per magia, Gianluca Ghezzi_Milano
Finalista Premio Energheia 2025 – sezione adulti
Tutto sembrava essere cominciato con un tappo, di quelli che si avvitano sulle bottiglie di plastica, per intenderci. Un oggetto piccolo, apparentemente innocuo ma se avessimo continuato a disperderlo nell’ambiente avrebbe contribuito a distruggere il pianeta e i suoi abitanti, fauna e flora compresi. La salvezza arrivò nel 2022 grazie alla Berry Global Group che inventò i tethered caps: tappi di plastica che una volta svitati restavano attaccati alla bottiglia. Due anni più tardi ricordo che quei nuovi tappini intelligenti erano ovunque e tutte le bottiglie sotto i tre litri di capienza ne avevano uno, era legge. C’erano anche dei cartelloni per strada con la foto di un tizio che a sinistra beveva con il tappo infilato nel naso con scitto “Meno Europa”. A destra invece, beveva come sempre si era bevuto con la scritta “Più Italia”.
Crescendo ho capito che non era cominciato tutto in quell’anno, ma molto prima perché all’epoca mi era tutto estraneo. Soprattutto la politica, ma anche l’economia, la finanza e la geopolitica (nemmeno sapevo che le scaramucce tra le Nazioni avessero un nome) rientravano tra le cose di cui non mi poteva fregare di meno. Faticavo e rifiutavo di capire cose che più grandi di me dandomi tempo, convinto che crescendo avrei assimilato tutti quegli argomenti con più naturalezza nonostante Massimo Oldano continuasse a ripeterci che il trucco da parte dei politici e degli economisti stava proprio nel rendere le cose complicate per non farle capire a tutti. Che se tutti avessero “capito tutto” il loro intento di soggiogarci sarebbe andato a puttane. Strani discorsi per un professore d’inglese, ma era l’unico professore che sembrava ascoltarci e che non scappava da noi al suono della campanella.
Fuori da quel cesso di scuola passavo le giornate sui social di cui mi servivo principalmente per imparare tutti i trucchi del mestiere per poter autoprodurre le mie canzoni trap su alcune basi che trovavo su YouTube. Sentivo che la trap avesse il giusto tono per raccontare quel poco che riuscivo a decifrare da quello che mi circondava. La mia vita era tutta lì, nient’altro mi interessava come la musica.
Quella storia dei tappi di plastica la ricordo un po’ come l’inizio di tutto perché fu proprio sui social, che frequentavo ore e ore al giorno, a esplodere come una bomba dividendo in due il Paese. Lo ricordo bene perché toccò sul vivo anche la mia famiglia. Quelli a favore dei nuovi tappini erano di sinistra, comunisti e zecche mentre quelli contro erano di destra, fascisti e topi di fogna come mia madre e mio padre. Casa nostra sembrava uno di quegli studi televisivi dove si dibatteva di politica ogni sera e su ogni canale. Il continuo sottofondo di urla che si sovrapponevano sera dopo sera intervallate dalle pubblicità sempre uguali erano interrotte solo dalle bestemmie di mio padre. Mia madre invece, assimilava quel minestrone di argomenti come una spugna muta salvo saltare sulla sedia a ogni blasfemia del marito con un blando “Pietro dai… che poi Lorenzo le ripete”. Onestamente non mi era chiaro verso quale tipo di argomenti mio padre ringhiasse con tanto zelo perché avevo modo di sentirlo solamente durante il tragitto camera mia – bagno e ritorno oppure camera mia – cucina e ritorno. Preso com’ero dalle mie mini-tracce da aspirante trapper nella mia testa non restava molto spazio per altro. Complici di questo continuo ed estenuante mestiere di ingegnere del suono in erba erano Paolo (Pax, come la sua tag), Besnik (Cubo, per via della forma della sua testa) e Samira (Sami, per praticità). Oltre la musica ci teneva assieme la stessa ansia cosmica che fa sentire gli adolescenti delle persone inadatte a quel futuro plasmato a immagine e somiglianza dei grandi, dove solo loro pare possano viverci.
Capitava che quei tre mi portassero saltuariamente a delle manifestazioni anche se a me fregava poco del motivo per il quale urlavano come matti e fumavano erba albanese. Sapevo quale fosse, ma non me lo sentivo tanto addosso da doverne fare un dramma. La sera a casa sentivo di quelle manifestazioni riprese dai litigi nelle trasmissioni in prima serata e avevo cominciato ad accorgermi che le bestemmie di mio padre salivano di tono quando si parlava del motivo di quelle manifestazioni. Oltre a inveire verso la tv sembrava lacerato da un dubbio amletico: “Se i musulmani li possiamo cacciare su una barca e rispedirli a casa loro, come possiamo liberarci dai froci?”
“L’unica soluzione è togliere loro tutti i diritti, ma già siamo sulla buona strada no? Così vediamo se gli viene ancora voglia di sposarsi”. Non avevo mai sentito mia madre sporgersi tanto. Evidentemente quella causa le stava molto a cuore o molto nel culo, che dir si voglia.
“E quella storia che vogliono pure dei figli? Ma che cazzo di figli volete se siete due donne?”.
“Poi vanno all’asilo e vedono gli altri con padre e madre e non ci capiscono più un cazzo!”.
“Esatto, poi crescono bisessuali sicuro”.
Mi ero fermato sulla porta di camera mia per ascoltare il loro scambio di opinioni. Questo era l’argomento che i miei soffrivano di più, e come fulminato sulla via di Damasco, che nel mio caso si traduceva in un meno poetico tragitto cesso-camera, capii che i loro discorsi stridevano con il motivo per cui i miei tre compari e quasi tutta la scuola, si buttavano in piazza a urlare e lanciare sampietrini. Seduto sul letto ero attraversato da domande semplici ma alle quali non sapevo rispondere: perché tutti quei ragazzi devono scendere in strada a chiedere qualcosa di così naturale? Mi spiego meglio: sentireste mai il bisogno di urlare in un megafono che gli alberi dovrebbero smettere di scambiarsi gli elementi nutritivi tramite i funghi? Oppure scrivereste mai su uno striscione “Basta con la gravidanza maschile nei cavallucci marini”? Perché un essere umano può decidere che due persone non si debbano amare? Chi si crede di essere? La cosa rivoltante era che la stessa persona che si opponeva alle coppie “non tradizionali” si professava cattolico, ma non mi risultava che Dio si fosse mai opposto alla Natura delle cose intromettendosi nell’amore omosessuale tra bisonti, scimmie o trichechi per citarne solo alcuni.
Passavano i mesi e io continuavo a scrivere barre, frasi, pezzi di racconti che sputavo su canzoni che prendevano sempre più forma anche grazie a Pax che sembrava avere più talento di me nello spippolare tutti quei controlli sul mio Pro Tools crackato dove registravo. Aveva più metodo nell’impacchettare le singole canzoni e mi costringeva a chiuderle prima di cominciarne una nuova. Aveva anche molta sensibilità nel capire il mood della canzone e a farmelo mantenere per tutto il brano dandomi consigli su come chiudere le frasi con più enfasi. Ogni tanto, quando i miei erano fuori casa, facevamo una pausa fumando erba sul balcone ed è stato durante una di quelle pause che ci venne a trovare Sami. Lei non amava molto fumare ma di certo non era contro quell’ideale di semi-libertà anzi, era una profonda conoscitrice della cannabis light e di tutte le caratteristiche di quella pianta, cosa ci si poteva produrre e i benefici che portava alle persone con determinate patologie. Arrivò incazzata nera lamentando che quelle merde di politici avevano deciso da un momento all’altro, come per magia, che anche la “sua” cannabis sarebbe diventata illegale proprio come gli ex-tappi di plastica volanti. Ma l’affare era grave perché molte persone avevano investito parecchi sogni e soldi in quell’erba diventando imprenditori a tutti gli effetti con dipendenti e campi e campi di coltivazioni, migliaia di aziende avrebbero chiuso i battenti. Era il loro lavoro e non stavano producendo nulla che potesse uccidere o creare dipendenza, anzi, in certi casi comprovati come nei malati alzheimer, parkinson o sclerosi multipla faceva veri e propri miracoli, perciò quella messa al bando suonava esattamente come un colpo di follia di un ignorante. O peggio ancora, come la risoluzione a un problema personale e non della comunità. Così anche il sogno di Samira di aprire un negozio di cannabis light stava svanendo in una nuvola di fumo denso oltre la ringhiera del balcone. Qualcosa stava cambiando e cominciavo a capire. Più aprivo gli occhi e le orecchie alla ricerca di qualcosa da raccontare nelle mie canzoni e più mi accorgevo di quello che stava succedendo e che sarebbe successo alle mie spalle se non avessi scelto la musica insistendo nella calma beata del mio menefreghismo adolescenziale. Le aggressioni a persone omosessuali, trans, non binarie etc. si moltiplicavano, così come gli sputi e le offese, per non contare le minacce di morte sui social a loro e a chiunque non fosse “veramente italiano”. Nemmeno gli sportivi famosi ne erano esenti, le tv davano spazio a imbecilli che aizzavano altri imbecilli contro di loro, rei soltanto di non possedere i tratti somatici tipici italiani. Chiunque si azzardasse a parlare di antifascismo veniva oscurato oppure deriso con stronzate tipo “Come fai a parlare di antifascismo se il fascismo non esiste più dal 1945?” detto da un fascista, figlio di fascisti, che militava in un partito fascista e faceva il saluto romano come i fascisti. La loro strategia era quella di riprendersi tutto serpeggiando tra l’ignoranza e la passività degli italiani mentre li prendeva abilmente per il culo: “C’è una foto di lei mentre fa il saluto romano, vuole commentare?” “Chi? Io? Forse sono stato frainteso”.
Le mie canzoni prendevano sempre più corpo e cominciavano a crescere di numero, tanto che avrei dovuto cominciare a pensare a un titolo per il demo. Pax e io eravamo su di giri, pensavamo a una copertina, a come spammarlo sui social e addirittura si fantasticava anche su un video per il singolo di lancio. Tutto in grandissimo stile e senza un euro ovviamente. Ci mettemmo a fumare sul balcone quando mi disse che mi sarebbe servito anche un manager e che avrebbe potuto farlo lui, che di nessun altro mi sarei potuto fidare. Quell’erba era stata una tranvata, mi aveva completamente immerso in un mondo soffice e alterato e ogni lucina di Pro Tools che lampeggiava mi attirava come il castello della Disney coi suoi fuochi d’artificio, e quando mi trovai la sua faccia a un centimetro dalla mia lo baciai. Era naturale che accadesse, non si può fermare la Natura. Sami e Cubo già lo sapevano, o meglio lo avevano intuito già da tempo senza che la cosa li turbasse minimamente. Tra noi ragazzi di quell’età era normalissimo avere amici omosessuali, era il mondo di alcuni adulti a pensare che fosse una disgrazia o una malattia rara. Tipo i miei genitori. Noi accettavamo tutto e tutti di buon grado perché eravamo cresciuti a fianco di figli di immigrati di tutte le nazioni, froci, lesbiche, non-binary, fluidi, pansessuali, cosplayers, tizi goth, fandom di ragazzine urlanti. Noi eravamo veramente inclusivi perché per noi quella parola non avrebbe nemmeno dovuto esistere. Era del tutto normale convivere con diverse realtà ma per loro, gli adulti, non lo era. Dicevano “Quello è gay!” come se fosse una notizia quando noi lo sapevamo e basta, nessuna notizia.
Il fascismo era tornato, silente e inesorabile si era imposto grazie al lassismo degli italiani. Tutto stava cambiando, la censura stava invadendo gli ogani di informazione come un cancro, le fake news e la disinformazione erano all’ordine del giorno, le case editrici, quelle discografiche, le reti televisive, le grandi aziende, l’educazione nelle scuole, venivano controllate e gestite dal governo e i suoi tesserati insediati con la forza in ogni posto di rilievo.
Io in quel periodo ero una pentola a pressione perché tutto, per me, stava diventando impossibile, difficile e pericoloso. Non ero più libero di scrollare i social perché quello che vedevo cominciava a non piacermi: solo odio, divisione tra “noi” e “loro”. Avevo smesso di proporre le mie canzoni ai discografici perché ricevevo troppe mail in risposta che mi allertavano del contenuto non gradito dei testi e che se avessi continuato a proporle e soprattutto avessi “osato” pubblicarle in streaming sarei stato segnalato al garante per la sicurezza delle comunicazioni. Non avrei mai passato il loro filtro perché tutto quello che avevo scritto era passibile di censura o denuncia, di conseguenza smisi di scrivere canzoni. Anche la mia relazione con Pax stava diventando sempre più saltuaria e clandestina e pericolosa. Se fino a poco tempo prima avevo “solo” il timore di essere visto da qualcuno e venire additato come frocio per strada, col passare del tempo quel timore si era trasformato in un vero e proprio terrore di incrociare una banda nera ed essere massacrato di botte. A scuola ci andavo sempre meno volentieri, lo facevo solo per vedere i miei amici e fumare qualcosa nei bagni insieme perché per il resto anche lì le cose stavano cambiando. Un giorno la preside non si presentò più, come il professore Oldano e la polverosa professoressa di storia. Sulla loro scomparsa giravano solo voci perché nessuno sapeva realmente che fine avessero fatto. Trasferiti? Licenziati? Fatti a pezzi in palestra? Incappucciati su un furgone nero verso il tramonto? Chi lo sa. Per Oldano mi spiaceva parecchio perché era l’unico nostro amico tra i professori, uno che la sapeva lunga e a cui piaceva parlare con noi. Insomma, tutto quello che mi stava tenendo in vita mi era precluso o si stava sgretolando e il mio odio era tale da farmi tremare proprio perché non potevo farci nulla, ero completamente inerme.
“Cubo! Hai presente quei guru del cazzo che ti compaiono su Instagram, che ti dicono di non rinunciare ai tuoi sogni o quelle frasi motivazionali che postano i vecchi? Ecco io li prenderei a calci e li metterei nella mia situazione. Vorrei vederli mantenere la stessa verve e la stessa voglia matta di continuare a rincorrere qualcosa che, come per magia, ti viene tolto”.
“Ciai ragione frà, boh”.
“Grandissimo Cubaccio… hai sempre le parole giuste per ogni situazione”.
Già, che fine avremmo fatto? Che fine avrei fatto? L’università era fuori discussione che di studiare come un matto non ne avevo proprio voglia, per fare cosa poi? Finire sotto a una scrivania, sotto a un fascista, anch’esso sotto a un altro fascista? Aggiungiamo che sono gay e se lo avessero scoperto sarei stato licenziato o fatto sparire come Oldano. Senza università sarei dovuto andare a lavorare senza passare dal “via”, ma a fare cosa? Non sapevo fare nulla, non avevo sbocchi, vie d’uscita, seggiolini eiettabili, niente di tutto ciò. Nemmeno un amico o un parente su cui fare affidamento. Sembrava di bollire in una pentola a pressione.
Dovevo parlare con qualcuno e Samira mi sembrò la scelta più adatta, sapete com’è, saggezza femminile, sensibilità di donna, forse avrebbe potuto capire e darmi qualche spunto dal quale partire, magari insieme. Niente, nessuna spunta blu. Nessuna doppia spunta proprio, solo una.
“Qualcuno di voi ha visto Samira oggi?”. Sparita. Come Oldano.
Mi sedetti sulle scale, arrotolai un biglietto del tram a forma di S e me lo infilai sull’orecchio, estrassi una cartina e la mozzai per il lato lungo, ne tolsi circa un centimetro dalla parte senza colla. La tenni stretta tra l’indice e il medio della mano sinistra mentre nel palmo sbriciolavo una quantità risibile di tabacco. Poi dal taschino dei jeans tirai fuori una cima di Lemon Haze olandese, l’aggiunsi all’impasto e chiusi tutto con delicatezza e maestria, come se sapessi già dall’inizio che quella sarebbe stata la canna rivelatrice. La fiammata illuminò il mio volto in lacrime, le facce degli studenti, la facciata della scuola, il quartiere, Milano tutta. Piangevo e tiravo e sbuffavo. Quando entrava un professore si fermava a guardarmi incredulo, poi voltava la testa a guardarsi attorno quasi ad aspettarsi che da un momento all’altro, come per magia, sarebbe spuntato un furgone nero a portarmi via. Io piangevo, tiravo e sbuffavo maledizioni, inveivo, sputavo tra i piedi sul granito delle scale, sudavo e mi dannavo l’anima. La botta fu tale che se fossi stato in cima a qualcosa mi sarei lanciato nel vuoto solo nella speranza di spiccare il volo, mica per sfracellarmi a terra schizzando fuori tutto come un barattolo di passata di pomodoro. Vidi mio padre e mia madre che ridevano davanti alla tv con la stessa bocca dei protagonisti del video di Black Hole Sun, vidi Samira, Oldano, le mie canzoni ferme ad accumulare pixel di polvere, la scuola che stava finendo, la merdosa scrivania che mi stava aspettando, la mia strada senza uscita. Qualcosa doveva cambiare ed ero spaventato a morte. Mi venne in mente una strofa-capolavoro dei Subsonica in che recita “sono cambiamenti solo se spaventano”. Perfetta. Perfetto, decisi di fare proprio come dicevano i guru del cazzo a proposito dell’inseguire i propri sogni, che prima o poi avrei raggiunto il mio, anche se a quel metodo avrei fatto una piccola rettifica; tutto sarebbe dovuto cominciare col botto perché era l’unico modo per fottere la paura. Ero stato fin troppo tempo a bollire in quella pentola e avrei cominciato il viaggio nell’unica maniera possibile, ovvero facendola saltare in aria con tutti i Filistei.
In cucina mio padre e mia madre stavano preparando la cena mentre la piccola tv sul frigorifero trasmetteva lo slot pubblicitario pre-telegiornale. Erano sereni, come sempre da mesi a questa parte tutto era oliato per bene e anche la loro relazione si stava rinvigorendo grazie ai cambiamenti. La sigla del telegiornale interruppe il nostro silenzio mentre mia madre prendeva il telecomando e come un automa alzava il volume.
Buonasera, apriamo questa edizione del telegiornale con una notizia che ci è appena arrivata in redazione. Nel tardo pomeriggio di oggi una banda composta da ragazzi poco più che ventenni, avrebbe accerchiato e assalito un loro coetaneo all’angolo tra Via Felice Casati e Via Lazzaretto in zona Porta Venezia lasciandolo privo di vita per poi dileguarsi. Non si conoscono ancora le motivazioni del gesto e le generalità del ragazzo, alcuni testimoni parlano di un’ennesima spedizione punitiva nei confronti di un membro della comunità LGBTQIA+. Secondo alcune indiscrezioni la banda avrebbe dato seguito alle minacce che la vittima pare avesse subìto sui social da parte di alcuni esponenti dell’estrema destra milanese. Ora la politica”.
“Eccolo là un altro” fu l’uscita di mio padre con la bocca piena di salame.
“Era Pax, il mio fidanzato” dissi piangendo.
Lo sapevo senza aver bisogno di aspettare altri aggiornamenti.
La pentola a pressione esplose per tutti; per i miei genitori, che in quel momento avevano appena saputo che loro figlio era frocio e per me, facendomi schizzare tutto fuori come quel barattolo di passata di pomodoro.
“Lorenzo tutto bene? Io vado giù in paese a prendere qualcosa per stasera, ci vediamo dopo”. Da casa mia al primo paese in cui si può fare un po’ di spesa qui in Svizzera passa almeno mezzora di strada, un’ora tra andare e tornare. Jöel è molto carino con me e mi ha accolto subito nella sua baita quando avevo deciso di fuggire dall’Italia e lui di lasciare sua moglie e i suoi due figli. Non gli ho mai parlato della mia storia, tantomeno gli ho mai parlato di Massimo Oldano, il professore dal quale prende lezioni di inglese. Ancora oggi penso a come sarebbero andate le cose se i miei genitori avessero agito pensando a un futuro migliore per la comunità anziché sostenere solamente la loro, di libertà. Aver amato un figlio frocio senza saperlo li aveva distrutti facendo collassare quello in cui avevano sempre creduto; che i “problemi”, come ci chiamavano loro, fossero sempre e solo degli altri. Invece, come per magia, quella sera in cucina la pentola esplose anche per loro.




