Appello al Presidente della Provincia e al Sindaco di Matera, Michele Morelli_Legambiente Matera
A quasi cinque anni dall’inaugurazione, un paio di mesi fa, in pieno clima natalizio, la Provincia ha pubblicato il bando per l’affidamento in locazione del prestigioso Palazzo Malvezzi.
Dalla lettura dello scarno avviso sembra che la Provincia non colga il valore e la funzione strategica del palazzo, situato nel cuore antico della città, uno dei pochi edifici storici ancora (per poco) in mano pubblica. Lo diciamo con chiarezza: si tratta dell’ennesima iniziativa di dismissione del patrimonio e di privatizzazione di un bene culturale, adottata al di fuori di una visione condivisa con quanti, in questa città, vivono e operano nella produzione culturale e, quel che è peggio, senza il coinvolgimento del Comune di Matera (almeno stando a quanto riferito dal Palazzo di Città).
Ancora una volta la Provincia si comporta come se fosse un soggetto estraneo alla comunità materana, come se i cittadini non fossero parte integrante e sostanziale dell’Ente. La storia recente è ricca di episodi analoghi: è accaduto in via Pecci, quando la Provincia mise all’asta un’area destinata a verde poco prima dell’adozione del PRG ’99, nonostante l’invito del Comune a non procedere. Lo stesso è avvenuto per l’area verde adiacente al Tribunale, ancora oggi nella disponibilità della Provincia.
Se la memoria non ci inganna, il palazzo Malvezzi, sulla base del protocollo di intesa che aveva come oggetto lo scambio di complessi immobiliari importanti, sottoscritto negli anni novanta dal Sindaco Manfredi e dal Presidente della Provincia Angelo Tataranno, doveva essere già nella disponibilità del Comune (così come avvenne per l’immobile di San Rocco e viceversa per il complesso dell’Annunziata e dell’ex Convento dei Cappuccini sede dal 1997 del Liceo Artistico).
Il bando contiene vincoli generici e un elenco di attività finalizzate alla valorizzazione culturale dell’immobile; elenca inoltre una serie di servizi aggiuntivi attivabili al suo interno. Tuttavia, non fissa regole minime di accesso, non richiede la presentazione di un progetto di valorizzazione culturale, né stabilisce tariffe d’uso per operatori e associazioni.
Un approccio del tutto differente rispetto al bando promosso dall’Ente Parco per la gestione del patrimonio immobiliare pubblico insistente su Murgia Timone (anch’esso non privo di criticità che abbiamo più volte evidenziato) o alla manifestazione di interesse promossa dal Comune per la gestione del Teatro Quaroni a La Martella, esperienza sperimentale di grande interesse soprattutto
per la gestione di presìdi culturali di prossimità. Differenti i contenuti, differenti le procedure adottate; persino la durata delle concessioni varia (30 anni complessivi, 12 anni complessivi…). Ogni bando sembra procedere per conto proprio: vige la logica dello “spezzatino”, che forse giova a qualcuno ma certamente non al sistema.
Nelle prime due procedure sono richiesti titoli appropriati e la presentazione di un progetto culturale di gestione; nel bando promosso dalla Provincia non è previsto nulla di tutto questo: né un progetto, né requisiti specifici.
L’unico elemento in comune è la riserva di utilizzo a fini istituzionali da parte di Provincia, Comune e Regione, per trenta giorni complessivi all’anno, in via esclusiva e previa calendarizzazione.
L’unico criterio adottato per la concessione del prestigioso palazzo è di natura economica, ossia l’offerta al rialzo sul canone base (pari a circa 11.900 euro mensili). I soggetti ammessi alla procedura sono imprese individuali e società iscritte alla Camera di Commercio: nessun requisito specifico, nessuna esperienza documentata nel settore, nessun codice ATECO coerente (per quel che può valere).
Proseguendo su questa strada, con la frammentazione della gestione del patrimonio immobiliare strategico, si rischia di privatizzare per lungo tempo i luoghi della cultura, compromettendone le potenzialità d’uso e la fruizione sociale. Gli esempi non mancano: è accaduto con le sale cinematografiche pubbliche, con il Parco delle Cave, con la Casa Cava, con il circuito delle Chiese rupestri.
La necessità di dotarsi di una strategia complessiva non è più rinviabile. Basti pensare allo stato di abbandono del Museo DemoEtnoAntropologico, i cui lavori sono terminati da anni, o al Teatro Duni, i cui interventi sono prossimi alla conclusione.
Il bando, per concludere, non appare in linea con i regolamenti che disciplinano i beni culturali (soprattutto di natura pubblica) ricadenti nei Sassi, né con gli indirizzi contenuti nel Piano Generale di Recupero, nel Piano Quadro sui Sistemi Culturali della città e nel Piano di Gestione UNESCO.
Una città che aspira a essere “d’arte e cultura” deve assicurare la costante fruibilità e una gestione ordinata del proprio patrimonio e delle proprie infrastrutture culturali. Siamo fortemente in ritardo: questa riflessione avrebbe dovuto avviarsi all’indomani della nomina di Matera Capitale, interrogandosi sul ruolo che avrebbe potuto assumere la Fondazione 2019 nella gestione di alcuni luoghi strategici. Se si decide di esternalizzare il sistema, si provi almeno a immaginare un soggetto unico partecipato – come avrebbe dovuto essere Zetema al momento dell’emanazione della legge regionale, e non è stato – o come potrebbe essere la Fondazione 2019, se riformata e aggiornata nella sua mission.
Per queste brevi considerazioni chiediamo al Presidente della Provincia di sospendere la procedura di concessione (possibilità prevista dall’art. 13 del bando) e di avviare immediatamente un’interlocuzione con il Comune, al fine di affrontare l’emergenza e soprattutto definire insieme una strategia di lungo periodo, aprendo il confronto e coinvolgendo gli operatori culturali che da anni organizzano corsi di formazione di base, programmi e festival di lungo corso.
Chiediamo al Sindaco di farsi carico della nostra richiesta, prima che sia troppo tardi.
Matera, 11 febbraio ‘26





















